giovedì 31 gennaio 2013




Soffi di schianto precipitano i mesi
dentro la diafana pupilla dell’eterno: il tempo
ricurva legge degli astri e delle cose
affioranti da baratri perenni
dove ogni stelo e fioritura affondano le radici
ogni tempio e casa le fondamenta
ogni desiderio il suo segreto fine

lunedì 28 gennaio 2013

LA MISTERIOSA“FINESTRELLA” DI SERVIO TULLIO*



Così si chiede Plutarco nella 36° delle Questioni Romane, che riportiamo per intero:
“Chiamano una delle porte della città Thurís[1] (questo infatti significa fenestra) e presso di essa c’è la cosiddetta camera della Fortuna. Perché? Forse perché il Re Servio, che fu molto fortunato, ebbe fama di incontrarsi con la Fortuna che gli faceva visita attraverso una finestra.
Oppure questa è una favola; e invece il luogo ebbe tale denominazione dopo che, alla morte del Re Tarquinio Prisco, sua moglie Tanaquilla, donna saggia e regale, sporgendosi da una finestra si rivolse ai cittadini e li convinse a proclamare Re Servio”.[2]

Sempre Plutarco (questa volta ne La Fortuna dei Romani, 10) riferisce dello stesso particolare:
“Egli si legò a Fortuna e da lei fece dipendere la stessa sovranità, tanto che dette a credere che Fortuna si congiungesse con lui, scendendo nella sua camera attraverso la piccola finestra che ora chiamiamo Porta della Finestrella”.

Ma già prima di Plutarco Ovidio, nei Fasti, ha raccontato dello strano rapporto fra la Dea Fortuna e Servio, riferendo di questa finestra:

