lunedì 10 dicembre 2012

accenno sull'essenza del Daimon


Empedocle, ha assunto perfettamente la tesi di Eraclito, che il dèmone dell’uomo è il suo ethos, pensandola nel quadro di un universo tutto animato; egli potrebbe condividere perfettamente la risposta di Eraclito a chi si meravigliava di averlo trovato a scaldarsi davanti a un forno che «gli dei abitano anche qui» (test. 9).
Non c’è un’anima distinta dall’ente che trapassa da uno all’altro, ma è l’ente stesso che in quanto tale paga il debito contratto: la morte paga la nascita. L’ente in quanto tale è insieme colpa e riscatto. Questo pensiero sta nel fondo dello scenario secondo il quale la nascita (la nascita strettamente connessa con la morte) è opera insieme di amicizia e di contesa.
Ora, qui, di quali nascite si sta parlando? Ci sono nascite talmente comprensive di vita che non possono essere pagate con una sola morte, viventi che annodano in sé stessi una tale carica vitale e demonica che per restituire quanto con il loro esistere hanno separato dall’uno non basta che muoiano una sola volta. Non muoiono di una sola morte perché sono molte vite. Del resto tutti i corpi non sono semplici bensì constano di varie membra e sistemi e apparati.
Inoltre, per aversi trasmigrazione dell’anima dèmone, dopo tutto non è necessario che si dia un salto ontologico rispetto alla tunica di carne del corpo. Dovendo anche l’anima o il dèmone essere di materia, si può benissimo dare la liberazione dell’elemento materiale più sottile, fine e mobile del composto, elemento suscettibile per sua disposizione naturale a portare in sé una forma più prossima agli dei e a raggiungere in essa il riverbero e la risonanza della più intensa e concentrata unità e coerenza del tutto. Questo elemento, spiccatamente propenso alla tensione verso l’alto, è il fuoco, fuoco che anche in Empedocle è luce e etere. Ogni elemento o radice può manifestare la sua forma più pura a seconda delle proporzioni in cui si mescola con gli altri.
L’etere è la luce fredda e ingenerata, indiveniente e ferma, verticale e siderale, senza cambiamenti di colore, la luce nera del polo iperboreo. Più che il sole, è il lampo. L’etere greco traduce lo ksha vedico, la luce fredda eterna che precede il sole e gli astri, il sole di mezzanotte, del solstizio di inverno – di questo si vedrà più avanti nel capitolo sul vortice – . Ma soprattutto l’etere akasha, autentico fuoco vivente, è insieme suono e parola, il lógos cosmico identificato dal fuoco di Eraclito.
La luce viaggia anche nel pieno. Il punto è affrontato nella spiegazione empedoclea del fenomeno della vista, con il fuoco interno all’occhio che esce a incontrare il fuoco esterno.
Del resto, dato che ogni elemento consta di innumeri corpuscoli, si deve pensare che la potenza di guida della luce dipende dalla configurazione della proporzione del composto. La sede del pensare, per Empedocle, è il sangue, composto squisitamente di fuoco luce.
L’«io» del fr. 117 che sa e vede e ricorda è l’elemento apollineo, la luce che guarda e che guardando attraversa tutto il cosmo: il soggetto del «guardare» si slancia senza dovere uscire da sé, la proiezione con cui si connette e identifica con il guardato non importa nessun dualismo ontologico.
In sintesi, il corpo migliore e più affinato non solo non contiene un’anima prigioniera ma è contenuto da un corpo di luce di cui rappresenta la base grossolana. Il fuoco luce, l’elemento apollineo che nel cosmo tende all’alto in quanto è il più libero e dinamico, viene condannato a passare in varie misture con elementi antagonisti più grossolani e pesanti, passaggi che sono conflittuali e che per esso valgono come pene e pedaggi da pagare per liberarsi dai gravami imposti dal destino.
La leggenda vuole che Empedocle si sia gettato nel fuoco dell’Etna per concludere l’esilio con il privilegio del ricongiungimento con l’elemento nobile, da dio che era.
D’altro canto, se l’anima dèmone è materiale, ci saranno anime e dèmoni di fuoco, di aria, di acqua e di terra, ciascuna potente nei limiti delle capacità di cui l’elemento è dotato e dell’equilibrio e della proporzione con cui entra a comporre con gli altri elementi i vari enti.
