mercoledì 5 dicembre 2012

Varchi



Gli alberi si tingono di giallo, del consolante giallo arancio autunnale.
La natura, ritirandosi in se stessa, s’avvolge della profonda luce invernale, rievocante la bellezza nascosta delle antiche favole, dei racconti d’età indefinite,  la loro bellezza inquietante e consolante, affondata profondamente e dimenticata in noi stessi.
Storie di viandanti delle selve, sorpresi dal breve crepuscolo serale dell’inverno in sentieri di boschi indorati alla luce del tramonto, subito dissolta nell'azzurro cupo della gelida sera.
Ieri su Roma splendeva una giornata aurea e ieri l’altro, il cielo riverberato di un raro celeste profondo si gloriava di tutta la teoria prospettica inscenata da nubi maestose e fiere, che parevano scappate da qualche capolavoro pittorico del seicento. Una fuga libera e distesa, evocante lo stupore primordiale.
Per  tutta l’aria, vorticava una sorta di nostalgico richiamo maggiormente intenso sul finire del giorno, dove il cielo, insolitamente pulito, distendeva una luce di tramonto oro e fuoco che sembrava incendiare la vita di speranza.
E’ il bagliore puro dei tramonti invernali, quando l’aria secca e pulita ingemma l’anima stessa di una particolare grazia, per la quale un semplice prato cittadino, acceso nel verde naturale più brillante, arriva ai nostri occhi come la suprema rivelazione di un giardino spirituale, il varco stesso della Città Celeste.
L’estensione della percezione, elevata oltre la grossolana sensorialità dettata dalle pulsioni inferiori, è un accadimento necessario affinché la vita cosciente prenda effettiva dimensione di sé.
E’ fondamentale sapersi svincolare dalla sala interiore ricoperta di specchi deformanti nei quali possiamo solo riconoscere una bassa seduzione che alimenta passioni incontrollate, fervori radicati in orgogli meschini.
E’ stratificata nella coscienza dell’uomo adamitico l’impronta solidificata del terrore magmatico che lo travolse agli inizi del tempo, solidificandolo nell’impasto addensato della materia. E’ un sedimento di paura ferrosa e magnetica che ci soffoca.
Volevo dire, il testo di Hancock, “Sciamani” sembra mettere in luce solo il primo livello della realtà invisibile, posta anch’essa nel dominio dell’allegoria, un surreale e diafano teatro, allestito dietro le quinte della nostra scena, parallelo ad esso e coeso  da una sorta di rarefatta gravità, comunque sempre determinata dal nucleo ardente di un dolore primordiale, dal sacrificio delle origini cantato da ogni tradizione, l’immolazione ancestrale da cui è scaturita la combustione fisica delle stelle, l’attuale fornace d’inganni e stupori dell’universo incognito.
Tutta questa rotazione universale, è la danza avviata dall’incomprensibile follia della prima divinità, pervasa di una gioia sorda ad ogni schiacciamento della vita caduta nel regno della cruda necessità.
La nostra dimensione evidente sarebbe dunque il setaccio separante gli umori dagli ideali, di quanti si dimenano annaspando nel brodo vischioso dell’occorrenza materiale, in questo pentolone delle mille e una sperimentazioni.
Alla fine non c’è commento per il libro di Hancock, il suo è l’invito ad una sperimentazione, al recupero di un modo di navigare fuori rotta assumendosi tutti i rischi che possono capitare finendo dentro gorghi di correnti insensate, ma oltre a ciò, quello che preoccupa è appunto il dissolvimento della Vir.
Torno dunque agli antichi valori, i quali l’istinto mi dice essere “valori certi”.
In un epigramma dell'Antologia Palatina, attraverso l'immagine del mito omerico di Odisseo e Circe, viene rappresentato il problema spirituale di fondo che travaglia l'uomo, il quale, diviso fra le due sfere del celeste e del terrestre, prorompe nel grido:
Lontana da me, tu, caverna
tenebrosa di Circe: son nato progenie celeste,
ed è per me vergogna le ghiande mangiar come un bruto!
Concedermi il Nume
voglia del moly il fiore che scaccia i cattivi pensieri.
Qui Odisseo è l'uomo eterno, posto fra il chiarore celestialmente luminoso di Hermes e le tenebrose seduzioni della ctonica adescatrice Circe. Egli sta fra cielo e caverna.
La salvezza gli verrà da quel "fiore che risana l'anima", che egli riceve dalle mani del messaggero degli dèi e che in sé è anch’esso un simbolo sensibile di quanto gli avviene nell'anima: la radice è nera, il fiore bianco. Grazie al potere che è in quest'ultimo, l'uomo si svincola dalle potenze tenebrose, nelle quali egli sa che anche la sua radice è immersa. (*)
Non considero tanto fondamentale alterare la nostra percezione sensoriale, (ad ogni modo le aggressive e velenose droghe sintetiche sono da evitare in ogni caso) quanto principalmente ridestare in noi stessi una competenza o prerogativa sensibile educata attraverso un percorso devozionale, per il quale il fortuito incontro con “il fiore che risana l’anima” costituisce la prova su cui esercitare la capacità di orientamento dell'anima stessa già rischiarata nell'ascesi (esercizio) della sua disciplina felice.
Odino stesso, è ricordato dalla tradizione nordica come il primo sciamano, il primo sacrificatore, il folle visionario appeso all’albero della vita, inebriato dal succo sacro e scosso dai venti primordiali.
Lui, il dio, è l’esempio di un tormento annodato alla gioia estatica, una tensione vitale inscindibile dal Furore che avvia la rotazione dei mondi, quel Furor che oggi si vuole avvilito sotto luci sterili e soffocato con pellicole di plastica, isolato nelle celle elettromagnetiche della telefonia mobile o delle reti wirless.
Non il sonno, bensì l’insonnia della ragione deforma a incubo la realtà.

(*) http://www.samorini.it/doc1/alt_aut/lr/rahner1.pdf