“Intanto, timidamente, la dea confessa i suoi furtivi amori / vergognandosi, lei creatura celeste, di essersi unita ad un mortale / - perché da un forte desiderio fu presa per il re, / per questo unico uomo lei non fu cieca – lei che di notte era solita entrare in casa sua per la finestra, / da cui prende nome la Porta della Finestrella.”[3]
 Tornerò brevemente sulla regina Tanaquilla alla fine. 
In questa sede non intendo affrontare per esteso la questione del particolare rapporto che lega il sesto re di Roma con un essere sovrannaturale e che, per questo motivo, molto lo avvicina al secondo re, quel Numa Pompilio, il quale, secondo la tradizione, ebbe commercio carnale con la ninfa Egeria, sua praeceptrix (Val. Max. I 2, 1 ) e consigliera.[4]
Rileverò soltanto che è stato opportunamente notato come questo rapporto con esseri non-umani femminili accentui le caratteristiche “sciamaniche” della specifica funzione svolta da quei due sovrani.
 Infatti, sono “spose celesti”[5] che aiutano lo sciamano nella sua istruzione e nella sua esperienza estatica. L’essenziale studio di Mircea Eliade dedicato allo Sciamanismo[6] dedica molte pagine a tale tematica e la figura di Numa Pompilio, ancor più che quella di Servio, si presta a considerazioni di questo genere, sì che Egeria è stata giustamente paragonata a quelle dākini (in sanscrito) o khandroma (in tibetano) che nella tradizione himalayana si accompagnano a grandi guru o maestri tantrici famosi.[7]
 A questo proposito, sono impressionanti le similitudini fra la pratica (attuata grazie a doti “naturali” e paranormali) di condizionamento dei propri sogni, secondo le esigenze del momento e in un contesto sacrale, presso i Sabini[8] - da cui proviene Numa – e l’insegnamento iniziatico (di derivazione Bön e proprio alla scuola nyingma) della corrente Dzogchen circa lo Yoga del sogno, di cui ha diffusamente parlato il Lama Namkhai Norbu.[9]
 Anche la lingua misteriosa e segreta delle dākini, che solo i grandi terton o “scopritori di tesori” himalayani sono in grado d’interpretare,[10] ha un parallelo con Egeria, la quale è spesso affiancata dalle Camenae come consigliere di Re Numa e talora considerata come una di loro.[11]
 Ed è ben nota la funzione oracolare di queste e in particolare di Carmenta, la ninfa madre di Evandro, di frequente alle Camenae associata, artefice e tutrice di formule magiche, nonché introduttrice dei quindici segni dell’alfabeto latino, formati a loro volta sulla base dell’alfabeto pelasgico di Cadmo.[12]
 Sulle caratteristiche “sciamaniche” di Servio Tullio e, in questo contesto, sui suoi rapporti con la dea Fortuna, tratta diffusamente Leonardo Magini nel suo recente La dea bendata. Lo sciamanesimo nell’Antica Roma[13]. In tale dotto e ampio studio (che ha forse il difetto di una certa asistematicità) l’episodio inquietante della “Finestrella di Fortuna”, se pur citato, non è stato adeguatamente considerato, qualora si tenga conto che può servire ad avvalorare la tesi dell’autore.
 In un noto testo evangelico (Matteo XIX, 24) è attraverso una “porta stretta” - la “cruna di un ago” - che si può accedere al Regno di Dio. In un senso meno elevato, si può anche parlare, come Dante,[14] di “passare per la cruna dell’ago” per indicare ogni passaggio da uno stato ad un altro. Ciò implica una “morte” e una “rinascita”: ha quindi una valenza iniziatica.
Come i defunti, gli sciamani nel loro viaggio onirico debbono attraversare un passaggio pericoloso, dal momento che, come la morte, lo stato estatico comporta un “mutamento”.
