domenica 8 settembre 2013

L'Iran persiano (aggiornamento)



Dal termine Airya, di cui Eran è il genitivo plurale indicante la terra, o meglio, l’eredità “degli Arii” trae origine il nome dell’Iran che, sin dalla sua definizione etimologica, designa quanto di più puro sopravvisse della civiltà delle origini.
I rappresentanti autentici della Tradizione confermano che il corso della Civiltà antica, moltiplicatasi lungo il corso della storia nelle sue diverse manifestazioni, secondo il luogo e dell’etnia che ne traduceva sensibilmente nella realtà particolare le coordinate simboliche, tale percorso, dunque, variamente contrastato dalla pressione contraria del giro involutivo dei tempi, si è svolto negli ultimi dieci millenni da Ovest verso Est. Da una certa prospettiva necessariamente più ampia, i termini “Oriente” e “Occidente” sono perciò del tutto relativi, prestandosi a significazioni multiple e interscambiabili.
Gli Arii, o l’etnia convenzionalmente definita come Indoeuropea, in età preistorica e antidiluviana, sarebbe pertanto migrata dal centro dell’Europa (un esempio: http://simonebarcelli.org/2013/06/lenigma-di-glozel/) verso il Pamir o “tetto del mondo”, occupando poi da qui più vasti territori successivamente conosciuti coi nomi di Persia e India, innestandosi con le etnie locali e avviando quelle antiche civiltà a noi più conosciute.
Ammirevole fu il superiore equilibrio dimostrato dagli iranici, almeno fino ad un dato momento dell’attuale Ciclo involutivo, (Kali-yuga) tra Azione e principio Metafisico, dunque, nella Giustizia. Non a caso vi fu ammirazione e stima da parte dell’Impero di Roma per gli Iranici e l’Impero di Persia.
I due sistemi denotano le più singolari e pronunciate affinità elettive nel campo spirituale, pedagogico, giuridico e militare, beninteso pur albergando in sé i germi di quella consumazione, apparentemente irreversibile, che attraverso i secoli avrebbe minato l’integrità delle generazioni determinando lo sfaldamento di quel senso propriamente “verticale” che solo eleva il significato della Civiltà, ormai naufragata sulle rive dell’oggi. Quello attuale, è un presente assolutamente svilito, completamente industrializzato e livellato a un principio dissolutivo, stretto nelle anguste logiche della fredda (intimamente morta) ripetitività seriale.
Si dovrebbero comprendere i motivi per cui il culmine degradato dell’attuale Ciclo vada a rivelarsi proprio in quelle terre dove la memoria ancestrale dell’uomo trova coincidenza con uno dei rinnovamenti più significativi del suo tragitto propriamente cosmico.
Diciamo Iran e significhiamo una parabola posta tra due ordini di realtà, che dai tempi di Noé sono intessuti d’immensi bagliori seguiti a improvvisi eclissi, di cui l’attuale appunto, sembra essere la più fonda, la maggiormente critica.
La pressione controiniziatica ha minato sia dall’interno che dall’esterno l’integrità della cultura iranica, qui in Occidente vittima di una distorsione mediatica. 
L'Iran, nel periodo fra le due guerre mondiali, non fu direttamente colonizzato, ma ebbe sempre due potenti “protettori” che “garantivano” per le scelte politiche iraniane: la Gran Bretagna – che aveva importanti concessioni petrolifere – e l’URSS, che difendeva in quel modo – eterno e secolare leitmotiv della grande Russia – i confini meridionali. Il punto di rottura dell’equilibrio fu l’avvento al potere come Primo Ministro di Mohammad Mossadeq, che nel 1951 nazionalizzò le compagnie petrolifere ed estromise gli inglesi (http://www.disinformazione.it/cantoayatollah.htm).

Il punto critico e l’equivoco di base sono rappresentati dallo scontro avvenuto nei tempi classici tra la Grecia e la Persia, dove qui, tutte le storie occidentali hanno raccontato il falso (culminato nella parodia satanica della pellicola “300”) e andrebbero rivedute e corrette con la massima energia (senza nulla togliere alla Vir guerriera spartana e al sacrificio delle Termopili). 
A ogni modo, Senofonte, Platone, e lo stesso Erodoto rendendosi conto della verità simpatizzarono per i Persiani.
In realtà l’Impero persiano incarnò una tra le più pure espressioni della cultura originaria e, pertanto, fu maestro stesso della grecità classica che allora attraversava una precipitosa fase degenerativa il cui acme fu raggiunto con la guerra tra Sparta e Atene, dalla quale nessuno uscì vincitore e che segnò l’irreversibile declino del mondo ellenico. Declino che, in un certo senso, diffuse trasversalmente il caos democratico, oratorio e sofistico che tutt’oggi contraddistingue la demagogia delle nostre fittizie “democrazie”.
L’Europa attuale, ricettacolo di tutti i mali della decadenza più fonda, è in decomposizione come la Grecia di allora. Con la differenza che l'Europa odierna è totalmente priva di ogni fervore puramente lirico, (trascendente) completamente annichilita dal parametro assolutista del razionalismo e materialismo con cui cerca attraverso un arida normativa di ridurre ogni legittima istanza di autonomia da un potere centralizzato indifferente al particolare umano che intende assoggettare.

