mercoledì 18 dicembre 2013

il senso dell'apprendere e l'ostacolo dogmatico


«ora gioiscono le arti / perché voi (mercurio e Filologia) insieme/date loro una sacra sanzione/ per cui esse concedono ai mortali / di avviarsi verso il cielo / e dischiudono loro il mondo degli astri / e consentono ai desideri degli eletti / di sfiorare la sfera dell’etere luminoso. / Grazie a voi il vigile e nobile Nous / colma gli abissi del pensiero / […] / consacrate le Discipline tutte e anche noi muse»
(Marziano Cappella: “De nuptiis Mercurii et Philologiae”  inni delle Muse 2-126)
Con profonda intuizione è stato scritto che la filologia è il simbolo dell’acume mentale dell’intelligenza che sa internarsi nel mistero della vita e delle cose, della realtà sia umana che divina, tutto interpretando e decifrando, senza conoscere ostacoli… La filologia è la scienza dell’interpretazione, l’arte dell’esegesi del tutto, non solo dello scritto. La filologia, per natura è strumento preparatorio alla Conoscenza, unica anima di tutte le conoscenze particolari e, il suo atto supremo non può che essere la Tradizione: prisma ideale in cui si rifrange molteplicemente la luce dell’essere.
L’uomo può, come la mortale Filologia, metaforicamente riconquistare il cielo e ritornare all’unità da cui si è staccato per scendere sulla terra.
In questo senso Marziano Cappella nel suo De nuptiis testimonia la rinnovata vitalità simbolica del “paganesimo” morente al tramonto dell’età antica, divulgando l’unità dei due mondi (l’umano e il divino) poiché il mondo del sacro acquisisce senso mediante la “sua” filologia, come Marziano ha dimostrato in quel «thesaurus rerum mysticarum» che sono in particolare i primi due libri (pratiche teurgiche, iniziatiche, ermetiche, Inni Orfici, Oracula Chaldaica…)
Egli è anche e sopratutto testimone dell’abbandono, o meglio, si direbbe, della dissolvenza nella coscienza degli uomini di una particolare tensione aurea, quando nel libro I 9-10 scrive: Mercurio e Virtù cercano Apollo nei templi e nelle grotte, dove rivelava profezie, in questi luoghi, ormai abbandonati, trovano solo foglie d’alloro rinsecchito, bende mezze strappate e attaccate da tarme e tarli; e ugualmente sono deserti gli spazi aerei della scienza augurale; nei luoghi di culto di solito abitati dal dio, si vedono soltanto allori vecchi ed edere appassite, oppure un tripode arrugginito, sandali ammuffiti e tracce di responsi sbiaditi: Apollo Pizio, già da tempo offeso dalle impurità degli uomini.
La Filologia non costituisce un mero interesse intellettuale ma, bensì, attraverso il recupero del significato originario della parola (comprensione sensibile) noi perveniamo al senso più elevato delle cose e delle modalità stesse con cui agire (opera luminosa) sulla materia, che è supporto della ri-velazione divina. E’ questo principio, l’interiorizzazione felice di tale pensiero che, in età maggiormente prossime alla nostra, ha determinato quella breve ma intensa fioritura civile celebrata come Rinascimento.
Accostarsi alla filologia, alla stessa filosofia antica andrebbe inteso come essenziale prova in atto, altresì la mera istruzione non fa altro che limitare noi stessi e il proprio oggetto di senso, il quale, di fatto, è costituito dalla totalità dell’esistenza stessa.
Non c’è valida ermeneutica (arte d’interpretare il senso dei testi antichi) senza predisposizione interiore all’ascesi, alla passione serena per il senso di una “disciplina felice”, opponendosi realmente, per questa via, al senso degenere dei tempi.  
Noi a questo livello di comprensione (essenzialmente amorosa) disponiamo noi stessi, la nostra anima, a interpretare il testo antico nella misura in cui “vitalizziamo” le parole, le idee, interiorizzando la medesima corrente ispiratrice che pervase il cuore di quegli autori, ed è solo questa tensione intima a consegnarci un senso compiuto e "felicemente irrazionale" della vita (lieta gravitas). Ciò costituisce la reale sostanza nutritiva di un testo filosofico, che solo nella misura in cui è capace di amplificare il nostro senso interiore e conseguentemente del Cosmo stesso, può generare il “prodigio minimo” dell’espansione della coscienza.
Possiamo davvero riconoscere i motivi, peraltro inesprimibili, del senso compiuto e assieme fatalmente transitorio dell’esistenza, realizzando la gravità enigmatica del nostro nucleo remoto di coerente   benché talvolta amarissima   sublimità.
Ciascuna anima è diversa perché contempla qualcosa di diverso ed è e diventa ciò che contempla.