La finestrella che mette in comunicazione due mondi: quello, sovrumano, di Fortuna, e quello, terreno (ma volto ad una condizione apparentemente superiore all’ordinaria degli uomini normali, cioè alla funzione regale) di Servio Tullio, ricorda proprio la paradossale situazione di certi sciamani o degli eroi di certi miti riferita da M. Eliade. Essi debbono passare per dove “notte e giorno s’incontrano” [si tenga qui presente il legame tra Fortuna e la Luna], trovare – appunto – una porta in un muro “o salire in cielo attraverso uno spazio che si apre per un attimo, o passare fra due macine in continuo movimento, fra due rocce che ad ogni istante si rinserrano, fra le mascelle di un mostro e via dicendo”.[15]
Sono, queste, immagini mitiche esprimenti la necessità di trascendere i contrari – ha sottolineato A. Coomaraswamy – di abolire la polarità che caratterizza la condizione umana: “Colui che vuole trasportarsi da questo mondo nell’altro, o tornare a questo, deve farlo < nell’intervallo> unidimensionale e atemporale che separa forze apparentate ma contrarie, attraverso le quali si può passare solo fulmineamente”.[16]
Chi riesca a realizzare questo passaggio si può dire che abbia superato la condizione umana: lo “sciamano” o “eroe” Servio lo ha fatto, sfidando la sorte degli uomini. Congiungendosi - per mezzo della stretta finestra – con la dea Fortuna, ha regnato con successo su Roma per 44 anni, ma ne ha anche pagato il fio sulla svolta del Clivus Urbius, là dove il cocchio di Tullia farà a brani le spoglie del suo cadavere sanguinoso[17]: e vien qui da pensare alla funzione che proprio il cavallo riveste nella mitologia del rituale sciamanico.
Animale psicopompo per eccellenza, è, nelle cerimonie degli sciamani, immagine mitica della stessa morte.[18] Non per caso, quindi, i cavali del Clivus Urbius (che, per giunta, alcuni hanno posto in relazione con Virbius/Ippolito e a quanto ne deriva in riferimento ai cavalli)[19] è come trasportassero direttamente Servio nell’aldilà.[20]
Quella “rottura di livello”, quel passaggio da questo ad altri mondi che Servio aveva praticato attraverso la Finestrella di Fortuna, ora ha mutato polarità. Dal momento che, se è vero che Fortuna audaces iuvat, è anche ben nota la sua incostanza.
Una sors recante un’iscrizione su un ciottolo, proveniente da Fiesole e risalente al II secolo a. C., così recita: “ni ceduas, Fortuna Servios perit” (“se tu non cedi, [rammenta che]Fortuna uccise Servio).[21]
Ecco perché, attraverso la stretta finestra di Fortuna che introduce nella camera di Servio, Tanaquilla volle proclamare Re di fronte al popolo il suo protetto e favorito, che aveva designato a tale compito sin da fanciullo. Alla “sposa celeste” che accorda allo sciamano i suoi consigli e la sua protezione[22], fa da contraltare, sul piano umano, la grande matrona regale della tradizione etrusca e mediterranea[23], così bene studiata da Bachofen.[24]
E fu così che, attraverso la “porta stretta”, Servio Tullio, il “servo” che era uno sciamano, poté diventare Re.[25] La “cavalcata simbolica” legata alla sua fine esprime – sempre in un contesto sciamanico – l’abbandono definitivo del suo corpo, la sua morte non solo “mistica” – in tal caso – bensì tremendamente reale.
* Articolo di RENATO DEL PONTE, desunto da: "Favete Linguis - Saggi sulle fondamenta del sacro. in Roma Antica. Genova, Arya Edizioni, 2010"

NOTE
[1] Letteralmente: “Porticina”. L’ubicazione di questa “porta finestrella” è in apparenza sconosciuta. Tuttavia, se questa finestrella è in rapporto con l’episodio di Tanaquilla (come appare evidente), va messa in relazione colla Reggia di Tarquinio e questa, come riferisce Livio (1,41) narrando di Tanaquilla, “era situata presso il Tempio di Giove Statore”, mentre la proclamazione avvenne “per le finestre rivolte sulla Via Nuova”. Quest’ultima correva ai piedi del fianco nord-occidentale del Palatino. Vedi anche Dion. Hal. IV, 5, 1.

