mercoledì 3 ottobre 2012

Le fonti psichiche





Grazie al recupero di diverse interpretative e testimonianze di autori antichi e di ricercatori contemporanei, ricomincia ad essere maggiormente tracciata l’intelaiatura sovrasensibile delimitante il perimetro energetico delle azioni umane, quel sostegno metafisico che l’insensibilità positivista ha inteso assai imprudentemente sconfessare.
La qualità vitale sprigionata dai nostri pensieri e azioni è avviata – intenzionalmente guidata nelle volontà più lucide – oltre l’evidenza materiale delle cose finite.
Secondo il pensiero primitivo, ed intendo dire “primitivo” nella sua accezione più nobile, ossia originario, e dunque, come l’estrinsecazione del pensiero più aderente alla Tradizione, vale a dire, all’autentica Conoscenza, secondo tale comprensione profonda, dunque, il Cosmo è tenuto in ostaggio da forze imperscrutabili che esigono un tributo.

Tutti e ciascuno – consapevoli o meno che siamo – dobbiamo offrire il nostro personale tributo, perché vivere equivale a restituire ciò che si è preso.

La consapevolezza è che non c’è alcun essere al mondo che non contenga in sé forze duplici e gemellari, e ciò vuole dire che ogni realtà visibile trascina con sé una realtà invisibile. In sostanza, è proprio tale coscienza a rendere realmente profonda la riflessione universale, messa in relazione con la dimensione spirituale.
Secondo l’intuizione della tradizione, il visibile esiste perché è riuscito a trattenere in sé la forza intelligente dell’invisibile, o ancora meglio, l’immenso spettacolo universale scaturisce - determinando la proprietà, affatto sottintesa, della materia - come conseguenza della crisi stessa della Divinità.

Per il sentire arcaico, la realtà è vibrazione scaturita dalla parola – canto (in-canto) – si potrebbe quasi dire, Grido divino originario e pertanto, ogni vivente od oggetto inanimato costituisce in latenza un motivo di fascino che è possibilità di una metamorfosi collegante il divenire all’eterno.
La vita è un divenire infinitamente moltiplicato e diversificato attraverso gli incalcolabili prestigi che lo spirito, tramite la luce, (luce ancestralmente evocata dalle tenebre) infonde alla materia.
La perdita dell’immortalità atavica, in tempi remoti determinò l’esigenza dei Riti e delle Sacre Iniziazioni.
Il loro smarrimento di senso, appunto culminato nel momento storico presente, è testimonianza certa del rinnovamento di un Età, un rinnovamento involuto, un ulteriore aggravamento della crisi primordiale da cui eruppe lo stesso nucleo ardente delle galassie.

Incapace di rinnovare l’atto sacrificale, la società attuale non argina più la spinta centrifuga delle forze incoerenti che albergano nella materia, destinando la realtà tutta ad una sua consumazione indifferenziata, pari ad un disfacimento inesorabilmente spento in se stesso; una corruzione che sembra fatalmente privata dei germogli del rinnovamento.
In questo senso, si comprende l’eminente valore salvifico del messaggio Apocalittico, che in sé contiene i semi della rinascita purificata dal fuoco più ardente, così some s’intuisce tutta l’inesprimibile terribilità di una configurazione solo meccanica del divenire, della contro-apocalisse appunto, una parodistica rivelazione ornata da un incessante apparato di fredde luminosità in cui sia completamente assente la luce dell’aurora.
Allo stato attuale, ciò che nella realtà opera più attivamente è la manifestazione maggiormente eclatante della parodia, che identifichiamo in ciò che progressivamente (sempre più rapidamente) arriva a sostituirsi all’essenza spontanea naturale, sovrapponendosi ad essa con una parvenza artefatta.

Non si può negare che il mondo contenga in sé accezioni positive e negative, la realtà è duplice e da questa duplicità scaturiscono innumerevoli varianti che ad un dato momento vanno instradate affinché la vita non smarrisca il suo senso più intimo.
La nostra consapevolezza determina responsabilità, una responsabilità che venendo meno causa tutti i  guasti possibili, tutti quei danni che ormai sembrano sempre più irreparabili quanto in maggior misura, ogni giorno che passa, sono sconsideratamente ripetuti dalla realtà industriale, la quale ignora o finge d’ignorare, che tutto ciò che si palesa dà luogo ad una corrente di frequenze che moltiplicano nell’uomo, determinandone la sua qualità esistenziale.

L’idea, la percezione, è che tali frequenze (siano esse coerenti = sacrali, oppure incoerenti = distruttive senza capacità di sano rinnovamento) attirino determinate entità, sensibili, intelligenti, siano esse benevole o maligne, comunque non visibili o se visibili, manifestate unicamente attraverso una rappresentazione allegorica, le cui apparizioni ricondotte all’ultimo settantennio almeno, riguarderebbero proprio il controverso fenomeno ufologico; definito sagacemente da Jean Robin, in un suo testo della prima metà degli anni ’80 come “la Grande Parodia”.
 