Eraclito era stato nettissimo sulla natura ignea delle anime e sul pólemos cui vanno incontro; per lui le anime muoiono diventando acqua (fr. 36) e l’anima asciutta è la migliore (fr. 118).
Vedremo più avanti che per Empedocle gli uomini vengono accolti alla nascita da due dèmoni, una solare e l’altra ctonia.
Sotto la necessità di molte morti per pagare il debito, Empedocle adombra che queste riguardino viventi che contengono molte vite, le molte vite – appunto – relative a quelle molte morti. In una certa molteplicità di viventi in effetti si deve vedere circolare un vivente unico più grande che li abbraccia e li comprende.
Inoltre va considerato che le restituzioni sono multiple perché il corpo è costituito da molteplici sistemi e apparati dotati di una certa indipendenza, tant’è che varie membra (guîa), teste, braccia, occhi, ecc., poterono nascere ancora prima di essere assemblate.
Le purificazioni equivalgono a progressive morti dell’individuo mediante le quali si rovescia la tendenza alla fissazione nel particolare. Come la nascita di certe individualità è comprensiva di vari intrecci così lo scioglimento deve ripercorrere tutti i nodi.

Articolo di Giuseppe Lampis

Qui versione integrale:

mercoledì 5 dicembre 2012

Varchi



Gli alberi si tingono di giallo, del consolante giallo arancio autunnale.
La natura, ritirandosi in se stessa, s’avvolge della profonda luce invernale, rievocante la bellezza nascosta delle antiche favole, dei racconti d’età indefinite,  la loro bellezza inquietante e consolante, affondata profondamente e dimenticata in noi stessi.
Storie di viandanti delle selve, sorpresi dal breve crepuscolo serale dell’inverno in sentieri di boschi indorati alla luce del tramonto, subito dissolta nell'azzurro cupo della gelida sera.
Ieri su Roma splendeva una giornata aurea e ieri l’altro, il cielo riverberato di un raro celeste profondo si gloriava di tutta la teoria prospettica inscenata da nubi maestose e fiere, che parevano scappate da qualche capolavoro pittorico del seicento. Una fuga libera e distesa, evocante lo stupore primordiale.
Per  tutta l’aria, vorticava una sorta di nostalgico richiamo maggiormente intenso sul finire del giorno, dove il cielo, insolitamente pulito, distendeva una luce di tramonto oro e fuoco che sembrava incendiare la vita di speranza.
E’ il bagliore puro dei tramonti invernali, quando l’aria secca e pulita ingemma l’anima stessa di una particolare grazia, per la quale un semplice prato cittadino, acceso nel verde naturale più brillante, arriva ai nostri occhi come la suprema rivelazione di un giardino spirituale, il varco stesso della Città Celeste.
L’estensione della percezione, elevata oltre la grossolana sensorialità dettata dalle pulsioni inferiori, è un accadimento necessario affinché la vita cosciente prenda effettiva dimensione di sé.
E’ fondamentale sapersi svincolare dalla sala interiore ricoperta di specchi deformanti nei quali possiamo solo riconoscere una bassa seduzione che alimenta passioni incontrollate, fervori radicati in orgogli meschini.
E’ stratificata nella coscienza dell’uomo adamitico l’impronta solidificata del terrore magmatico che lo travolse agli inizi del tempo, solidificandolo nell’impasto addensato della materia. E’ un sedimento di paura ferrosa e magnetica che ci soffoca.
Volevo dire, il testo di Hancock, “Sciamani” sembra mettere in luce solo il primo livello della realtà invisibile, posta anch’essa nel dominio dell’allegoria, un surreale e diafano teatro, allestito dietro le quinte della nostra scena, parallelo ad esso e coeso  da una sorta di rarefatta gravità, comunque sempre determinata dal nucleo ardente di un dolore primordiale, dal sacrificio delle origini cantato da ogni tradizione, l’immolazione ancestrale da cui è scaturita la combustione fisica delle stelle, l’attuale fornace d’inganni e stupori dell’universo incognito.
Tutta questa rotazione universale, è la danza avviata dall’incomprensibile follia della prima divinità, pervasa di una gioia sorda ad ogni schiacciamento della vita caduta nel regno della cruda necessità.
La nostra dimensione evidente sarebbe dunque il setaccio separante gli umori dagli ideali, di quanti si dimenano annaspando nel brodo vischioso dell’occorrenza materiale, in questo pentolone delle mille e una sperimentazioni.