[2] Riporto dall’edizione BUR, Milano 2007, p. 97, per la traduzione di Nino Marinone. Nella sua attenta Prefazione, John Scheid rileva che “Le Questioni Romane non sono un’opera completamente esoterica” (p. I), ma questo equivale a dire che, in relazione agli interessi e alle competenze di Plutarco, gli esoteristi potrebbero trovare nelle Questioni pane per i loro denti.

[3] Ov., Fasti VI, 571-576. Come è noto, la stesura dei Fasti fu interrotta dall’esilio di Ovidio, voluto da Augusto per motivi mai venuti alla luce. E’ curioso qui riportare che, secondo un autore cabalista francese del ‘700, J.B. D’Argens de Boyer (Lettres cabalistiques, Tomi I e VI), questo fu dovuto dall’avere Ovidio divulgato il rapporto dell’Imperatore Augusto con un misterioso essere sovrumano, la “Silfa Hehugaste”, che scomparve non appena scoperta (ricavo l’informazione da C. Miccinelli e C. Animato, Commento e note a Il Conte di Gabalì di N. H. Montfaucon de Villars e G.F. Borri, Genova, 1986, pp. 163 – 167.

[4] Si veda l’ampio e utile studio di B. Zannini Quirini, La demenza di Numa, in “Cultura e Scuola”, XXIV, 95 (luglio-settembre 1985), pp. 124 – 134, e, dello stesso, La divinazione a Roma. La regola e le sue eccezioni, in “Abstracta”, IV, 40 (settembre 1989), pp. 28-37.

[5] In Siberia chiamate Àyami, da distinguere con gli spiriti ausiliari (Sywén) subordinati allo spirito protettore.

[6] Cfr. M. Eliade, Lo Sciamanismo e le tecniche dell’estasi, I ed. italiana Milano 1953 (traduz. di Carlo D’Altavilla, alias Julius Evola).

[7] Cfr. S. Consolato, “Gter-ma” tibetani e “cose fatali romane”, in “Cittadella”, n.s., II, 6 (aprile-giugno 2002), pp. 14-23 (vedi p. 17). La dākini Yeshe Chogyel fu una delle due mogli di Padmasambhava, colui che introdusse il buddhismo tantrico nel Tibet, e per giunta sua biografa in quanto autrice del Padma-Than-Ying (Storia delle esistenze di Padmasambhava), un libro terma o di “rivelazione” (Ed. anast. Paris, 1979). Un altro grande Lama che ebbe relazione con le dākini fu Pema Lingpa (1450-1521). I caratteri sciamanici di questi due guru sono stati riconosciuti al di fuori di ogni dubbio, in particolare per Padmasambhava: soprattutto il suo cavalcare una tigre alata femmina sino alle grotte dove sorgerà il complesso templare del Taktshang Goemba, o “Tana della Tigre”, in Bhutan. Sulla relazione tra lo sciamano e la tigre, cfr. Mircea Eliade, Op. cit., p. 7 e n. 1; sui due grandi guru, cfr. i miei articoli: Pema Lingpa, lo “scopritore di tesori” e la sua discendenza e Il grande “guru” Padmasambhava e il suo arrivo in Bhutan, in “Arthos”, n.s., rispettivamente n. 14 (2006), pp. 34-44, e n. 18 (II 2009), pp. 360 – 367.

[8] Cfr. Fest. 434 L. : “Sabini quod <volunt somniant” vetus> proverbium… (V.B. Zannini Quirini, La demenza di Numa, cit. p.131).

[9] Soprattutto ne Lo Yoga del sogno e la pratica della luce naturale, Roma 1993. Si veda anche T. Wangyal Rinpoche, Lo yoga tibetano del sogno e del sonno, Roma 1999.

[10] Pema Lingpa è in grado di decifrare l’alfabeto magico dei manoscritti ritrovati come terton solo con l’aiuto delle dākini (Cfr. R. Del Ponte, Pema Lingpa, cit., pp. 35 e 36) e in sogno visita il paradiso celeste di Padmasambhava, dove studia le loro danze, le cui modalità insegnerà ai propri discepoli. Sul “linguaggio segreto” degli sciamani, paragonato spesso alla “lingua degli uccelli”, cfr. M. Eliade, Op. Cit., pp. 87 – 89.

[11] Cfr. Dion. Hal. II, 60, 6; Liv. I, 21, 3: (Numa) Camenis lucum sacravit, quod earum ibi concilia cum coniuge sua Egeria essent.

