mercoledì 2 gennaio 2013

Il debito






“più si compie la propria parte mortale fino in fondo più si partecipa a un grande destino”
(Eraclito, fr. 25)
L’inquietudine sembra essere, in un certo senso, l’identità stessa della nostra ombra.
Inquietudine generata attraverso i contrasti di luce ed ombra, scaturiti dai motivi della “caduta” adamitica nel dominio del transitorio divenire materiale, dove in quest’età postmoderna, le aride illuminazioni alogene amplificano il nostro  senso di estraniazione profonda da una realtà che in ogni caso necessita di un metodo opportuno per essere compresa positivamente.
L’inquietudine è insita nella stessa vibrazione degli atomi, come testimonianza di una inesprimibile eruzione che determinò l’attuale proiezione universale: una realtà ardente in cui è stata indispensabile la nostra presenza cosciente.
Sostanzialmente si può respingere il messaggio che ci deriva dal mondo della tradizione, ma, (considerazione questa di Evola) non è possibile negare l’intima logica connessione di tutte le sue parti una volta che se ne conosca il fondamento.
Questo fondamento dell’essere, (fondamento ad ogni modo luminoso) è radicato con l’idea stessa dello stupore e dell’incanto, congiunto con la realtà della morte, che è molteplicemente partecipe di ogni istante della nostra esistenza.
Indaghiamo realmente noi stessi solo attraverso l’ispirazione, che ci eleva in noi stessi. L’ispirazione è una qualità immensa e immensamente fragile e molto facile ad essere manipolata, sporcata, snaturata per mezzo di fosche suggestioni che la capovolgono in un basso fervore egoico in grado di avvelenare l’esistenza.
Salire o scendere per l’anima, significa ad ogni modo percorrere sempre la stessa  via, come insegna Eraclito, una via che se percorsa in discesa porta alla perdizione o in salita a dimensioni più augurali, almeno credo, spero, sia così.
Scrive un autore che apprezzo molto, Giuseppe Lampis e dalle cui riflessioni (edite dalla rivista atopon) ricavo questo mio compendio, che percorrere queste due opposte direzioni è inevitabile ed è proprio dall’esperienza che ne deriva, che è carica di tutte le sicurezze e delusioni, timori e ardenti slanci, che può formarsi la realtà della sapienza. Sapienza intesa nella sua accezione originaria.
La reale sapienza (Disciplina Felice) è dunque l’approdo di un’ascesi, (esercizio) non è un astratto contenuto mentale, un insieme di nozioni o dati di fatto, ma la sapienza riguarda lo stato esistenziale demonico: essa consiste nell’educazione del proprio Daimon.
Questo percorso auto educativo è essenziale per condurre un esistenza realmente consapevole di sé e richiede una costante vigilanza in se stessi, per la quale ogni tradizione insegna che la vita è autentica lotta diretta contro entità diafane, l’esistenza dell’uomo è tensione allegorica, puro combattimento interiore, quale conseguente riflesso della guerra cosmica avviata già prima che l’uomo fosse.
Ogni persona emettendo il primo vagito annuncia la sua venuta al mondo dell’evidenza, ma la sua vera nascita, nella realtà tradizionale, avviene in età cosciente per effetto di una perfetta iniziazione posta in intima relazione con il senso della spiritualità originaria, una forma di conoscenza inscindibile dall’esperienza del corpo fisico e della materia nel quale è formato. Non a caso Dante intraprende il suo viaggio con il corpo, principiando il cammino di Conoscenza esclusivamente dalla situazione che egli ha avuto in sorte ed è respinto non appena tenta la scorciatoia del monte, perché egli deve muovere dalla sua condizione attuale, ossia scendendo in se stesso attraverso una forma di conoscenza puramente estatico-visionaria, posta sotto il dominio di amore. 
Purtroppo per noi, le odierne istituzioni preposte al controllo e gestione delle nostre esistenze, fanno di tutto per distoglierci dalla discesa, inquinando trasversalmente ogni possibilità che possa favorire il ritorno in noi stessi, deprezzando ferocemente ogni evento o impresa atta ad evocare l’importanza di tale dimensione contemplativa e operativa.
Come moderni possiamo comunque intuire la fondatezza di questo perenne insegnamento di salvezza, professato in tempi maggiormente antichi qui nel mediterraneo, dai primi cristiani e prima di loro dai luminosi orfici.
Se non coltiviamo in noi il senso del prodigio non matureremo mai l’idea sana di presagio, (Aristotele – metafisica) presagio per il quale possiamo adottare un certo modo di agire (sano agire = contrario ad ogni morbosità ed istigazione del basso ego) rispetto ad un altro, ai molteplici altri che in definitiva rappresentano solo una parodia dell’autentica azione interiore.
In definitiva, insisto su questo, c’è solo un modo di agire correttamente nella vita e il paradosso è che questa società ci consiglia tutti i possibili menzogneri per evitare l’autentica discesa interiore, e che vanno dalla mistica svenevolezza new-age (eclatante l’abbaglio che le varie conventicole new-age hanno proiettato, prevalentemente in malafede, sulle moltitudini con l’aspettativa dell’appena trascorso 21/12/2012) compreso l’algido quanto davvero insignificante parametro tecnologico, il quale di fatto costituisce la consacrazione della passività umana subordinata ad una relazione svigorente, com’è quella offerta dallo sterile dominio delle ormai necessarie e insostituibili macchine, dei necessari e insostituibili congegni artificiali regolanti la struttura stessa del tempo e del pensiero.