Alla fine non c’è commento per il libro di Hancock, il suo è l’invito ad una sperimentazione, al recupero di un modo di navigare fuori rotta assumendosi tutti i rischi che possono capitare finendo dentro gorghi di correnti insensate, ma oltre a ciò, quello che preoccupa è appunto il dissolvimento della Vir.
Torno dunque agli antichi valori, i quali l’istinto mi dice essere “valori certi”.
In un epigramma dell'Antologia Palatina, attraverso l'immagine del mito omerico di Odisseo e Circe, viene rappresentato il problema spirituale di fondo che travaglia l'uomo, il quale, diviso fra le due sfere del celeste e del terrestre, prorompe nel grido:
Lontana da me, tu, caverna
tenebrosa di Circe: son nato progenie celeste,
ed è per me vergogna le ghiande mangiar come un bruto!
Concedermi il Nume
voglia del moly il fiore che scaccia i cattivi pensieri.
Qui Odisseo è l'uomo eterno, posto fra il chiarore celestialmente luminoso di Hermes e le tenebrose seduzioni della ctonica adescatrice Circe. Egli sta fra cielo e caverna.
La salvezza gli verrà da quel "fiore che risana l'anima", che egli riceve dalle mani del messaggero degli dèi e che in sé è anch’esso un simbolo sensibile di quanto gli avviene nell'anima: la radice è nera, il fiore bianco. Grazie al potere che è in quest'ultimo, l'uomo si svincola dalle potenze tenebrose, nelle quali egli sa che anche la sua radice è immersa. (*)
Non considero tanto fondamentale alterare la nostra percezione sensoriale, (ad ogni modo le aggressive e velenose droghe sintetiche sono da evitare in ogni caso) quanto principalmente ridestare in noi stessi una competenza o prerogativa sensibile educata attraverso un percorso devozionale, per il quale il fortuito incontro con “il fiore che risana l’anima” costituisce la prova su cui esercitare la capacità di orientamento dell'anima stessa già rischiarata nell'ascesi (esercizio) della sua disciplina felice.
Odino stesso, è ricordato dalla tradizione nordica come il primo sciamano, il primo sacrificatore, il folle visionario appeso all’albero della vita, inebriato dal succo sacro e scosso dai venti primordiali.
Lui, il dio, è l’esempio di un tormento annodato alla gioia estatica, una tensione vitale inscindibile dal Furore che avvia la rotazione dei mondi, quel Furor che oggi si vuole avvilito sotto luci sterili e soffocato con pellicole di plastica, isolato nelle celle elettromagnetiche della telefonia mobile o delle reti wirless.
Non il sonno, bensì l’insonnia della ragione deforma a incubo la realtà.

(*) http://www.samorini.it/doc1/alt_aut/lr/rahner1.pdf

lunedì 3 dicembre 2012

le dimensioni parallele - Sciamani di Graham Hancock - o nostra ultima malattia




Nella vita di ognuno, rammentava Thomas Carlye introducendo la vita del Conte di Cagliostro, anche nella più disprezzabile, riecheggia l’antichissima vastità del mito.
 “La nostra esistenza è un poema, dotato di tutte le categorie così ben delineate nella poetica di Aristotele, vale a dire di un principio, di uno svolgimento, e una fine; con i dubbi, le certezze, il libero arbitrio e la soggezione al Fato; con il canto elegiaco e il canto di battaglia, il coraggio e la viltà, e con due indispensabili e drammatici elementi: la Pietà e la Paura; soprattutto, con l’inevitabile intervento risolutore delle Potenze Soprannaturali
La vita dell’uomo è certamente il Poema più grande! Profezia si potrebbe dire con termine più appropriato; poiché nella realtà risiede l’esistenza e il fondamento di tutto ciò che vi fu mai di mitico, immaginato, lodato, rivelato, desiderato dal genere umano; invero la vita dell’uomo ha in sé tutte le Rivelazioni, vere o false che siano mai state, che sono, che saranno.”
