martedì 18 febbraio 2014

Infelice scioglimento del nostro ancoraggio remoto







   
Un punto solo m’e maggior letargo
che venticinque secoli a la ‘mpresa
che fe’ Nettuno ammirar l’ombra d’Argo

Par.
XXXIII, 94-96 


Letargo, in latino classico significa “malattia del sonno” e si ritrova in alcuni autori nell’accezione di rapimento. Nell’immagine allegorica, Nettuno non vede dalle profondità del “mare sapienziale” in cui sta coricato la nave d’Argo, ma ne intravede la sola ombra proiettata, quasi riflesso materializzato dello spirito universale, la cui immagine gli evoca stupore. Questa visione emblematica sarebbe da considerare superiore alle stesse aspettative del dio, poiché riguarda la volontà cangiante dell’uomo, creatura mortale che alberga in sé l'identità numinosa. Così, nella mente di Dante la divinità è similmente avvertita sopra di sé. Egli non vede direttamente ma, come Nettuno, percepisce solo un’immagine, un’ombra sospesa di essa; più propriamente, il Poeta vede l’ombra di luce. 
Argo, la nave intagliata dalla quercia dodonea conferma l’identità “estatica” del cosmo, la suprema realtà della poesia quale primo motivo d’attrazione dei mondi. Il nome Argo ha come radice il greco argós, che vale lucente, risplendente. Dunque, Luce percorrente le acque primordiali, che attraverso un complesso gioco di sovrapposizioni (natura della cosmogonia) è ombra stessa, cioè, letteralmente, ombra della luce. È l’enigma posto all’attenzione del dio, allo sguardo-mente Nettuno, che punta verso l’immagine-ombra (parvenza) della medesima emanazione divina (stupore) come approfondimento stesso della profondità enigmatica dell’essere, in latenza inespresso e al tempo stesso espanso oltre i confini della vita, dell’immaginazione universale. Odino, seppur con diverse modalità, cadde in deliquio ottenendo coscienza cosmica per la medesima folgorazione.
Il “punto solo” a cui Dante fa riferimento indicherebbe un singolo istante di contatto (Kairos) con l’immane grandezza della sapienza divina, (folgorazione, stupore) quale esclusiva prerogativa dell’anima, così sproporzionatamente vasta rispetto alla limitata capacità del corpo terreno, involucro occasionale che la custodisce. Il mistero rafforza l’identità della divinità e della mente umana tanto da provocare in essa un grave turbamento elevato dal fascino poetico in perfetta meraviglia. 
Dante, compie così nell’ultimo canto l’impresa del “trasumanar” (Par.I, 70) del varcare coscientemente le soglie dell’umano, testimoniando con ciò, qui in occidente, una delle ultime e maggiormente significative propaggini misteriche della profonda eredità sapienziale appartenuta al mondo veggente e sciamanico, di cui è preludio lo stupore stesso del dio marino realizzante in sé l'ineffabile natura della tragedia.
Con questa terzina, è salutato per l’ultima volta nella storia con così eminente senso poetico, il mito degli Argonauti, di coloro che compirono la più stupefacente impresa collegante due Ere dell’umanità, in cui l’aurora della nuova nascente è annunciata attraverso il canto estatico di Orfeo e dal risveglio elegiaco, (Furor - Estros - Amor) nonché, dal supremo senso etico nuovamente infuso nell’esistenza. Originariamente l'ethiké - ethos coincide con un significato non solo morale ma bensì, con "abitudine" "consuetudine" attinente alla norma regolante i propri costumi, ossia, ciò che riguarda l’accezione luminosamente pratica della vita; intesa appunto come percorso d’intima chiarificazione, di perfetta catarsi, svincolante la coscienza dalla grave materialità e dei vincoli suoi.
Una riflessione questa, del tutto inapprezzabile per l’età attuale, precipitata ciecamente nella letale finzione del cosiddetto “nuovo”, (nuovo ordine) dove sembra definitivamente sciogliersi l’ancoraggio remoto dell’animo ai primi motivi della sapiente meraviglia cosmica, all’identità splendente della creazione. In sostanza, questo periodo sembra davvero sancire il fatale distacco da ciò che costituisce il primo nutrimento dell'anima e il supremo motivo da cui trae forza e maggior senso. Ogni considerazione ora sembra inutile, ciò che si mostra con sempre maggior evidenza è la sagoma drammaticamente grottesca di un golem tecnologico eletto a signore dei tempi.