Perciò a seconda di dove guarda l'anima è e diviene cose diverse.
La nostra anima ha una parte che è sempre presso gli intelligibili, un'altra presso le cose sensibili, un'altra che è tra le due: essa è una natura unica con parecchie potenze, che ora si raccoglie tutta in quella parte che è la parte migliore di lei e dell'essere, ora la sua parte inferiore precipitando trascina con sé la parte media: poiché non è permesso che l'anima sia trascinata tutta intera. Plotino – Enneadi - II, 9, 2, 1
Il nostro riferimento non può non prendere atto dell’anomalia oscura che pervade il tempo attuale, per il quale ogni significato interpretativo sembra doversi ricondurre a un senso miseramente parodistico e tale in quanto solo utilitarista e meccanico. Per quanto credibilmente stravagante o seduttiva possa rivelarsi una qualsiasi scoperta, dovremmo sempre chiederci dove la sua realtà intende condurci.
Oggi, di fatto, ogni valore che riguarda l’autentica libertà dello spirito, ogni significato atto a infonderlo nelle molteplici dinamiche quotidiane è considerato come inattuale e del tutto improponibile ai ritmi del divenire presente.
L’offesa alle verità dell’anima si radicalizza con l’antico avvento del Dogma, rivelatosi come la necessità di serrare lo spontaneo rapporto dell’uomo con determinate “sequenze armoniche”, idonee ad avvincere positivamente la coscienza a ciò che sostanzialmente la rende libera in se stessa.
La virtù poetica nella storia ha reso testimonianza della volontà conciliatoria delle intime aspirazioni umane che ricercavano la via per elevare il principio teologale al senso più profondo con cui la coscienza si rivela a se stessa, ed un esempio tra i maggiormente elevati è offerto da Dante con il suo inno alla Vergine Maria nel canto trentatreesimo della Commedia e altri altrettanto sommi, coincidenti con la storia stessa della Bellezza, se ne riscontrano in numerose opere architettoniche, pittoriche e musicali.  
Il Dogma, a ogni modo, storicizza l’evento sacro e ne decreta l’irripetibilità per consentire ai suoi “depositari” di tradurne il significato all’ordinamento civile, che è opportunamente costruito o modificato per sostentare la gerarchia preposta alla trasmissione della “verità”. Ma la “verità” proprio in virtù della sua mutevolezza cangiante, è inevitabilmente distorta se travasata o convogliata dentro un rigido contenitore teologale, dove privata di “luce spontanea” oscura il proprio senso estatico originario, che impoverito di significato sussiste come supporto fantasmico di un’esanime, seppur accurata, burocrazia.
La rivelazione originaria è stata irreggimentata con codici, restrizioni normative, nonché eccezionali repressioni che ne snaturano l’ineffabile sostanza, tale “congelamento” opera nell’essenza aurea dell’Evento primigenio un progressivo mutamento di significato della qualità spirituale e dell’aura stessa che ne permea il senso simbolico, operando in esso una pura sovversione dai connotati tutt’altro che “salvifici” che, oltre a dar luogo a profondi equivoci e incomprensioni, agisce per la dannazione dei suoi ministri e la maggior parte di quanti cadono sotto il loro operato.    
Non esiste conca teologale adatta a poter fissare l’essenza ispirativa compenetrante l’universo, è proprio il carattere repentino e instabile dell’ispirazione stessa a costituire il fondamento del mistero profetico. Snaturare l’alveolo (il tempo) arginandone il flusso con la diga della religione formalizzata, trasmuta inevitabilmente l’essenziale nutrimento dell’anima in ciò che l’avvelena.
Questo si realizza attraverso un periodico svolgimento elicoidale il cui valore nell’attuale periodo storico ha un carattere inequivocabilmente declinante verso una progressiva e sempre più precipitosa degenerescenza.                                              
In pratica, sul tempo rimangono come incisi i riferimenti segnici e procedurali di un’antichissima liturgia (pura magia operativa) d’impronta eminentemente sacrale, e nello specifico, qui in occidente rinnovata per l’attuale Ciclo dai Sumeri e giunta fino a noi nel modo dei contrassegni (gestuali e ornativi) di cui variamente si avvale il senso rituale delle odierne religioni istituzionalizzate. Questo, ovviamente, per accrescere il dominio di opportune suggestioni psichiche emanate sulle masse e, da dire, in misura sempre più diminuita lungo il corso dei secoli tanto da essere ormai quasi insignificante, per varcare gli stessi confini trascendenti del proprio agire.    

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