Adesso, non ci sarebbero domande da rivolgere a noi stessi e alla sfera divina, quanto al più realizzare nuovamente  l’antica quanto perenne consapevolezza, che considera l’esistenza sicura di un etica saldata alla vita dell’uomo (uomo-universo) e per essa la nostra presenza a questa vita: sostanzialmente siamo qui per assolvere un debito.
Un debito ancestrale, alterato o convertito nel cristianesimo in “peccato originale”, ma comunque un fatto indubitabile di cui l’uomo arcaico aveva nozione: lo sciamano traduceva a coloro che lo consultavano l’entità del loro debito.
Siamo nati per dare qualcosa, siamo qui, intagliati in questa dimensione per restituire qualcosa che abbiamo già preso in anticipo (forse è inutile domandarsi cosa).
Non dobbiamo risolvere nulla, solo realizzare lo stato di una dolorosa condizione enigmatica e irrisolvibile se non attraverso la dimensione poetica ed estatica.
In questo senso si comprende perché la figura di Gesù ri-attualizza (all’inizio dell’età dei Pesci) l’atavica visione sciamanica e del perché sia stato investito di un tale ruolo su cui ha girato come attorno ad un perno il giro di un intero Ciclo cosmico, la porta che ha introdotto l’umanità presente ad una nuova epoca e per la quale, non potendo tale umanità far fronte alla degenerazione avanzante, un solo uomo ( Cristo appunto) è stato investito di tutte quelle qualità proprie alla persona antecedente alla “discesa dei tempi” e dunque, capace di invertire la discesa per mezzo di un atto sacrificale in grado di ristabilire il contatto tra due mondi e farsi garante del passaggio di quanti vorranno percorrere la via da lui aperta.
Questa è la santità delle origini, la perfetta santità dello sciamano primitivo che avvalendosi del mistero del rito sacrificale s’inoltrava attraverso il labirinto delle dimensioni per aprire una strada all’uomo smarrito nei suoi meandri.
Oggi, tutta un Età è smarrita nel labirinto del divenire e forze puramente sataniche tracciano false vie, vie ideologiche o pseudomistiche che inducono le persone a credere di non dover restituire niente ma che hanno il diritto di chiedere e prendere – pretendere – tutto.
Cristo dice che dobbiamo restituire ciò che abbiamo preso, prima di tutto il sangue che ci anima e poi anche le cose immateriali.
L’avidità è sete satanica, tutta questa società è una gigantesca vetrina incrinata e pendente su una realtà di fatto incognita.
E’ tutto così enigmatico che mi sono risolto ad accogliere ogni cosa con animo consono a questi insegnamenti.
Credo che il miglior modo per restituire sia l’esercizio della compassione.
Adesso siamo qui e poi svaniremo.
Inoltre, se vi sono creature angeliche, idealmente penso alle stesse Muse, preposte ad accogliere le nostre invocazioni, credo che queste rispondano alla stessa esigenza che un musicista ha di rendere partecipe altre persone della sua melodia.
Se qualcuno, in un certo senso, potesse prestarci aiuto da una dimensione migliore, lo farebbe per la necessità di una condivisione gioiosa dei motivi sensibili e nobili che la vita infonde all'intelligenza profonda del cosmo e riflettente se stessa nell'armonia.
La nostra discesa nella materia rimane un enigma irrisolvibile, e se dico che qualcuno è preposto ad aiutarci non significa che ci saranno risparmiate le sofferenze.
L'aiuto che possiamo ricevere, in un certo senso, è quello stesso idealmente ricevuto da un Boezio, un aiuto che non gli ha risparmiato né la prigionia, né la condanna a morte. Tale aiuto insomma, consisterebbe nella realizzazione di una maggiore consapevolezza derivata da impercettibili ispirazioni, un accrescimento della vita dell'animo e della sua predisposizione ad essere attirato verso una determinata realtà, la consapevolezza di una dimensione luminosa che lo stesso dolore non può estinguere.
Si è detto che noi siamo scesi quaggiù per superare una prova e scendendo abbiamo lasciato una controparte celeste garante del nostro cammino terrestre e che richiede di essere ridestata dalla nostra continua evocazione.
Possiamo evocare come se intonassimo un richiamo affacciati sull'orlo del nostro pozzo interiore, evochiamo discendendo maggiormente in noi stessi e non estraniandoci da noi stessi.
Il sole è il sole interiore, il cuore è un sole.
il cuore è violaceo così come è stato verificato che il sole se viene osservato fuori dall'atmosfera, nello spazio appare violaceo, e benché dal cuore di poco dissimile nella forma è identico per la sostanza in quanto governa la circolazione vitale del suo sistema.
Su internet scrivo semplicissime riflessioni intime perché m'illudo che potrebbero trovare una discreta condivisione con altre persone poste in sintonia con un certo modo d'intendere l'esistenza, riflessioni che possano essere di una certa utilità come lo sono per me.
Alla fine quelli che qui metto sono dubbi e tentativi di centrare l'esistenza con convinzioni e ricerche di chi maggiormente ispirato e preparato ci ha preceduto tracciando una via che istintivamente ritengo essere quella giusta, quella davvero necessaria per dipanare l’insidia del gigantesco inganno attuale.

P.S. al momento che scrivo il cielo è irrorato, sporcato, di scie chimiche. Ostilmente cangianti, opprimenti, costituiscono il culmine del progresso, l’apice della contaminante e indifferente marcatura razionale dei nostri ultimi confini spirituali. Scrivo marcatura razionale e con questo intendo dire di un sigillo sintetico avente una sola natura nichilista e relativista, indubitabile traccia satanica dell’attuale mutamento insensato causato alla vita.  


in un certo senso questo voleva anche essere un tentativo di commento a quest'interessante articolo:
http://www.anticorpi.info/2012/12/intervista-allo-sciamano-p1.html

ma per motivi di spazio alla fine l'ho scritto qui