Cosa sia il mito non è agevole a dirsi, animi eletti tra i moderni e Goethe, primo tra questi, esplorarono con animo veggente ed erudito la profondità mitologica, inoltrandosi nelle sue labirintiche caverne, che rischiararono con il lume della pura meraviglia devota. Luoghi enigmatici, da cui riemersero migliori in se stessi, migliori a se stessi, recando con sé alcuni frammenti aurei della sostanza favolosa, meravigliosi reperti che condivisero con quella parte dell’umanità pronta ad essere partecipe delle loro poetiche intuizioni.
 L’allegorico cammino rimasto all’umanità presente, è come un percorso inerpicato su un sentiero da percorrere in fila indiana. Una via tanto stretta, che se ci si dovesse affiancare spalla a spalla uno dei due precipiterebbe nel vuoto.
Un vuoto avvolto dalla nebbia. La somma delle impressioni, i presentimenti, gli stupori, i dubbi, i concreti sospetti che qualcosa nascosto nella nebbia, parallelo a noi stia tramando contro l’umanità tutta, incamminata su quest’ultimo tratto della storia, sembra siano destinati a rimanere male interpretati e male espressi.
Il simile verso il simile, è spesso una maschera d’indecifrabili e consuete convenzioni, ancor più spesso di chiuse convinzioni, anche se fraternamente condivise e tale percezione rafforza in me, e credo in noi, la sensazione che le grandi età corali, le età in cui gli uomini sapevano accostarsi saldamente gli uni agli altri per edificare seppur tra molteplici contrasti, la luminosa verità dei Templi e Cattedrali perfette, che queste Età, siano definitivamente tramontate già da lunga data.
Volevo dire, pochi giorni fa, scambiando alcune battute con Ghigo e Zret, persone per le quali avverto un certo istintivo legame affettivo, benché esteriorizzato pur sempre mio (nostro) malgrado sul piano obliquo, poco illuminato e scarsamente aderente della presente realtà; (perché quella attuale, è una dimensione che ci costringe, per motivi che a me rimangono insondabili, ad una sorta d’intima estraneità) insomma, in quello scambio di idee, costituito da quella sorta di brevissime lettere virtuali che sono i commenti sui blog, volevo dire, amo ricordare a me stesso che in definitiva dal nulla proveniamo e al nulla torneremo. Razionalmente, possiamo solo pallidamente congetturare sull'ignoto da cui siamo scaturiti e in cui svaniremo.
In sostanza, ritorna la convinzione che l'uomo è tale in quanto esso stesso è Poema.
Privati di questa percezione cosa rimane in noi? Cosa si determina in noi se non una scialba consuetudine? E' una ben piccola strofa quella che possiamo recitare prima che il lumino interiore si spenga, ma la sua preziosità è davvero incommensurabile. Il prodigio consiste nel fatto che noi, “i mortali creature di un giorno”, possiamo dilatarci oltre i confini dell’universo visibile per la qualità dell’ispirazione, del subitaneo lampo intuitivo.
Ho appena terminato di leggere il testo di Graham Hancock “Sciamani”, è indubbiamente un testo significativo.
Personalmente, all’incirca dieci anni fa, ho avuto l'occasionale fortuna di poter sperimentare l’uso dei cosiddetti “funghi magici”. Fu una scelta consapevole e non leggera, coincidente con un momento di intensi interrogativi spirituali. Un accadimento che sicuramente ha aiutato a chiarirmi interiormente e, sopratutto, non consumato nel chiuso di una stanza, cosa assolutamente negativa.
Mi rammarico di non aver più avuto l'occasione di ripetere l'esperienza, ma alla fine è segno che forse non dovevo ripeterla. 
Si comprende che il loro uso è puramente rituale, un pasto sacro da consumare una volta l'anno, alla mattina a stomaco vuoto stando in luoghi aperti e assolutamente naturali.
Prestando attenzione alla natura che rivela se stessa attraverso un introspezione luminosa e subordinata all'ispirazione.
L'esperienza del fungo riguarda un atto maturo, un atto di disciplina interiore non equiparabile a nessun tipo di droga chimicamente sintetizzata in laboratorio e che personalmente avverso fortemente.
Ciò che nel testo di Hancock mi ha lasciato davvero perplesso è l’esempio offerto dai quadri del pittore-sciamano Pablo Amaringo, unica testimonianza pittorica oltre a quella davvero suprema del Paleolitico.
Da parte dello scrittore non c'è stata alcuna analisi sensibile delle immagini presenti in quei quadri, che, invece, se rapportati alle pitture preistoriche, rivelano i sintomi inequivocabili della profonda malattia dell'uomo. Questa, una rivelazione assai inquietante non per la realtà che descrive ma per come lo fa.