E’ l’Imperatore Augusto che concepì il disegno di unificare tutti i culti del tempo nel culto solare mitraico – di essenza e provenienza iranica – e il genio spirituale ario s’innesta segretamente anche nella rivelazione cristiana. Presiedendo all’annunciazione della natività i fatidici tre Magi – chiara presenza iranica –  testimoniano la veridicità della nuova Epifania, stravolta nel suo significato più autentico dal cattolicesimo stesso.
Così nel medioevo dalla fioritura persiana della poesia d’amore, discende la mistica del dolce stil novo, innalzata alla corte di Federico II e culminata con Dante.

Così vale per la Siria, oasi di pace e prosperità, guardata ed invidiata da tutto il mondo come modello ideale di sviluppo e pacifica convivenza tra culture e religioni. (http://www.quieuropa.it/siria-ecco-perche-il-nuovo-ordine-mondiale-la-odia/)

Il violento sovvertimento del Medio-Oriente è riconducibile all’azione di quelle forze propriamente sataniche che dall’11/09/2001 tentano assai pervicacemente di determinare una forte accelerazione al “nuovo” assetto temporale.
Si tratta in sostanza, dell’ulteriore capovolgimento simbolico e pertanto sacrale della storia del pianeta.
La spinta propulsiva dell’odierna aggressione democratica è una causale meramente economica, appunto fondata solo in apparenza sull’equilibrio economico, assolutamente artificioso e che regola i vari rapporti tra gli stati, mentre invece, il suo nucleo reale, sottratto all’attenzione generale dalla condivisa convenzione utilitarista, dissimulata a sua volta da una scialba demagogia, consiste nell’identità di una potente volontà disgregativa del principio luminoso dell’essere e, dunque, di tutto ciò che ne qualifica la pura identità carismatica, la sua sopravvivenza latente, che al momento opportuno può sempre sprigionare il suo inalterato valore residuo attraverso le variabili temporali che la racchiudono.

La corsa di questi tempi ultimi è la corsa alla disintegrazione dell’anima del mondo, lo sradicamento delle radici ontologiche dell’uomo.
Tutto ciò che è antico e organico sembra ormai destinato ad essere manipolato, sostituito, definitivamente vinto, in quanto la scienza profana sottintende una sterile obbedienza per essere applicata come assoluto parametro di metodo allo sviluppo umano, che, di fatto, asservisce brutalmente. E' una brutalità adulterata , quanto mai raffinata, ma in ogni caso assolutamente antitetica all'autentico spirito creativo. Questo perché il principio dell’indiscutibile scienza positiva non fonda nella libertà dell'essere, non può fondare sulla sua libertà. La volontà meccanicistica scaturisce dal dominio della cruda necessità elevata a uno stato di condizione suprema. 
Dall’asservimento dell’uomo allo stato di necessità moltiplicato esponenzialmente dal bisogno artificiale, l’esistenza è condannata a stravolgere il suo significato nel disumano.
La nostra epoca è chiamata a sperimentare tale drammatica metamorfosi involutiva, con una gradazione d’intensità sempre maggiore e che inevitabilmente confinerà la storia dentro un "sottovuoto spinto".

Qui sotto il link di un documentario francese sull’Iran degli anni ’50, dove si rileva l’idealità dell’esercizio fisico che è al tempo stesso preghiera e meditazione dinamica, coralità ispirata, felice verticalizzazione dell’essere; insomma, tutto ciò che è contrario al dominio industriale. (la parte più suggestiva inizia al minuto 2.05”)

Qualcosa insomma di totalmente diverso e assolutamente migliore delle nostre palestre "sintetiche" e del nulla sovrano che si respira dentro i cosiddetti "centri benessere".
    















* Desunto dallo scritto di Silvano Panunzio: La missione dell'Iran - integrazione reciproca tra Persia islamica ed Europa Cristiana



Link a questo post:

Crea un link

<< Home page