giovedì 3 ottobre 2013

seduzione della dissoluzione



L’impostazione, assolutamente anomala, dell’assetto sociale contemporaneo è frutto di un incantesimo non compreso, abilmente mimetizzato e progressivamente assorbito nella vertigine implosiva dell’attuale giro dei tempi. La moltiplicazione ossessiva di segni e suoni (autentici condizionamenti sonoro-visivi) manifesta l’attuazione programmata di uno smarrimento volutamente indotto.
E’ quella del mondo innocuamente definito come pubblicitario la malia di una remota stregoneria che sotto differenti travestimenti ha mascherato la sua identità dentro il referente semantico del Pop.
L’inflazione stessa di segni e riferimenti è l’effetto desiderato sulla configurazione effettiva dell’individuo-massa. E’ il segno ottimistico del sorriso “stirato” “vitreo”, o ugualmente ammiccante o tristemente carnale, che in sostanza costituisce la parodistica immedesimazione della persona rapportata a un’identità fraintesa e modellata su un equivoco raschiato di ogni ragionevole enigma costruttivo, “corretto” alle proporzioni avvilenti della dimensione preconfezionata.
La realtà Pop, vive di una profonda rispondenza criptica dissimulata dall’immediata comprensione della metrica segnica o sonora che ne caratterizza la facilità di diffusione. La dimensione aberrante, risiede nel fatto che la profondità misteriosa del messaggio Pop inverte il significato della sostanza vitale coinvolta nella sua attrazione a una forma mai sperimentata prima da nessuna circostanza stregonesca, poiché dissolve, elimina, ogni naturale prerogativa di spontaneità confinando l’identità cosciente dentro un dominio terribilmente angusto, una cella radioattiva da cui emerge sopra ogni altro significato una sovrana contaminazione.   
A tutti gli effetti, la fantasmagoria Pop è la manifestazione della gioia oscura che accompagna le ultime forze della dissoluzione. Una dissoluzione svuotata di ogni attesa di rinascita.   
Pronunciare canti e parole equivale a formare la realtà. Il latino Fatum deriva da Fari, cioè dire, parlare.
La parola del mago è il fato delle cose. Oggi il mago è la continua reiterazione di un mantra buio tecnologicamente supportato, dove la ritmica è incantatio e carmen ribaltati ad una variazione abnorme dei parametri esistenziali.
Come scrive Pavel Florenkij, il nome (comando vibrazionale) vive nella cosa, il nome genera la cosa. La cosa interagisce con il nome, la cosa imita il nome e mentre nell’interazione propria al mondo tradizionale, la “cosa” ha molti nomi diversi ma diversa è la loro forza, diversa la loro profondità, nel dominio consumistico di mercato il significato è riconducibile a una assoluta seduzione di non-senso.
La metamorfosi dell’antico inganno è stata talmente repentina da non essere riconosciuta.
Teurgia e magia, per  Florenkij costituiscono la più alta e vitale forma di contatto tra l’uomo e la natura rappresentando il legame per eccellenza con l’energia creatrice, esse sono antiche quanto l’umanità, tali prerogative, la virtù cosmogonica che canalizzano rappresenta l’unica nostra possibilità per sperimentare l’esistenza reale, che se svuotata di questo significato archetipale, di fatto, destina la sopravvivenza dell’individuo ad una mera identità solo larvale.
E poiché il nome è il fulcro in cui convergono forze e formule magico-teurgiche: Numina-nomina-Omnia rerum, ne deriva che la filosofia del nome è la filosofia più diffusa e risponde alle aspirazioni = direzione, più intime dell’uomo. 
Visione artificiale del mondo e sua conseguente non-realizzazione, ecco a cosa assolve la continua esigenza di puntellare la quotidianità con miriadi di richiami reclamistici, con molteplici irraggiamenti elettromagnetici; le modernissime icone profane della dissoluzione, del nuovo fenomeno ipnotico di massa che di fatto sembrano consegnare progressivamente la nostra identità maggiormente profonda ad un oblio senza ritorno.

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mercoledì 2 ottobre 2013

il Nome e l'Intelletto



Noun = nome è assonante a Nous = intelletto.
Molto sinteticamente, l’etimologia di Nous deriva dal verbo "no eo" ossia “io vedo”, che nello sviluppo semantico rappresentato dai poemi omerici, il concetto di “noèin” sarebbe più strettamente legato al senso di visione, veggenza.
Secondo l’originario uso della parola, noèin, indicherebbe come il fiutare del capriolo che "scova" qualcosa, nel senso di "qui c’è qualcosa" ossia, di riconoscimento intuitivo (reminiscenza) cui l’olfatto è intimamente correlato. Il nùs, (nous) consisterebbe nell’immediatezza del trovare, pari a una folgorazione intuitiva.
Il nùs è pensato da Anassagora come una materia finissima che raggiunge e penetra tutto (Fedone). Esso, per così dire, annusa tutto perché è presente in tutto, senza mai essere mescolato con alcuna cosa.
Questi qui riportati sono tutti segni, (sèmata) sparsi, o meglio, disseminati come semi, appunto, sulla via dell'esistenza e noi, talvolta, ne possiamo ancora riconoscere la debole ma pur sempre significativa germogliazione che ancora si rinnova su questa terra contaminata.
In Parmenide, che fu iatromante = guaritore-veggente iniziato al culto di Apollo, il noèin non è inteso in alcun caso come un pensare solo sistematico, ma bensì esso è propriamente inteso come il riconoscere, cogliere, scorgere, scoprire, percepire. 
Nel noèin, si aggiunge al percepire la comprensione interiore di ciò che è percepito. 

Come tale, il noèin sta in uno speciale, intimo rapporto con lo èinai che è dialogo sull’essere: inteso non come mero ragionamento, ma percepito come una devota, quanto profonda, interrogazione in se stessi la cui finalità è la dilatazione della coscienza oltre la dimensione fisica del Cosmo. Il fine è pervenire all’essenza più intima della quiete.
L’importanza che i Greci davano alla parola era grande e colui che era capace di dominarla era considerato in possesso di un dono divino. Dominarla, significava trasmutarla, infondere la trasformazione nel lògos stesso, innalzandone il significato in pura poìesis, che significa contemporaneamente “poesia, canto” e al contempo “azione, creazione”.
Superata la Porta che segna i cammini della Notte e del Giorno, Parmenide si trova catapultato al di là del mondo della logica umana, ed entra nel reame del mito e del paradosso. In quel luogo (o meglio, in quel non-luogo), che rappresenta il raggiungimento dell’ epopteia, il filosofo incontra una misteriosa entità, chiamata semplicemente “la Dea”. In tutto il poema non è mai rivelato il suo nome.
Questa la natura segreta della divinità, della sua emanazione misterica, forza cosciente applicata in terra dove attraverso l’uomo per mezzo del lavoro ispirato giunge a realizzare il senso felice dell'opera, che diviene “creazione”, ossia, punto mediano tra contemplazione e azione. Il progressivo dissolvimento o ribaltamento di tale significato propriamente aureo, offuscato dagli atti massimamente irrituali della società odierna, testimonia la prossimità della fine di un mondo storico. Una realtà che ha originato dalla memoria ancestrale della “caduta” e che ha collegato la necessità dell’idea creatrice all’agire umano, quale unica possibilità di riscatto offerta all’uomo del presente Ciclo.