Per esempio, sarebbe stata appropriata una citazione al pittore fiammingo Bosch, e all'arte visionaria a lui precedente del medioevo, benché l’autore faccia chiaro riferimento alla civiltà medievale, lasciando sottendere che essa è l’ultimo tratto di collegamento con cui la storia si riannoda al sentire dell’uomo arcaico.
Se ai nostri giorni la ricchezza visionaria offerta dall’assunzione delle allucinogene pozioni equatoriali si limita a ciò che rappresenta il pittore Amaringo, allora è di gran lunga preferibile l’effetto che su di noi può avere l’ostia della domenica.
Quella descritta puntualmente dallo stesso Hancock, è una sottorealtà che pare essere più un inganno steso ad arte dalle potenze del sottomondo, piuttosto che una visione chiarificatrice dell’aldilà.
Ad esempio, sempre Bosch, pittore alchimista che sperimentava su di sé le sue misture naturali di radici e particolari germogli, attraverso la rappresentazione di allegoriche deformità, seppe infondere nel mostruoso i motivi di una realtà nella quale la nostra sensibilità arriva comunque ad identificarsi e riconoscersi. Il mistero che affiora dal grottesco simbolico è reale, commovente e ci attira dentro la magia di un’incubazione prodigiosa e seppur carica di valenze morbose è allo stesso tempo pervasa di una potente tensione redentiva. Una tensione in grado di conferire la più elevata “tangibilità” all’evocazione resa possibile per mezzo dell’arte.
Negli stessi dipinti del Paleolitico si avverte questa stessa potente tensione redentiva, che giustifica la messa in opera, la traduzione, dei motivi simbolici narrati per mezzo di figure sensibili che davvero vibrano l’inquietudine della rivelazione e ci rendono partecipi attivi della sacralità e del pathos di cui le opere sono pervase.
La verità risiede nella commozione, tutti questi animali come galoppanti nell’aria, attori di drammatiche metamorfosi assieme corpi d’uomini distesi e trafitti, ci ricordano che la vita è dolore ed attraverso il dolore la coscienza prende dimensione di sé per realizzare la pura gioia redentiva.
Tutta questa primitiva cosmogonia, appena decifrata è, ad ogni modo, chiaramente percepibile come evento cardine della vita universale, e ci commuove per la fresca e spontanea esecuzione applicata al più grave e sublime dei motivi esistenziali.
Le pitture sedimentate nell’oscurità di caverne sotterranee, testimoniano una fervente devozione e assieme un sommesso, discreto, ma potente inno alla vita.
Nei lavori di questi nuovi sciamani, (penso pure ai freddi lavori di Grey) invece, si percepisce solo l’articolazione di una visione essenzialmente piatta, nauseante, che genera fastidio ed estraneità per assenza di autentica vita, ma solo di un suo stravolgimento scialbo e che è pallida imitazione di un esperienza che intuiamo essere ben più significativa.
 L’effetto, in definitiva, è quello di una serra da luna park, la serra finta di un triste baraccone di mostri gommuti e piante di plastica illuminate al neon.
Penso lo stesso che Amaringo sia in assoluta buona fede nel dipingere le sue visioni, nell'esternare la propria malattia che in fin dei conti è la medesima malattia dell'uomo contemporaneo.
 Ciò che avverto in queste pitture, che sembrano flash allucinati consumati dentro i magazzini di un centro commerciale, è la malattia dell'animo e la sua stessa estraneità da un mondo artefatto nel quale, personalmente, non vorrei essere calato nemmeno per un attimo. Ho timore di questa cruda e crudele assenza di reale tensione redentiva estirpata dal lavoro dell'uomo, del dissolvimento di ogni nostra partecipazione affettiva al reale inteso come ispirata applicazione artigianale. E' la tristezza di una significativa visione ridotta a rigida catalogazione d'immagini freddamente sovrapposte.
La pittura bizantina, benché convenzionalmente definita come piatta, piatta non era affatto e gli artefici anonimi che la rappresentarono seppero infondere nelle loro astrazioni volumetriche, l’aura melanconica, la gioia sommessa di una allucinata bellezza enigmatica, pervadente la vita e che, attraverso tutte le sue possibili deformazioni, precisa l’effetiva tensione spirituale di cui era intrisa l’umanità di quell’epoca profondamente, beatamente, concretamente, visionaria.
