lunedì 10 dicembre 2012

accenno sull'essenza del Daimon


Empedocle, ha assunto perfettamente la tesi di Eraclito, che il dèmone dell’uomo è il suo ethos, pensandola nel quadro di un universo tutto animato; egli potrebbe condividere perfettamente la risposta di Eraclito a chi si meravigliava di averlo trovato a scaldarsi davanti a un forno che «gli dei abitano anche qui» (test. 9).
Non c’è un’anima distinta dall’ente che trapassa da uno all’altro, ma è l’ente stesso che in quanto tale paga il debito contratto: la morte paga la nascita. L’ente in quanto tale è insieme colpa e riscatto. Questo pensiero sta nel fondo dello scenario secondo il quale la nascita (la nascita strettamente connessa con la morte) è opera insieme di amicizia e di contesa.
Ora, qui, di quali nascite si sta parlando? Ci sono nascite talmente comprensive di vita che non possono essere pagate con una sola morte, viventi che annodano in sé stessi una tale carica vitale e demonica che per restituire quanto con il loro esistere hanno separato dall’uno non basta che muoiano una sola volta. Non muoiono di una sola morte perché sono molte vite. Del resto tutti i corpi non sono semplici bensì constano di varie membra e sistemi e apparati.
Inoltre, per aversi trasmigrazione dell’anima dèmone, dopo tutto non è necessario che si dia un salto ontologico rispetto alla tunica di carne del corpo. Dovendo anche l’anima o il dèmone essere di materia, si può benissimo dare la liberazione dell’elemento materiale più sottile, fine e mobile del composto, elemento suscettibile per sua disposizione naturale a portare in sé una forma più prossima agli dei e a raggiungere in essa il riverbero e la risonanza della più intensa e concentrata unità e coerenza del tutto. Questo elemento, spiccatamente propenso alla tensione verso l’alto, è il fuoco, fuoco che anche in Empedocle è luce e etere. Ogni elemento o radice può manifestare la sua forma più pura a seconda delle proporzioni in cui si mescola con gli altri.
L’etere è la luce fredda e ingenerata, indiveniente e ferma, verticale e siderale, senza cambiamenti di colore, la luce nera del polo iperboreo. Più che il sole, è il lampo. L’etere greco traduce lo ksha vedico, la luce fredda eterna che precede il sole e gli astri, il sole di mezzanotte, del solstizio di inverno – di questo si vedrà più avanti nel capitolo sul vortice – . Ma soprattutto l’etere akasha, autentico fuoco vivente, è insieme suono e parola, il lógos cosmico identificato dal fuoco di Eraclito.
La luce viaggia anche nel pieno. Il punto è affrontato nella spiegazione empedoclea del fenomeno della vista, con il fuoco interno all’occhio che esce a incontrare il fuoco esterno.
Del resto, dato che ogni elemento consta di innumeri corpuscoli, si deve pensare che la potenza di guida della luce dipende dalla configurazione della proporzione del composto. La sede del pensare, per Empedocle, è il sangue, composto squisitamente di fuoco luce.
L’«io» del fr. 117 che sa e vede e ricorda è l’elemento apollineo, la luce che guarda e che guardando attraversa tutto il cosmo: il soggetto del «guardare» si slancia senza dovere uscire da sé, la proiezione con cui si connette e identifica con il guardato non importa nessun dualismo ontologico.
In sintesi, il corpo migliore e più affinato non solo non contiene un’anima prigioniera ma è contenuto da un corpo di luce di cui rappresenta la base grossolana. Il fuoco luce, l’elemento apollineo che nel cosmo tende all’alto in quanto è il più libero e dinamico, viene condannato a passare in varie misture con elementi antagonisti più grossolani e pesanti, passaggi che sono conflittuali e che per esso valgono come pene e pedaggi da pagare per liberarsi dai gravami imposti dal destino.
La leggenda vuole che Empedocle si sia gettato nel fuoco dell’Etna per concludere l’esilio con il privilegio del ricongiungimento con l’elemento nobile, da dio che era.
D’altro canto, se l’anima dèmone è materiale, ci saranno anime e dèmoni di fuoco, di aria, di acqua e di terra, ciascuna potente nei limiti delle capacità di cui l’elemento è dotato e dell’equilibrio e della proporzione con cui entra a comporre con gli altri elementi i vari enti.
Eraclito era stato nettissimo sulla natura ignea delle anime e sul pólemos cui vanno incontro; per lui le anime muoiono diventando acqua (fr. 36) e l’anima asciutta è la migliore (fr. 118).
Vedremo più avanti che per Empedocle gli uomini vengono accolti alla nascita da due dèmoni, una solare e l’altra ctonia.
Sotto la necessità di molte morti per pagare il debito, Empedocle adombra che queste riguardino viventi che contengono molte vite, le molte vite – appunto – relative a quelle molte morti. In una certa molteplicità di viventi in effetti si deve vedere circolare un vivente unico più grande che li abbraccia e li comprende.
Inoltre va considerato che le restituzioni sono multiple perché il corpo è costituito da molteplici sistemi e apparati dotati di una certa indipendenza, tant’è che varie membra (guîa), teste, braccia, occhi, ecc., poterono nascere ancora prima di essere assemblate.
Le purificazioni equivalgono a progressive morti dell’individuo mediante le quali si rovescia la tendenza alla fissazione nel particolare. Come la nascita di certe individualità è comprensiva di vari intrecci così lo scioglimento deve ripercorrere tutti i nodi.