[12] Cfr.R. Graves, I miti greci, Milano 1979, p. 164. Su Carmenta, in particolare nella sua funzione di “tutrice occulta delle formule e incantesimi bellici” ed anche dell’evocatio, cfr. l’importante studio di M. Baistrocchi, Le tre Carmente, in “Ignis”, n.s., 1 (giugno 1990), pp. 41 – 52.

[13] Ed. Diabasis, Reggio Emilia 2008. Se ne veda un’esauriente recensione di M.E.Migliori in “Arthos”, n.s., XII, 18 (II. 2009), pp. 409 – 410.

[14] Cfr. Purg. X, 13-16: “E ciò fece li nostri passi scarsi / tanto, che pria lo stremo della luna / rigiunse al letto suo per ricorcarsi, / che noi fossimo fuor di quella cruna”.

[15] M. Eliade, Op. Cit., p. 361.

[16] A. Coomaraswamy, Symplegades, New York 1947, p. 486. Nella fisica quantistica si ripropone singolarmente il concetto di “fessura” o “finestrella”. Si veda G. Conforto, Corpo e onda. Una fessura verso altre dimensioni, in “Abstracta”, III, 28 (luglio – agosto 1988), p. 82: “E’ stata calcolata una dimensione tipica per ciascun corpo, insondabile agli strumenti, che rappresenta una ‘finestra’ verso altri spazi al di là dello spazio e del tempo..”.

[17] Cfr. Liv. I, 48, 7. Servio, trucidato dai sicari di Tarquinio il Superbo, trascinatosi morente sino al Vicus Cyprius, fu deliberatamente travolto dai cavalli del cocchio della figlia Tullia al Clivus Urbius.

[18] Cfr., Eliade, Op. Cit., p. 348.

[19] L’identificazione del clivius Urbius od Orbius di Roma con il clivus Virbius esistente ad Ariccia e, di conseguenza, l’assimilazione di Servio a Virbio è dovuta ad E. Pais, Storia di Roma, II, Roma 1926, pp. 134 e sgg. A me (in Dei e miti italici, Genova 1998, p. 188, n. 140) è parsa eccessiva, ma ritenuta plausibile da L. Peverelli, curatore dell’edizione Utet di Livio (Storie-Libri I-IV, Torino 1974, p. 238, n. 48). Come è noto, Ippolito (divenuto poi Virbio) fu ucciso da un cavallo e nel nemus Aricinum era interdetta la presenza dei cavalli.

[20] Si potrebbe anche pensare, qui, al tema della “caccia selvaggia” o Wildes Heer, che è in relazione, appunto, col mondo dei morti. L’argomento fu trattato anche nella corrispondenza fra R. Guénon e J. Evola nel 1933.

[21] Vedi quanto ne dice L. Magini, Op. Cit., pp. 155-156, che riporta il brano completo e riproduce la stessa sors.

[22] Nei resoconti inerenti agli sciamani euroasiatici, la Àyami o “sposa celeste” risulta avere un rapporto “imperioso” con il suo protetto. Talvolta lo importuna, pur proteggendolo, e gli crea delle difficoltà (cfr. M. Eliade, Op. Cit., p. 77). Ne sembra il caso di Fortuna con Servio, ma non così invece di Egeria con Numa.

[23] La protezione accordata allo sciamano dalla “sposa celeste” ricorda la funzione assolta da certe fate o semi-dee nell’istruzione e iniziazione di certi eroi nei racconti mitici dell’antichità, ma anche del Medioevo. Tutto ciò riflette certamente remote concezioni legate alla fase “matriarcale” della civiltà euroasiatica e mediterranea, sino a risalire all’immagine archetipica della Grande Madre degli animali (cfr. M. Eliade, op. cit., p. 78).

[24] Cfr. J.J. Bachofen, Die Sage von Tanaquil, Heildelberg 1870. E’ merito di J. Evola averne tradotto diversi brani (fra cui tutta l’introduzione) nell’ Antologia bachofeniana da lui curata nel 1949 (ora ristampata [2009] dalle Edizioni di Ar di Padova). Tuttavia il complesso dell’opera rimane inedito in italiano.

[25] Fortuna è l’equivalente della grande dea pelasgica – e quindi etrusca – protettrice anche delle classi servili, in ogni caso di quelle più umili. Ciò rende più comprensibile la scelta come Re di un ex-servo. Raffigurata come bendata, Fortuna parrebbe arbitraria nelle sue scelte e tuttavia, proprio in virtù della sua ben nota instabilità, assai prevedibile: non poteva fornire al Regno di Servio la sicurezza di una fine non violenta, in linea, pertanto con l’atteggiamento delle Potnie mediterranee reclamanti la fine fisica del “loro” Re, ormai vecchio e indebolito (qui ritorna l’immagine del Rex Nemorensis). Diverso sarà il caso (e la sua tranquilla fine) di Numa. Ma il destino di Servio s’inserisce in un contesto fortemente caratterizzato dal “fatalismo” etrusco (di cui sarà specchio la concezione ciclica dei saecula, destinata ad assumere grande rilievo anche a Roma con i Ludi Saeculares), mentre quello di Numa risente della componente “magica” sabina. Numa, in altri termini, è uno sciamano “attivo”: è in grado (pur con l’aiuto di Egeria) di controllare e talvolta di determinare certi eventi fuori della norma. E’ in questo figura assai simile a certi “Maghi-Guru” del mondo himalayano ed è il prototipo più significativo del romano Pontifex Maximus: ponte in equilibrio, ben controllato, fra due mondi che solo talvolta si incontrano.