 Benché io non stimi la bontà del cattolicesimo, comprendo ugualmente che chi redasse i Vangeli, tutti i Vangeli, apocrifi, gnostici, e canonici, (quest’ultimi, in uso nel cattolicesimo appunto, sembrerebbero i meno autentici) costoro non erano sprovveduti e se l’età degli oracoli ha intonato secoli addietro il suo ultimo canto, un motivo fondato, intendo dire metafisicamente fondato, c’è.
 Nell’età antica i contatti degli uomini con la realtà sovrasensibile generava armonia e poesia, oggi sembrano partorire solo incubi e parodie e mi domando perché.
 L’anomalia riguarda solo pochi decenni della nostra epoca.
L’accostamento tra alieni ed elfi benché realistico e calzante, rivela l’estremamente probabile e malevola sovrapposizione allegorica che è intercorsa tra due o più realtà invisibili, determinate dallo stato di crisi presente, una crisi che per sua stessa estrinsecazione non può riguardare una sola dimensione e un solo tempo.
Le visioni descritte da Hancock, benché avvincenti e dettagliate, assolutamente credibili, purtroppo sembrerebbero offrire ben poco alla speranza per congenita carenza d’ispirazione testimoniata dalle storie riguardanti il tempo attuale.
Dietro l’ottimismo delle scoperte sembra prevalentemente  emergere un modello psichedelico sostanzialmente oscuro, una realtà popolata di esseri morbosi e predatori che nuotano dentro un composto energetico vischioso e pungente.
E’ la continua narrazione di un deliquio insidiato da spettrali osservatori, un dominio trasversale pervaso d'indistinte figure arcigne o stranamente buffonesche, di bizzarri manichini pseudotecnologici, che proprio per la sua massima veridicità (a me il testo di Hancock, ripeto, sembra estremamente credibile) non può non generare profondi dubbi in chi ne partecipa, direttamente o indirettamente, e conseguentemente allarmare l’animo su tutta la realtà dell’assedio invisibile, e non più gestibile, che l’attuale epoca sembra subire e che in definitiva è il medesimo subito da Ulisse nella sua reggia di Itaca, ma al quale egli, uomo della tradizione (dunque Felix) seppe offrire una soluzione certa.
Le stesse corrispondenze tra il carro di Elia e i dischi volanti vanno sicuramente prese in considerazione, così come il particolare estratto dal manoscritto di Rupertsberg redatto da Hildegard von Bingen (riportato nella foto del post) e che mostra una donna gravida distesa, collegata per mezzo di un prolungato tubicino ad una forma romboidale sospesa nel cielo, e dove da un gruppo di persone nel riquadro in alto a sinistra della composizione, sboccia il profilo di un folletto che preleva un fungo dalla cesta.
Domandiamoci oltre al significato di tutto ciò, dove Hildegard von Bingen attinse le sue melodiche armonie.
Senza la nostra ampiezza lirica non vedo speranza di riscatto, è così amaro constatare il motivo per cui l’uomo contemporaneo appare tanto squilibrato e “stonato” e non poter far nulla perché intimamente ci si sente come disseccati.
Dalle testimonianze di tutte queste migliaia di sperimentatori lisergici, di tutti questi innumerevoli addotti, sembra non emergere nessuna significativa fioritura poetica, nessun moto di resurrezione eroica dalla bassezza infima in cui è affondata la presente età. Cosa appaiono? Filamenti fosforescenti, conati di nausea, freddi serpenti, inquietanti Troll o Grigi che siano che fanno a pezzi le persone addotte, le manipolano a loro uso e consumo, per infondergli cosa? Messaggi? Per chi? Innesti sottocutanei? A quale funzione assolverebbero?
La normalizzazione delle anime che sembra voluta da questa nuova inquisizione elettromagnetica, passa attraverso il detrimento intimo della condizione lirica, attraverso un percorso di contro-navigazione opposta al senso che animò il periplo degli Argonauti e quello di Ulisse, il labirintico cammino dello stesso Dante, costoro ed altri s’inoltrarono in dimensioni incognite e tornarono realmente migliori in se stessi, recando con sé prova certa dei doni spirituali ricevuti con cui determinarono nuove fioriture nelle civiltà cui appartennero.
