giovedì 2 gennaio 2014

L'impossibile chimera della rivoluzione


Articolo di Lorenzo Vitelli

E’ senza dubbio vero che non viviamo nel migliore dei mondi possibili, e che la democrazia non è la fine della Storia, ed è altrettanto vero che l’uomo democratico non è l’ultimo uomo come sostiene Francis Fukuyama. E’ vero che il reale è trasformabile, perché, dopotutto, il reale si è sempre trasformato.
Sembra conseguentemente vero che la nostra realtà – permeata da un capitalismo totalizzante, che in qualsiasi sfera, intrapsichica e comportamentale, domina l’individuo – possa essere cambiata. La collettività intera sente quindi la necessità di questo cambiamento e, finalmente, tutti quanti, lo aspettiamo. La storia è costellata da rivoluzioni e sommosse, giungeranno anche le nostre. Arriveranno. Abbiamo paura, ma saremo i protagonisti di ogni tumulto. Eppure, dietro l’apparente banalità di questo processo, dietro le tappe sistematiche di una rivolta che nello storico ritorno dell’uguale si è sempre, allo stesso modo, manifestata, epoca dopo epoca, a noi manca qualcosa. Un anello mancante, una tappa incompiuta, che sembra essere sparita dal manuale d’istruzioni del buon rivoluzionario.
Per metterla in evidenza possiamo prendere spunto da un’interessante intuizioni di Pier Paolo Pasolini, che già negli anni 70′ vedeva come il Nuovo Potere, la teologia del Capitalismo imperante, con i valori del consumismo e dell’edonismo, non è più una maschera da mettere e da levare, come potevano esserle le ideologie del primo Novecento. Il Nuovo Potere è proprietario delle nostre coscienze, innanzitutto perché lega la coscienza alla cosa. Il materialismo integrale che permea la realtà dell’agire secondo le logiche del profitto e dell’accumulazione di cose, è il fenomeno che impossibilità ogni movimento, ogni azione al di fuori del perimetro capitalista. Così, ciò che ci manca, quella tappa indefinita, che ha mosso ogni insurrezione, sin dai tempi di Spartaco, è essenzialmente lo slancio. Non l’iniziativa, non la soluzione, ma lo slancio, quello sincero. Ogni mutamento storico secondo il filosofo Peter Sloterdijk è sintomatico di uno sfogo dell’Ira, l’impulso primitivo di una rabbia che, quando non può più essere canalizzata in un punto focale preciso – quale la guerra, la gestione della res pubblica, la religione, la rivoluzione – allora si evolve in altro, cerca un altro sfogo, si ribella. Noi non abbiamo più punti focali – ecco perché Sloterdijk parla di era della post-storia – ma convogliamo l’Ira in una spirale, quella del consumo, che non si sazia mai. Così la rivoluzione è di fronte alle porte di ogni salotto, proprio sotto la finestra, tuttavia sorgono i dubbi della nostra cattiva coscienza: e le rate della macchina, del frigo e della tv, e il contratto telefonico, e il mutuo? Le catene dell’uomo moderno sono il debito, il debito che abbiamo nei confronti delle cose. Le nostre coscienze sono sodomizzate dalle cose. La rabbia è una pulsione repressa, quotidianamente sfogata nella cosa e vivificata nuovamente dalla cosa. Così, mentre il reale sembra trasformabile, noi abbiamo perso lo slancio appartenente alla natura dell’umanità.
Se non cambiamo noi, le cose non cambieranno, e dopo i forconi, arriveranno altri per seminare chimere e raccogliere piazze vuote.

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