lunedì 14 gennaio 2013

Frammenti di frammenti

Ispirato dalle Muse e foss’anche molestato dalle Ninfe, ponendosi in intimo colloquio con lo stesso daimon personale, per quanto l’età possa essere oscura, l’uomo di ogni Ciclo sarebbe pronto ad un dato momento della sua esistenza (ridestando opportunamente la coscienza) a rendere giustizia ad Eros.
In noi è da sempre operosa un’essenza ineffabile che ci rende mediani tra il mortale e il divino.
Terribile è l’incontro con l’ispirazione pura, la sua incandescenza può mandare l’uomo in deliquio, fondergli la ragione.
Nel Fedro, Platone presenta un approccio all'amore di tipo estatico sciamano, parlando di pura ispirazione, così come d’invasamento divino, divina mania.
Chi scorge una Ninfa emergere dalle acque è destinato al delirio, definito nympholeptous dai Greci e lymphaticos dai Latini.
Lunaticus = desideroso della luna, era chiamato chi cadeva vittima della follia ispirata dalle Ninfe, o demoni del meriggio. 
Teocrito narra come Hylas, il protetto di Eracle cade vittima delle Ninfe che cercano di trascinarlo nell'acqua.
Ma in età arcaica, particolare importante questo, le Muse non erano ritenute capaci di vere e proprie possessioni o invasamenti.
E’ interessante rilevare che fino al V secolo, (età questa in cui nel mondo mediterraneo le statue perdono il loro consolante ed enigmatico sorriso) il poeta-artefice traeva la propria ispirazione dalle Muse senza esserne posseduto o stravolto, colloquiando con esse in lieta familiarità.
Socrate nel Simposio, ad un certo momento del dialogo sfilandosi il velo inizia il vero discorso sull'amore, elevato a delirio amoroso, mania-mana, dono che rende possibile la mediazione tra l'uomo ed il dio, fra il sacro ed il profano.
Mentre nel Simposio la scala amoris è presentata come una sorta di tecnica estatica per trascendere il mondo apparente dei fenomeni, nel Fedro l'amore è presentato secondo una prospettiva più soggettiva e meno fredda.
Nel Fedro, Eros è presentato come mania, come un’effettiva quanto necessaria iniziazione misterica indispensabile alla psiche in tal modo predisposta a congiungere la ragione alla follia, il delirio alla dialettica, aderendo in quest’esperienza al senso più autentico della Conoscenza, che riannoda la vita cosciente al suo maggior senso.
La poesia, dunque, è emanazione del bene universale, essa è luce interna alla luce stessa e primo motivo dell'instaurazione dell'essere con il canto e, conseguentemente, la parola: "Poetare" significa dar nome originario agli dei. Ma la parola “poetica” non avrebbe la sua forza nominatrice, se gli dei stessi a loro volta non svelassero la comune origine con il mortale.
Parmenide si chiede: Come parlano gli dei? Attraverso segni ed enigmi.
I segni sono, sin dai tempi remoti, il linguaggio degli dei (IV, 135)
Ciò che dice il veggente, estatico, sciamano, poeta originario, consiste nel sorprendere questi segni, nel districare i tracciati di intricate vie dimensionali per poi comunicare alla sua gente le modalità di un attraversamento disciplinato e per questo “lirico” dell’esistenza.
L’esistenza attuale testimonia una “discesa” da cui è necessario risalire.
(In ciò, sarei davvero propenso a credere, l’uomo di Neanderthal  fosse migliore di noi, maggiormente robusto e ispirato, più centrato in se stesso e nel Cosmo, qualitativamente più sensibile e non contagiato dalla “depravazione sapiente” )
Il linguaggio poetico è l’unico che può parlare dell’ineffabile.
La forza creatrice del pensiero di cui parla Parmenide, è ben presente nel discorso della dea: infatti lo stesso è pensare ed essere (Frammento 3).
Ancora più esplicitamente, sembrano fare riferimento alla comprensione della coscienza del mondo alcuni versi successivi: “Lo stesso è il pensare e ciò a causa del quale è il pensiero, perché senza l’essere nel quale è espresso, non troverai il pensare.
E’ infatti la stessa cosa pensare ed essere.
La trama della realtà non è cedevole come burro da spalmare sul pane, e se pensare, sicuramente, equivale a divenire la cosa pensata, credere di poter modificare la realtà meditando con delle candele profumate non costituisce tanto un atto disperato, piuttosto, un insano miraggio di imbecilli ingrati.
Si è –  si diviene   migliori in se stessi attraverso l’accettazione, che non è affatto una mera rassegnazione.
Nella realtà arcaica, una condizione maggiormente pura, ed è importante per noi richiamarci almeno idealmente a tale purezza, accettazione equivaleva a saper intonare-modulare con la voce il canto che legava i particolari aspetti della materia. Non a caso fin nella bassa antichità la modulazione del canto sacro rimase in auge oltre che presso le classi sacerdotali, anche presso le confraternite dedite ai mestieri e a quelle guerriere, aspetto questo, massimamente degenerato oggi negli svenevoli canti dei papa-boys, così come nell’aspetto più oscuro dei ritornelli militareschi o negli stessi cori da stadio.
Nella Tragedia greca era regola il canto, quale ultima propagazione dell’intonazione archetipale, e per i suoi contenuti  da cui muoveva la catarsi, così come nelle iniziazioni ai Misteri e nel racconto rituale dei miti, le verità erano intese come "verità del cuore", essendo quest’ultimo lo strumento principale d’elezione e intonazione, che permette all’uomo di assumere su di sé il peso e il dono delle visioni.
La visione è profezia e apocalisse, poesia, che vuol dire immettersi in una corrente a-temporale, più vigorosa del tempo stesso, in quanto non intaccata dalla sua erosione, benché dal suo flusso possa essere momentaneamente sommersa e determinare in ciò, al di sotto della circostanza storica, una sedimentazione aurea cui può arrivare ad attingere la risorsa segreta dell'essere, elaborando attraverso di essa la propria possibilità immortalante; l'elisir allegoricamente conosciuto come “oro potabile”.
Emblematicamente, il cuore era l’unico organo che gli imbalsamatori egiziani non riponevano nei loro vasi funebri, non rimuovendolo per nulla dal corpo mummificato.
Frammento 4
Rifletti come cose, anche lontane tra loro e da te nello spazio e nel tempo (attraverso il ricordo = richiamare al presente del cuore o anche, accordo del cuore) siano saldamente presenti alla tua mente: infatti, la mente ha attività unificatrice, non divide in parti l’essere né quando esso appare disperso nel cosmo né quando è riunito in un unico ente.