L’analogia tra le abduction e le narrazioni dei viaggi sciamanici è sorprendente e, torno a ripetere, assolutamente veridica, ma è proprio questa assoluta veridicità a turbarmi potentemente e non posso pensare che noi siamo davvero destinati all’impotenza interiore, vittime di un incurabile malattia dell'anima.
Il messaggio di Hancock non è nichilista, tutt’altro, ma alla fine pur criticando le considerazioni di una scienza positivistica ne sposa il paradigma ingannevole più evidente che è quello dell’evoluzione.
Non credo esista evoluzione, bensì un’immanente diversificazione, sia essa più o meno luminosa, realizzata attraverso infiniti quanto ineluttabili cambi di forma o metamorfosi, in cui il mistero regna sovrano.
La maestà dell’enigma non va profanata ma piuttosto adorata positivamente, così come un tempo racchiusi qui, nel grembo del Mediterraneo, insegnarono in Età maggiormente felici, gli Orfici, Eraclito, Parmenide.
L’inquieta e continua metamorfosi della vita è determinata da circostanze impercettibilmente estreme, la cui somma definisce la conflagrazione e l’orientamento invisibile di più dimensioni.
Tutto l’universo ruota attorno una gravità enigmatica, ognuno di noi assieme al proprio daimon, ognuno accompagnato dalla propria ombra, sia essa benevola o malevola, rotola attorno e dentro più centri gravitazionali, comunicanti tra loro da aperture non comunemente date.
Ogni cosa è avvinta da saldi vincoli, avviati nella combustione di innumerevoli fioriture ardenti e filamenti o stringhe invisibili, formanti la matassa inestricabile del Tutto, in cui si fondono impastandosi alla vibrazione di fondo della vita gli innumerevoli desideri e tensioni creative.
Le stesse pulsioni distruttive di tutta la congerie di svariate entità, di più intelligenze e riconosciute nei nomi più comuni di gnomi, fate, silfidi, elfi, jinn, demoni, ninfe, spiriti segreti della natura evidente, di larve eteriche e l’uomo stesso, spesso inconsapevole abitante d’altri mondi e di questo mondo.
L’uomo, perennemente in bilico tra dimensioni a lui parallele ed incognite.
Qui trovano fondamento le intuizioni geniali sul dna che illustra Hancock, così come alcune rispondenze che avvincono la nostra coscienza all’apparentemente insignificante mondo degli insetti, i rettili ed appunto ai misteri del dna, pressoché simile in ogni specie vivente.
Non in ultimo, il senso riposto della realtà tecnologica, la sua insospettata (insospettata ai più) dimensione allegorica e puramente magica (raffinata magia nera)
La crudeltà di talune entità sgomenterebbe, ma noi stessi non siamo efferati avendo concepito ed attuato scientifici stermini di massa applicati sui nostri stessi simili e su altre specie animali e realtà naturali? Siamo stati ispirati nel fare ciò?
La convinzione personale, è che l’uomo, e non solo l’uomo, sia espressione visibile di una determinazione stabilita dall’insondabile, ma ugualmente conoscibile, dominio del simbolo, che è la prima esperienza dell’universo e origine stessa della necessità materiale.
Simbolo e allegoria sono il supporto della lotta multiforme che determina le “reazioni e interazioni ardenti” negli universi.
Non possiamo non chiederci della finalità di questo immenso circo cosmico, e alla domanda non c’è possibile risposta, se non nell’assunto della fede, così come del più completo disincanto, è in ogni caso la voce afona dell’istinto a guidarci, dell’istinto più profondamente radicato in noi, quasi ad essere il “primo strato ricoprente lo spirito” custode del sogno. I nostri sogni in quest'epoca sono profondamente sconnessi.
Il libro di Hancock è da leggere e rileggere. Trovo inquietanti le descrizioni dei “folletti macchina” e, torno a ripetere, le stesse analogie tra abduction ad opera dei cosiddetti alieni e le esperienze di viaggio sciamaniche.
Ripenso, al di fuori del testo di Hancock, all’allegoria che presiede all’avvento di Giovanni Battista, ai motivi simbolici della sterilità della sua stirpe, e pertanto, alla consumazione di un età – per il presente Ciclo – nella quale fino ad un dato momento furono possibili le esperienze estatico veggenti maggiormente pure e limpidamente tradotte sulla materia per mezzo della poesia figurata, cantata, edificata nella pietra.
