mercoledì 27 novembre 2013

considerazioni inattuali

“La natura infatti ha in sé tale forza che, se anche talvolta può essere ostacolata con l’opporle strutture colossali, o deviata mediante sostegni, tuttavia riesce sempre ad aver ragione su tutto ciò che le si oppone come ostacolo; qualunque cosa cerchi di contrastarla, sia pure con pertinacia, essa, rintuzzandola con costanza incrollabile, col tempo la mette in difficoltà e infine la sconfigge. [...] Bisogna quindi fare attenzione a non intraprendere nulla che non si accordi completamente con l’ordine naturale”
(L. Alberti De re aedificatoria)*
Il pensiero Rinascimentale costituisce l’ultimo strenuo impegno corale dell’uomo volto a restituire oggettiva magnificenza alla materia attraverso il sentire interiore di una grave, quanto splendente, dimensione etica la cui memoria è estremamente remota.
L’uomo eleva se stesso attraverso tutte quelle condizioni che rinnovano nella coscienza l’educazione felice all’armonia, vale a dire, alla giusta connessione, alla reale crescita, che non è affatto un parametro di accrescimento solo finanziario. Attraverso la vitalità, che solo l’ispirazione può rivelare pienamente e felicemente alla coscienza, bisognerebbe essere in grado di riplasmare se stessi nella bellezza, intesa come Grazia, tendervi intimamente come unico e autentico attributo della forza, (intesa come la più pertinente, quanto serena, consapevolezza di sé) introducendo progressivamente nell’animo tutti quei motivi (essenzialmente misterici) attraverso i quali ricaviamo la nostra “enigmatica compiutezza”. L’uomo risolve se stesso attraverso un fare concreto sublimato, verticizzato, dall’impressione poetica: base sicura per ogni autentica opera umana.
Nessun varco rischiarato al neon potrà mai focalizzare la coscienza rispetto ai misteri del divenire. Con lo smarrire il senso più autentico delle Arti Liberali abbiamo esposto l’anima all’azione venefica di una radianza malvagia.
Attualmente le istituzioni sono massimamente distanti da una simile considerazione delle cose, c’invitano alla pigrizia, al disincanto, favoriscono subdolamente la dipendenza dal gioco d’azzardo e le aspettative intime più meschine per mezzo del condizionamento martellante dei media.
Le Arti Liberali in realtà ci sono necessarie e così si denominarono poiché si ponevano l’obiettivo di formare uomini concretamente liberi, e liberi in quanto coscienti, seppur non svincolati dalla rispettiva dimensione sociale, comunque essenzialmente signori di se stessi per mezzo di una competenza certa nel convertire attraverso la materia le proprie aspettative di bene (valore e robustezza dell’artefice). Noi, defraudati dell’immenso patrimonio artigianale abbiamo smarrito il “sapore” delle cose e che in sostanza è coincidente con il “sapere per fare e realizzare” e per questo siamo miseramente decentrati, assolutamente “spiombati” e sempre meno radicati nelle terre in cui viviamo.   
Nel “Momus sive de principe”, un romanzo allegorico d’impronta lucianea, attraverso la metafora mitologica, emerge in modo chiaro la preferenza di Leon Battista Alberti per un “sapere concreto”. In quest’opera Caronte si prende gioco del filosofo Gelasto, il quale  conosce “il corso degli astri” ma non sa “niente delle cose umane” e, di contro, loda l’acutezza dello sguardo dell’artefice (pictor) che a forza di osservare attentamente le forme del corpo ha visto da solo più cose di tutti i filosofi insieme, con le loro sottigliezze, i loro cavilli verbali e le loro “ricerche sul cielo”.
In questo romanzo Alberti si scaglia con disprezzo contro i principî fisici e metafisici della tradizione aristotelica, ma, soprattutto, egli mira a difendere la sua libertà di pensiero contro ogni principio dogmatico: in questo consiste, la “non-filosofia del filosofo”. Lo stesso concetto è ribadito nei “Profugiorum ab erumna libri” attraverso la metafora della nave: “E noi, produtti in vita quasi come la nave, non per marcirsi in porto ma per sulcare lunghe vie in mare…”.
Sulla medesima linea si pone Leonardo, richiamandosi all’esperienza e al ruolo svolto in essa dalle “matematiche dimostrazioni” (Trattato della pittura) per contrapporre la vitalità dell’homo faber ai limiti di una vita chiusa soltanto in una sterile cogitazione o meditazione.
Il fare degli artefici è il modo concreto del conoscere, e consente, meglio di tanti altri approcci più teorici, di avvicinarsi alla verità. Sempre nel Momus, architettura e pittura sono contrapposte all’astratta speculazione filosofica e sono considerate fonti di un sapere che si può definire “poietico” in senso etimologico (poiei'n = fare, costruire, rimandando il senso materiale al senso più luminoso dell’infinito) poiché la dimensione della conoscenza si fonde necessariamente con la realtà feconda. È questa la conclusione cui sembra giungere Giove stesso, rammaricandosi di aver affidato ai filosofi, piuttosto che agli architetti, il piano di ricostruzione del mondo.
Che il disegno, ad esempio, non si limiti ad un esercizio manuale, ma metta in moto meccanismi intellettivi, è chiaro agli artefici del Rinascimento che lo posero come fondamento e origine delle arti visive. Così già con Cennino Cennini e Ghiberti fino a Vasari e oltre, esso costituisce il principio teorico in base al quale per circa due secoli si tenterà di unificare le arti figurative e, nello stesso tempo, di nobilitarle, includendole tra quelle liberali.
L’atteggiamento “a-filosofico”, o meglio si direbbe di “filosofo originario”, di Alberti trova il suo presupposto in una scelta essenziale: un ideale di conoscenza non astratto, ma aderente alla realtà e volto all’utilità pratica. Ne consegue che il fine di tutte le arti, per l’umanista, è quello di giovare all’umanità e di rendere felice, termine questo, da intendere nella sua accezione propriamente iniziatica, dunque, nel senso virgiliano: Felix qui potuit rerum cognoscere causas, (Georgiche ,489) che vale, fortunato colui che ha potuto conoscere le cause delle cose. Conoscenza della cosa attraverso le cause, non mediante sterile ragione ma per intendimento eminentemente poetico, approfondito mediante il percorso di una vita dedita alla comprensione, propriamente attiva, del fondamento naturale.
Perciò Alberti non apprezza coloro che spendono le loro energie “in cose non certe e di sua natura a’mortali non concesse”, come ricorda l’ammonizione: “Smetti, uomo, smetti di andar ricercando, oltre quanto è consentito all’uomo, simili misteri del Dio e degli dei. Sappi che a te, e a tutte le altre anime racchiuse in un corpo, questo solo è stato concesso: non ignorare completamente quel che vi cade sotto gli occhi”.
(Intercenale Fatum et Fortuna)

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Alberti ha ad ogni modo una concezione elitaria della dignità dell’architetto, che non deve di propria iniziativa proporre consulenza a tutti ma concederla solo a quelli che “ne facciano più volte richiesta”. Inoltre, ritiene che l’architetto debba occuparsi solo della progettazione, fornendo “consigli sinceri e buoni disegni” e lasciando alle maestranze la direzione e l’esecuzione dei lavori, annotando nel suo Architettura, “Questi lavori devono essere affidati a maestranze abili, caute, rigorose, che sappiano eseguire ciò che è necessario con accuratezza, impegno e assiduità”.


FONTE: http://www.unipa.it/~estetica/download/DiStefano_Alberti.pdf

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