martedì 24 dicembre 2013

per chiarire maggiormente a me stesso



Come ebbe a notare lo Shaikh’ Abd Wahid Yahia ciò che conferisce la maggiore autenticità al nucleo profondo dell’essere, al nostro stesso stato umano è l’elemento trascendente – rivelato al sentire del cuore – di un principio non propriamente individualizzato permeante la totalità dei mondi infiniti e chiamato, con rilevante pregio poetico, Raggio Celeste.
La coscienza una volta rischiarata da tale partecipazione soprarazionale ai motivi avvianti il suo divenire, comprende ciò che può definirsi come l’assentimento felice a quella legge di sostanziale armonia coordinante la molteplice realtà universale. Tale illuminazione interiore, benché fuggevole, realizza nell’animo la sua “entità informale” o ragione poetica, per la quale noi ci dilatiamo al senso dell’eterno.
La Conoscenza è poesia. L’ordine inferiore costituito dal mero dato di fatto deforma la sostanza materiale, svalutandola in una sorta di lordume infecondo così come lo sono le scorie industriali e radioattive da cui siamo sommersi.
La conoscenza fonda la realtà dell’essere e non possiamo realizzare noi stessi in altro modo se non attraverso i motivi interiori di una “lieta gravitas”, che sola impedisce di travisare l’operato umano in azione disarmonica e distruttiva.
Il nostro passaggio terreno attraversa la "selva tenebrata" in cui la luce da realtà al gioco chiaroscurale delle forme manifestate cui aderiscono le nostre mutevoli suggestioni. E' evidente che oggi quanto mai sono all’opera volontà che mirano a deformare le suggestioni, piegandole a un senso fondamentalmente estraneo a quanto ci rende effettivamente consapevoli della nostra natura. Noi non saremo finché non acquisiamo coscienza del nostro pieno significato simbolico.
Questo per definire meglio a me stesso taluni motivi che amo ripresentare: vi sono molteplici, intime oscillazioni della coscienza, davvero inesprimibili e tutt'altro che riconducibili a un sistema di ordine solo "orizzontale" come appunto la “disadorna tecnologia”, attraverso il suo dominio, intende instaurare. Tali intime tensioni lascerebbero ritenere che l’inesprimibile ma pur sempre percepibile tensione spirituale sia la gravità interna alla gravità stessa della materia, costituendone il puro “calore generativo” relegante l’identità al nulla da cui apparentemente la vita sembra scaturire. Più esattamente, se scrivo “calore generativo” mi riferisco all’impronta nostalgica della vita cosciente di sé, dunque di un Amore universale più intenso del legame genitoriale stesso.
Quando leggiamo tramutazione della materia, ovvero ciò che nei Misteri antichi si definiva come Iniziazione o “seconda nascita” dovremmo intendere (senza peraltro comprendere razionalmente alcunché) di trovarci innanzi all'enigma più profondo e all'aspirazione maggiormente elevata. I travisamenti di una chimica solo materiale che intendeva ricavare oro dai metalli meno nobili sono noti ed è inutile soffermarsi sul punto che la dove si scriveva Oro s’intendeva la realtà spirituale e alludendo al piombo, le scorie di molteplici tensioni interiori ancora vincolanti la coscienza ad un ordine di riferimento poveramente materiale.
In sostanza, è l'enigma stesso della commozione per l'infinito a riscattare il nostro cammino esistenziale, altrimenti destinato a essere “attraversamento oscuro in seno alla crescita, tra la fitta vegetazione”. La presa di coscienza si rivela come evocazione amorosa per il mistero stesso della generazione e dell'Idea, (platonicamente intesa) quale riflesso cosciente della vastità universale in cui siamo intagliati.
La “trasmutazione della materia” non riguarda l’anagramma ambiguo di un verboso parlare oscuro volto all’evocazione di potenze cupe e remote, o ancor meno di una grossolana imitazione di "soluzioni avveniristiche", ma, bensì, coinvolgendo la facoltà stessa della commozione sincera, riguarda il saper percepire all'interno del cuore una verità certa e al medesimo tempo indicibile, pena la sua riduzione a misero concetto e che solo temperamenti ardenti ed eccelsi seppero tradurre attraverso il limite stesso che segna la materia. Dico la Poesia, e se tutto ciò costituisca la sostanza di un deleterio abbaglio dissolto dall’età della tecnica e della sola ragione alla fine non so. Ciò che istintivamente ritengo come un abbaglio deleterio è soprattutto il relativismo, l’idea balzana per la quale ogni cosa vale per un altra e che raffredda miseramente il nostro "nucleo ispirativo" . Trasmutazione della materia è canto-incanto, sentire epicamente la vita e poter riconoscere il suo flusso emanato da una remota necessità di contemplazione. Mi riferisco al vortice di amore, una dolcezza perduta, estremamente remota quanto disperante e lacerante che attraverso l'esplosione frammentaria delle galassie e delle nostre "anime scintille" riscatta la nostra presenza alla vita dall’essere insensibile alveare.
Senza anelito al bene come si vive? da automi, insetti parlanti, e il sottomondo tecnologico al di la di ogni propaganda seduttiva proprio a questo sembra voler ridurre l’esistenza, ad un alveare metallico da cui è raschiata via ogni residua tensione spirituale e dove ogni cosa sarà solo on-off .
L'abbaglio al neon è ritenere che non esistano "sante illusioni" "enigmatiche correnti d'amore"  "fonti segrete dello spirito", ineffabili cause superiori che elevano la materia oltre il suo senso miseramente finito.
In questo, in età maggiormente vicina alla nostra o, per dire più correttamente, quasi agli albori della nostra età attuale, (volendo estremizzare) i pittori pompeiani furono tra i più "felici", poiché ricercarono con successo " la chiarità e il respiro nell'ombra".

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