Penso alla stessa consolazione delle Muse cui ancora poté far affidamento in un periodo di profonda crisi della civiltà, Boezio, il suo trattato sulla consolazione della filosofia è sublime, ed esso stesso non è forse preziosa parte residuale dell’originaria esperienza estatico visionaria?
Penso ancora a quell'evento che annunciò la morte stessa del dio Pan, così com’è descritta da Plutarco.
Alla stessa Torre di Babele, che millenni prima di questi accadimenti non rivela forse l’inizio o continuazione di uno squilibrio simbolico, allegorico, vitalizzante gli scambi segreti tra l’uomo ed il Cosmo che lo circonda? la cui proverbiale confusione di lingue alluderebbe ad uno stato di crisi ben più ampio della sola circostanza di non comprendere un semplice idioma parlato.
Ciò che mi sgomenta è l’assuefazione alla freddezza del nostro cuore, alla nostra disidratazione animica.
Le Argonautiche, è il motivo fondante la nostra identità, del nostro nuovamente fiorire dopo la crisi diluviana, esse sono una narrazione che riguarda il ritrovato equilibrio lirico e affettivo, intesi come primo motivo di salvezza cosmica. Orfeo intona per Amore. Il loro svolgimento narrativo riguarda i motivi di un allegoria puramente sciamanica e la comunione con le dimensioni invisibili, il cui iniziale sconfinamento aumenta nell’iniziato la sensazione di smarrimento, ma la finalità della prova è quella di rafforzare il coraggio, di amplificarne attraverso l’estasi l’ispirazione, al fine di ricrearsi Poeta nell’accezione più autentica del significato che è quella di realizzatore di armonia.La ricerca per la ricerca è un fine ozioso ed indegno di una persona “sana”.
La considerazione per la quale la percezione spirituale sia veicolata all’uomo delle età più antiche da determinate sostanze naturali, questo costituisce la prova che la “caduta adamitica” ha determinato all’istinto “dell’uomo dei primordi” il recupero di uno stato edenico originario offerto appunto dagli stati alterati, ma i percorsi che questi aprirono ed aprono sono ad ogni modo infestati di presenze avverse giunte a sovrapporsi sulla strada che conduce alla dimensione aurea degli inizi.
Tutto l’assetto giuridico-sacrale del mondo etrusco e romano arcaico si rivolge proprio a tali infide ingerenze, la cui malevola influenza era inficiata dai Sacri Riti.
L’enigma risiede nel perché tali Riti abbiano progressivamente diluito attraverso i secoli il proprio senso, fino a dissolversi completamente e consegnare la realtà presente ad un dominio d’essenziale incoerenza?
L’esigenza di diversificare gli stati della propria coscienza deriva da un profondo motivo di nostalgia che rende vivo il nostro spirito, e le sostanze allucinogene naturali costituiscono solo il mezzo e non la causa dell’ideale viaggio di ritorno.
Molto efficacemente Pavel Florenskij chiarisce quest’aspetto nel suo pregevole: “Le porte regali”
“ C’è però la tentazione di prendere per spiritualità, per immagini spirituali, invece delle idee, le fantasticherie che circondano, confondono e seducono l’anima al momento in cui le si apre davanti la via verso l’altro mondo.
 Sono gli spiriti di questo secolo che così procurano di trattenere la coscienza nel loro mondo.
Essi, essendo limitrofi al mondo dell’altro versante, benché di natura terrena, hanno assimilato la sostanza e la realtà del mondo spirituale; per parlare geometricamente-fisicamente, al limite e alla soglia di questo mondo accediamo a una condizione di vita anche se costantemente nuova, radicalmente diversa dalle condizioni comuni della vita quotidiana. E in essa è la massima insidia spirituale per chi si accosti alla “soglia del mondo” ed è vulnerabile a causa degli attacchi mondani o inetto in assenza di un intelligenza spirituale propria o altrui che lo guidi…il mondo si aggrappa al suo servo, gli si attacca, tende reti e quasi seduce coloro che sono arrivati alla soglia del piano spirituale; vigilano su questi varchi spiriti e forze che non sono certo “guardiani della soglia”, cioè non sono dei santi difensori dei sacri territori, non sono esseri del mondo spirituale, bensì satelliti “del principe del reame dell’aria”…che trattengono l’anima al confine dei mondi::.”