lunedì 7 gennaio 2013

Nel ricadere notturno prende il volo l’ombra
oltre il silenzio dell’idolo rotto
il vegliante custode del nulla e dell’inquieto desiderio
segretamente congiunto all’eterno

L’universo intero è il bagliore di un attimo
intonato dal dio canoro
fulminea estasi e assieme rapida catastrofe
che risplende nelle mille forme dell’enigma



mercoledì 2 gennaio 2013

Il debito






“più si compie la propria parte mortale fino in fondo più si partecipa a un grande destino”
(Eraclito, fr. 25)
L’inquietudine sembra essere, in un certo senso, l’identità stessa della nostra ombra.
Inquietudine generata attraverso i contrasti di luce ed ombra, scaturiti dai motivi della “caduta” adamitica nel dominio del transitorio divenire materiale, dove in quest’età postmoderna, le aride illuminazioni alogene amplificano il nostro  senso di estraniazione profonda da una realtà che in ogni caso necessita di un metodo opportuno per essere compresa positivamente.
L’inquietudine è insita nella stessa vibrazione degli atomi, come testimonianza di una inesprimibile eruzione che determinò l’attuale proiezione universale: una realtà ardente in cui è stata indispensabile la nostra presenza cosciente.
Sostanzialmente si può respingere il messaggio che ci deriva dal mondo della tradizione, ma, (considerazione questa di Evola) non è possibile negare l’intima logica connessione di tutte le sue parti una volta che se ne conosca il fondamento.
Questo fondamento dell’essere, (fondamento ad ogni modo luminoso) è radicato con l’idea stessa dello stupore e dell’incanto, congiunto con la realtà della morte, che è molteplicemente partecipe di ogni istante della nostra esistenza.
Indaghiamo realmente noi stessi solo attraverso l’ispirazione, che ci eleva in noi stessi. L’ispirazione è una qualità immensa e immensamente fragile e molto facile ad essere manipolata, sporcata, snaturata per mezzo di fosche suggestioni che la capovolgono in un basso fervore egoico in grado di avvelenare l’esistenza.
Salire o scendere per l’anima, significa ad ogni modo percorrere sempre la stessa  via, come insegna Eraclito, una via che se percorsa in discesa porta alla perdizione o in salita a dimensioni più augurali, almeno credo, spero, sia così.
Scrive un autore che apprezzo molto, Giuseppe Lampis e dalle cui riflessioni (edite dalla rivista atopon) ricavo questo mio compendio, che percorrere queste due opposte direzioni è inevitabile ed è proprio dall’esperienza che ne deriva, che è carica di tutte le sicurezze e delusioni, timori e ardenti slanci, che può formarsi la realtà della sapienza. Sapienza intesa nella sua accezione originaria.
La reale sapienza (Disciplina Felice) è dunque l’approdo di un’ascesi, (esercizio) non è un astratto contenuto mentale, un insieme di nozioni o dati di fatto, ma la sapienza riguarda lo stato esistenziale demonico: essa consiste nell’educazione del proprio Daimon.
Questo percorso auto educativo è essenziale per condurre un esistenza realmente consapevole di sé e richiede una costante vigilanza in se stessi, per la quale ogni tradizione insegna che la vita è autentica lotta diretta contro entità diafane, l’esistenza dell’uomo è tensione allegorica, puro combattimento interiore, quale conseguente riflesso della guerra cosmica avviata già prima che l’uomo fosse.
Ogni persona emettendo il primo vagito annuncia la sua venuta al mondo dell’evidenza, ma la sua vera nascita, nella realtà tradizionale, avviene in età cosciente per effetto di una perfetta iniziazione posta in intima relazione con il senso della spiritualità originaria, una forma di conoscenza inscindibile dall’esperienza del corpo fisico e della materia nel quale è formato. Non a caso Dante intraprende il suo viaggio con il corpo, principiando il cammino di Conoscenza esclusivamente dalla situazione che egli ha avuto in sorte ed è respinto non appena tenta la scorciatoia del monte, perché egli deve muovere dalla sua condizione attuale, ossia scendendo in se stesso attraverso una forma di conoscenza puramente estatico-visionaria, posta sotto il dominio di amore. 
Purtroppo per noi, le odierne istituzioni preposte al controllo e gestione delle nostre esistenze, fanno di tutto per distoglierci dalla discesa, inquinando trasversalmente ogni possibilità che possa favorire il ritorno in noi stessi, deprezzando ferocemente ogni evento o impresa atta ad evocare l’importanza di tale dimensione contemplativa e operativa.
Come moderni possiamo comunque intuire la fondatezza di questo perenne insegnamento di salvezza, professato in tempi maggiormente antichi qui nel mediterraneo, dai primi cristiani e prima di loro dai luminosi orfici.
Se non coltiviamo in noi il senso del prodigio non matureremo mai l’idea sana di presagio, (Aristotele – metafisica) presagio per il quale possiamo adottare un certo modo di agire (sano agire = contrario ad ogni morbosità ed istigazione del basso ego) rispetto ad un altro, ai molteplici altri che in definitiva rappresentano solo una parodia dell’autentica azione interiore.
In definitiva, insisto su questo, c’è solo un modo di agire correttamente nella vita e il paradosso è che questa società ci consiglia tutti i possibili menzogneri per evitare l’autentica discesa interiore, e che vanno dalla mistica svenevolezza new-age (eclatante l’abbaglio che le varie conventicole new-age hanno proiettato, prevalentemente in malafede, sulle moltitudini con l’aspettativa dell’appena trascorso 21/12/2012) compreso l’algido quanto davvero insignificante parametro tecnologico, il quale di fatto costituisce la consacrazione della passività umana subordinata ad una relazione svigorente, com’è quella offerta dallo sterile dominio delle ormai necessarie e insostituibili macchine, dei necessari e insostituibili congegni artificiali regolanti la struttura stessa del tempo e del pensiero.