Articolo di Giuseppe Lampis

Qui versione integrale:

mercoledì 5 dicembre 2012

Varchi



Gli alberi si tingono di giallo, del consolante giallo arancio autunnale.
La natura, ritirandosi in se stessa, s’avvolge della profonda luce invernale, rievocante la bellezza nascosta delle antiche favole, dei racconti d’età indefinite,  la loro bellezza inquietante e consolante, affondata profondamente e dimenticata in noi stessi.
Storie di viandanti delle selve, sorpresi dal breve crepuscolo serale dell’inverno in sentieri di boschi indorati alla luce del tramonto, subito dissolta nell'azzurro cupo della gelida sera.
Ieri su Roma splendeva una giornata aurea e ieri l’altro, il cielo riverberato di un raro celeste profondo si gloriava di tutta la teoria prospettica inscenata da nubi maestose e fiere, che parevano scappate da qualche capolavoro pittorico del seicento. Una fuga libera e distesa, evocante lo stupore primordiale.
Per  tutta l’aria, vorticava una sorta di nostalgico richiamo maggiormente intenso sul finire del giorno, dove il cielo, insolitamente pulito, distendeva una luce di tramonto oro e fuoco che sembrava incendiare la vita di speranza.
E’ il bagliore puro dei tramonti invernali, quando l’aria secca e pulita ingemma l’anima stessa di una particolare grazia, per la quale un semplice prato cittadino, acceso nel verde naturale più brillante, arriva ai nostri occhi come la suprema rivelazione di un giardino spirituale, il varco stesso della Città Celeste.
L’estensione della percezione, elevata oltre la grossolana sensorialità dettata dalle pulsioni inferiori, è un accadimento necessario affinché la vita cosciente prenda effettiva dimensione di sé.
E’ fondamentale sapersi svincolare dalla sala interiore ricoperta di specchi deformanti nei quali possiamo solo riconoscere una bassa seduzione che alimenta passioni incontrollate, fervori radicati in orgogli meschini.
E’ stratificata nella coscienza dell’uomo adamitico l’impronta solidificata del terrore magmatico che lo travolse agli inizi del tempo, solidificandolo nell’impasto addensato della materia. E’ un sedimento di paura ferrosa e magnetica che ci soffoca.
Volevo dire, il testo di Hancock, “Sciamani” sembra mettere in luce solo il primo livello della realtà invisibile, posta anch’essa nel dominio dell’allegoria, un surreale e diafano teatro, allestito dietro le quinte della nostra scena, parallelo ad esso e coeso  da una sorta di rarefatta gravità, comunque sempre determinata dal nucleo ardente di un dolore primordiale, dal sacrificio delle origini cantato da ogni tradizione, l’immolazione ancestrale da cui è scaturita la combustione fisica delle stelle, l’attuale fornace d’inganni e stupori dell’universo incognito.
Tutta questa rotazione universale, è la danza avviata dall’incomprensibile follia della prima divinità, pervasa di una gioia sorda ad ogni schiacciamento della vita caduta nel regno della cruda necessità.
La nostra dimensione evidente sarebbe dunque il setaccio separante gli umori dagli ideali, di quanti si dimenano annaspando nel brodo vischioso dell’occorrenza materiale, in questo pentolone delle mille e una sperimentazioni.
Alla fine non c’è commento per il libro di Hancock, il suo è l’invito ad una sperimentazione, al recupero di un modo di navigare fuori rotta assumendosi tutti i rischi che possono capitare finendo dentro gorghi di correnti insensate, ma oltre a ciò, quello che preoccupa è appunto il dissolvimento della Vir.
Torno dunque agli antichi valori, i quali l’istinto mi dice essere “valori certi”.
In un epigramma dell'Antologia Palatina, attraverso l'immagine del mito omerico di Odisseo e Circe, viene rappresentato il problema spirituale di fondo che travaglia l'uomo, il quale, diviso fra le due sfere del celeste e del terrestre, prorompe nel grido:
Lontana da me, tu, caverna
tenebrosa di Circe: son nato progenie celeste,
ed è per me vergogna le ghiande mangiar come un bruto!
Concedermi il Nume
voglia del moly il fiore che scaccia i cattivi pensieri.
Qui Odisseo è l'uomo eterno, posto fra il chiarore celestialmente luminoso di Hermes e le tenebrose seduzioni della ctonica adescatrice Circe. Egli sta fra cielo e caverna.
La salvezza gli verrà da quel "fiore che risana l'anima", che egli riceve dalle mani del messaggero degli dèi e che in sé è anch’esso un simbolo sensibile di quanto gli avviene nell'anima: la radice è nera, il fiore bianco. Grazie al potere che è in quest'ultimo, l'uomo si svincola dalle potenze tenebrose, nelle quali egli sa che anche la sua radice è immersa. (*)
Non considero tanto fondamentale alterare la nostra percezione sensoriale, (ad ogni modo le aggressive e velenose droghe sintetiche sono da evitare in ogni caso) quanto principalmente ridestare in noi stessi una competenza o prerogativa sensibile educata attraverso un percorso devozionale, per il quale il fortuito incontro con “il fiore che risana l’anima” costituisce la prova su cui esercitare la capacità di orientamento dell'anima stessa già rischiarata nell'ascesi (esercizio) della sua disciplina felice.
Odino stesso, è ricordato dalla tradizione nordica come il primo sciamano, il primo sacrificatore, il folle visionario appeso all’albero della vita, inebriato dal succo sacro e scosso dai venti primordiali.
Lui, il dio, è l’esempio di un tormento annodato alla gioia estatica, una tensione vitale inscindibile dal Furore che avvia la rotazione dei mondi, quel Furor che oggi si vuole avvilito sotto luci sterili e soffocato con pellicole di plastica, isolato nelle celle elettromagnetiche della telefonia mobile o delle reti wirless.
Non il sonno, bensì l’insonnia della ragione deforma a incubo la realtà.

(*) http://www.samorini.it/doc1/alt_aut/lr/rahner1.pdf

lunedì 3 dicembre 2012

le dimensioni parallele - Sciamani di Graham Hancock - o nostra ultima malattia


Rammentava Thomas Carlye, nella sua introduzione alla vita del Conte di Cagliostro, che nella vita di ognuno, anche nella più disprezzabile, riecheggia l’antichissima vastità del mito.
“La nostra esistenza è un poema, dotato di tutte le categorie così ben delineate nella poetica di Aristotele, vale a dire di un principio, di uno svolgimento, e una fine; con i dubbi, le certezze, il libero arbitrio e la soggezione al Fato; con il canto elegiaco e il canto di battaglia, il coraggio e la viltà, e con due indispensabili e drammatici elementi: la Pietà e la Paura; soprattutto, con l’inevitabile intervento risolutore delle Potenze Soprannaturali.
La vita dell’uomo è certamente il Poema più grande! Profezia si potrebbe dire con termine più appropriato; poiché nella realtà risiede l’esistenza e il fondamento di tutto ciò che vi fu mai di mitico, immaginato, lodato, rivelato, desiderato dal genere umano; invero la vita dell’uomo ha in sé tutte le Rivelazioni, vere o false che siano mai state, che sono, che saranno.”
Cosa sia il mito non è agevole a dirsi, in eta'  moderna, animi eletti come Goethe e Leopardi, che furono tra i primi ri-valorizzatori dell'antica sapienza, ne esplorarono con animo veggente ed erudito la profondità simbolica; inoltrandosi nel labirinto emblematico della filosofia e della poetica integrale rischiarando il cammino con il lume della pura meraviglia devota.
Questi valorizzatori della dimensione poetica, dimostrarono di riemergere dall’antro iniziatico migliori in se stessi, migliori a se stessi, (sebbene talvolta penosamente provati nel fisico) recando con sé alcuni frammenti aurei della sostanza favolosa; incantevoli testimonianze che condivisero con quella parte dell’umanità pronta ad essere sensibilmente partecipe delle loro intuizioni liriche.
E' a ogni modo certo che le grandi età corali, le età in cui gli uomini sapevano accostarsi saldamente gli uni agli altri per edificare, seppur tra molteplici contrasti, la luminosa verità dei Templi e Cattedrali perfette, che queste Età gia' da lungo tempo siano definitivamente tramontate.
Il cammino allegorico rimasto all’umanità presente, è un percorso inerpicato su un sentiero a strapiombo estremamente stretto, dove se il viandante si dovesse affiancare ad un altro uno dei due precipiterebbe immancabilmente nel vuoto.
Dal nulla proveniamo e al nulla torneremo.
Razionalmente, possiamo solo pallidamente congetturare sull'ignoto da cui siamo scaturiti e in cui prima di quanto non possiamo ritenere svaniremo.
Non saremmo ammassati quaggiù per realizzare delle spente consuetudini, compito della persona desta in se stessa è di ardere intimamente con provata misura, accendersi interiormente e cercare di ricordare chi essa sia.
Del Poema che è l’Uomo una ben piccola strofa è quella che possiamo recitare, prima che il lumino interiore si spenga alla dimensione presente, ma la preziosità del suo barlume è davvero incommensurabile.