Adesso, non ci sarebbero domande da rivolgere a noi stessi e alla sfera divina, quanto al più realizzare nuovamente  l’antica quanto perenne consapevolezza, che considera l’esistenza sicura di un etica saldata alla vita dell’uomo (uomo-universo) e per essa la nostra presenza a questa vita: sostanzialmente siamo qui per assolvere un debito.
Un debito ancestrale, alterato o convertito nel cristianesimo in “peccato originale”, ma comunque un fatto indubitabile di cui l’uomo arcaico aveva nozione: lo sciamano traduceva a coloro che lo consultavano l’entità del loro debito.
Siamo nati per dare qualcosa, siamo qui, intagliati in questa dimensione per restituire qualcosa che abbiamo già preso in anticipo (forse è inutile domandarsi cosa).
Non dobbiamo risolvere nulla, solo realizzare lo stato di una dolorosa condizione enigmatica e irrisolvibile se non attraverso la dimensione poetica ed estatica.
In questo senso si comprende perché la figura di Gesù ri-attualizza (all’inizio dell’età dei Pesci) l’atavica visione sciamanica e del perché sia stato investito di un tale ruolo su cui ha girato come attorno ad un perno il giro di un intero Ciclo cosmico, la porta che ha introdotto l’umanità presente ad una nuova epoca e per la quale, non potendo tale umanità far fronte alla degenerazione avanzante, un solo uomo ( Cristo appunto) è stato investito di tutte quelle qualità proprie alla persona antecedente alla “discesa dei tempi” e dunque, capace di invertire la discesa per mezzo di un atto sacrificale in grado di ristabilire il contatto tra due mondi e farsi garante del passaggio di quanti vorranno percorrere la via da lui aperta.
Questa è la santità delle origini, la perfetta santità dello sciamano primitivo che avvalendosi del mistero del rito sacrificale s’inoltrava attraverso il labirinto delle dimensioni per aprire una strada all’uomo smarrito nei suoi meandri.
Oggi, tutta un Età è smarrita nel labirinto del divenire e forze puramente sataniche tracciano false vie, vie ideologiche o pseudomistiche che inducono le persone a credere di non dover restituire niente ma che hanno il diritto di chiedere e prendere – pretendere – tutto.
Cristo dice che dobbiamo restituire ciò che abbiamo preso, prima di tutto il sangue che ci anima e poi anche le cose immateriali.
L’avidità è sete satanica, tutta questa società è una gigantesca vetrina incrinata e pendente su una realtà di fatto incognita.
E’ tutto così enigmatico che mi sono risolto ad accogliere ogni cosa con animo consono a questi insegnamenti.
Credo che il miglior modo per restituire sia l’esercizio della compassione.
Adesso siamo qui e poi svaniremo.
Inoltre, se vi sono creature angeliche, idealmente penso alle stesse Muse, preposte ad accogliere le nostre invocazioni, credo che queste rispondano alla stessa esigenza che un musicista ha di rendere partecipe altre persone della sua melodia.
Se qualcuno, in un certo senso, potesse prestarci aiuto da una dimensione migliore, lo farebbe per la necessità di una condivisione gioiosa dei motivi sensibili e nobili che la vita infonde all'intelligenza profonda del cosmo e riflettente se stessa nell'armonia.
La nostra discesa nella materia rimane un enigma irrisolvibile, e se dico che qualcuno è preposto ad aiutarci non significa che ci saranno risparmiate le sofferenze.
L'aiuto che possiamo ricevere, in un certo senso, è quello stesso idealmente ricevuto da un Boezio, un aiuto che non gli ha risparmiato né la prigionia, né la condanna a morte. Tale aiuto insomma, consisterebbe nella realizzazione di una maggiore consapevolezza derivata da impercettibili ispirazioni, un accrescimento della vita dell'animo e della sua predisposizione ad essere attirato verso una determinata realtà, la consapevolezza di una dimensione luminosa che lo stesso dolore non può estinguere.
Si è detto che noi siamo scesi quaggiù per superare una prova e scendendo abbiamo lasciato una controparte celeste garante del nostro cammino terrestre e che richiede di essere ridestata dalla nostra continua evocazione.
Possiamo evocare come se intonassimo un richiamo affacciati sull'orlo del nostro pozzo interiore, evochiamo discendendo maggiormente in noi stessi e non estraniandoci da noi stessi.
Il sole è il sole interiore, il cuore è un sole.
il cuore è violaceo così come è stato verificato che il sole se viene osservato fuori dall'atmosfera, nello spazio appare violaceo, e benché dal cuore di poco dissimile nella forma è identico per la sostanza in quanto governa la circolazione vitale del suo sistema.
Su internet scrivo semplicissime riflessioni intime perché m'illudo che potrebbero trovare una discreta condivisione con altre persone poste in sintonia con un certo modo d'intendere l'esistenza, riflessioni che possano essere di una certa utilità come lo sono per me.
Alla fine quelli che qui metto sono dubbi e tentativi di centrare l'esistenza con convinzioni e ricerche di chi maggiormente ispirato e preparato ci ha preceduto tracciando una via che istintivamente ritengo essere quella giusta, quella davvero necessaria per dipanare l’insidia del gigantesco inganno attuale.

P.S. al momento che scrivo il cielo è irrorato, sporcato, di scie chimiche. Ostilmente cangianti, opprimenti, costituiscono il culmine del progresso, l’apice della contaminante e indifferente marcatura razionale dei nostri ultimi confini spirituali. Scrivo marcatura razionale e con questo intendo dire di un sigillo sintetico avente una sola natura nichilista e relativista, indubitabile traccia satanica dell’attuale mutamento insensato causato alla vita.  


in un certo senso questo voleva anche essere un tentativo di commento a quest'interessante articolo:
http://www.anticorpi.info/2012/12/intervista-allo-sciamano-p1.html

ma per motivi di spazio alla fine l'ho scritto qui