Il prodigio consiste nel fatto che noi, “i mortali creature di un giorno”, possiamo dilatarci ben oltre i confini dell’universo visibile avvalendoci della facoltà ispirativa: il subitaneo lampo intuitivo.
Il testo di Graham Hancock “Sciamani”, è indubbiamente un testo significativo.
Si comprende che l’uso di determinate sostanze psicoattive, così descritte nel testo, sia da considerare come un uso puramente rituale. E' la sostanza di un pasto sacro, da consumare in determinati periodi dell’anno in luoghi naturali nella finalità di individuare il varco liturgico mediante un’introspezione luminosa e subordinata all'ispirazione.
L'esperienza del fungo magico, dovrebbe essere la scelta di un atto maturo, inteso come atto di pura disciplina interiore non equiparabile a nessun tipo di alterazione prodotta da altri tipi di droghe chimicamente sintetizzate in laboratorio, le quali, in realtà, rappresentano nient'altro che un motivo di corruzione assoluta.
Ciò che nel testo di Hancock può lasciare perplessi sono i quadri del pittore-sciamano Pablo Amaringo, unica testimonianza pittorica riportata nel testo oltre a più rari esempi di pitture parietali del Paleolitico  (queste si davvero supreme).
Delude il fatto che da parte dello scrittore non c'è stata alcuna analisi sensibile delle immagini presenti nelle raffigurazioni che sono di corredo al testo.
Per esempio, sarebbe stata appropriata una citazione al pittore fiammingo Bosch, nonché alla sublime arte visionaria del medioevo, che nella storia costituisce l’ultimo tratto di connessione interiore dell'uomo al sentire della dimensione immaginale che fu propria del mondo arcaico.
Ai nostri giorni, se la ricchezza visionaria offerta dall’assunzione delle allucinogene pozioni equatoriali è limitata a ciò che rappresenta il pittore Amaringo, (una pessima serra da luna park, un triste baraccone di mostri gommuti e piante di plastica illuminate al neon) che rappresentano una pallidissima imitazione - peraltro malriuscita - di un’esperienza che intuiamo essere ben più significativa, allora sarebbe di gran lunga preferibile l’effetto che su di noi può avere l’ostia della domenica.

Ciò che si avverte in queste pitture, che sembrano flash allucinati consumati dentro i magazzini di un centro commerciale, è la moderna malattia dell'animo, la sua stessa assuefazione al nuovo stato patologico in cui non dimostra alcuna reale volontà di riscatto effettivo: un’assenza totale di reale tensione redentiva.

E' la tristezza stessa che permea la vita contemporanea, immancabilmente priva di significative visioni che ne possano illuminare il divenire, ridotta dai nuovi ritmi compulsivi a rigida catalogazione d'immagini e situazioni freddamente sovrapposte.

Nelle età più antiche, i contatti degli uomini con la realtà sovrasensibile generava soprattutto motivi di fioritura delle diverse Civiltà, le quali subordinavano le proprie edificazioni ad un ideale di sostanziale armonia e poesia.
Quella che Hancock descrive puntualmente, non sarebbe tanto l’aldilà comunemente inteso, quanto la realtà di dimensioni eteriche configurate per rivelarsi più come una sorta d’inganno mistico steso ad arte dalle ‘potenze del sottomondo’, (Arconti della dottrina gnostica) piuttosto che una visione chiarificatrice dell’aldilà.





Bosch, pittore alchimista, sperimentava le diverse misture e pozioni che da sé preparava assieme i colori, e, attraverso la rappresentazione di deformità allegoriche seppe in ogni caso infondere all'allegoria mostruosa i motivi di una realtà puramente elettiva, nella quale la nostra sensibilità trova istintiva adesione riconoscendosi nel sostanziale motivo affrancatore di una dimensione allucinata si, ma espressione di una pura dimensione artigianale e poetica.
Il mistero che affiora dal grottesco simbolico dell’arte antica, è reale perché infonde partecipazione affettiva, attirandoci negli esiti puramente magici di un’incubazione spirituale prodigiosa, che, seppur carica di valenze morbose (le pitture di Bosch) è ugualmente pervasa di una importante tensione redentiva. Una tensione puramente spirituale, in grado di conferire la più elevata concretezza all’astrazione evocativa dell’arte.




La stessa pittura bizantina, ad esempio, benché convenzionalmente definita come piatta, ma piatta non è affatto. Gli artefici anonimi che la definirono, seppero infondere nelle loro astrazioni volumetriche un’aura melanconia fusa assieme la gioia enigmatica del loro ideale canone di bellezza. I volti rappresentati nei mosaici bizantini, esprimono inquietudine mista a un preavvertimento di rasserenamento, come fossero pervasi da una felice allucinazione che testimonia l’effettiva tensione spirituale di cui era intrisa l’umanità di un epoca immensamente visionaria.







Nei dipinti del Paleolitico, affatto rozzi, si avverte l’azione della medesima potente visione redentiva, questo indipendentemente dai riferimenti sapienziali che ne giustificarono la realizzazione.
Nel fondo preistorico delle caverne dipinte, i motivi simbolici sono narrati per mezzo di figure vive, scosse dall’inquietudine di un’indicibile Rivelazione della cui sacralità e pathos ogni osservatore sensibile è perennemente partecipe, quasi pervaso del medesimo stupore ancestrale.



Tutti questi animali ritratti, come se galoppassero nell’aria e le figure teriomorfe che a loro si confondono, sono gli attori di drammatiche metamorfosi, dipinte assieme a soggetti di corpi d’uomini distesi e trafitti, per ricordarci che la vita è sostanziale dolore temperato da un principio estatico latente, la cui sostanziale incomprensione costituisce il motivo primario su cui è fabbricato l’ottundimento sensoriale dell’uomo cavia-consumatore contemporaneo.
L'immane cosmogonia primitiva, è appena decifrata ma, in ogni caso, è chiaramente percepibile l’importanza simbolica che rivela, costituendo quasi il cardine su cui si apre la maggiore estensione della vita universale ed emoziona per la fresca, spontanea, esecuzione realizzativa, la cui apparente leggerezza coincide col più grave dei motivi esistenziali.

Le sublimi pitture preistoriche, testimoniano una significativa fervente devozione congiunta al preminente mistero della vita.
Dalle dettagliate visioni descritte da Hancock, peraltro estremamente credibili, emergere uno stupefacente apparato dimensionale sostanzialmente oscuro, una coeva o più coeve realtà invisibili popolate di esseri morbosi e predatori, che nuotano dentro un composto energetico vischioso e pungente.
E’ la narrazione di un deliquio sensoriale continuamente insidiato da parassiti energetici spettrali. Il varco sovrasensibile sarebbe cinto da una sorta di jungla eterica che è il dominio trasversale pervaso d'indistinte figure arcigne o stranamente buffonesche, popolato da bizzarri manichini pseudo tecnologici.
Dalle testimonianze di tutte queste migliaia di sperimentatori lisergici, di tutti questi innumerevoli addotti, sembra non emergere nessuna significativa fioritura poetica, nessun moto di resurrezione eroica dalla bassezza infima in cui è affondata la presente età. Cosa appaiono? Filamenti fosforescenti, conati di nausea, freddi serpenti, inquietanti Troll o Grigi che fanno a pezzi le persone addotte, le manipolano a loro uso e consumo.
L’analogia tra le abduction e le narrazioni dei viaggi sciamanici è sorprendente, estremamente veridica, ma è proprio questa estrema veridicità a turbare intensamente.
Il messaggio di Hancock anche se non è nichilista non offre spunti concreti per la nostra liberazione effettiva e pur criticando le considerazioni di una scienza positivistica ne sposa il paradigma ingannevole più evidente, che è quello dell’evoluzione.
L’attuale processo di normalizzazione delle anime, che sembra voluta dalla nuova inquisizione elettromagnetica, passa attraverso il detrimento intimo della nostra potenzialità poetica.
A livello subliminale il condizionamento mediatico opera per diffondere un sovrano disincanto, principalmente contenuto nei motivi seduttivi di una dilagante pop-ipnosi.