Eraclito e Talete intesero il Cosmo pieno di Démoni, Basilide asserì che l’uomo è un accampamento di spiriti e non solo la Bibbia o il Corano ci offrono interessanti spunti interpretativi.
Omero stesso ci fornisce un’eccellente testimonianza circa le modalità attuative con cui tali maligne entità sovrasensibili, arrivano a stabilire un contatto con noi nell’intenzione di confonderci ed indebolirci.
La finalità è di destrutturare la nostra interiorità e sottrarci qualcosa, una nostra intima risorsa tanto magnifica e rara quanto da noi dimenticata.
Questi esseri, (mi domando se siano “gli dèi falsi e bugiardi” cui allude lo stesso Dante) da sempre sono attratti o necessitanti della nostra “gemma interiore”, la favilla d’ingegno, che infinitamente sovrasta la sola ragione comunemente intesa, e che determina la nostra preziosa unicità vitalizzante le dinamiche del Cosmo.    
   
L’idea è che ad ogni modo esistano entità benevoli, in quanto l’univocità non è ammissibile, tutte le culture tradizionali c’informano di Spiriti buoni e di altri maligni, e questi ultimi sembrano prevalere nell’attuale Ciclo temporale.
Già in epoche preistoriche più civiltà presagirono questa graduale discesa nell’età buia, come sembrerebbe testimoniare anche il passaggio di un primitivo canto religioso dei Pigmei dell’Africa equatoriale:

La luce si fa oscura,
La notte ancora più notte,
Dio è adirato con noi.
I vecchi se ne sono andati.
Hanno le ossa lontano.
Le loro anime vagano.
Dove sono le loro anime?

 (estratto dal saggio di Eckart v. Sydow: Poesia dei popoli primitivi ed. Guanda 1951)

L’eclissi spirituale si è sovrapposta all’originaria fonte del bene da cui proruppe la vita, i motivi di questa crisi e scissura ci rimangono ignoti.
In ogni caso, sotto più tracolli cosmici, perdurano, intatte le fonti psichiche della nostra eredità germinale, l’originaria fecondazione lirica, cui la spedizione stessa degli Argonauti, posta ai margini storici dell’attuale Ciclo, intese far ritorno con l’approntare il fatidico viaggio; un’ultima volta ancora, prima del definitivo addensamento dei tempi, come atto sacrificale da depositare nelle reminiscenze del mito, un ricordo sensitivo a favore delle generazioni future, affinché l’uomo non smarrisse definitivamente l’importanza, il senso più profondo, della sua missione esistenziale, l’unica risorsa interiore di reale salvezza.


DEI E UOMINI  (in buona parte desunta dal testo di Hermann Frankel: "Poesia e filosofia della Grecia arcaica" ed. il Mulino 1997)

La convinzione sostanziale che pervade ogni testo sacro dell’antichità e di conseguenza l’intera epopea omerica non si sottrae a tale presupposto, è che quando un uomo anziché semplicemente reagire ad una situazione esistente, dà inizio a qualcosa di nuovo e di diverso, egli vive tutto ciò come un suggerimento proveniente dall’alto.
In particolar modo il quarto libro dell’Iliade offre un importante esempio che può aiutare a comprendere le dinamiche con cui si attua l’interferenza tra l’uomo e l’essere ritenuto superiore, nel momento in cui l’uomo, col suo agire e la propria determinazione, intende agire diversamente dalla volontà degli dèi che lo hanno, in ogni caso, portato ad operare dentro un determinato contesto.
Achei e Troiani si sono accordati, ed hanno solennemente giurato una sacra intesa, dimostrandosi in questo frangente più forti, più alti d’ogni esterna influenza.

Anziché continuare nell’estenuante guerra, l’esito del conflitto sarebbe stato risolto da un unico duello, ingaggiato tra  Menelao e Paride.
Nel mentre si disputa la contesa, una sfavillante meteora cade tra gli eserciti contendenti che si domandano quale presagio debba significare l’accaduto.
Ora, Laodoco, figlio di Antenore, si avvicina a Pandaro, uno dei condottieri troiani, suggerendogli di scoccare un dardo su Menelao; con ciò egli avrebbe reso un grande servigio alla patria e a Paride in particolare.
Menelao viene ferito solo leggermente, i patti dunque sono infranti, il massacro ricomincia e Troia alla fine brucerà.

Chi è il meschino Laodoco? Si dice figlio di Antenore, figura nota, ma questo Laodoco non sarà più nominato in tutta l’Iliade, nessuna tradizione ne parla.
Un tale qualsiasi appare dal nulla, a seguito di un accadimento prodigioso, la caduta di un meteorite, e l’uomo Pandaro esegue automaticamente, quasi senza rendersi conto di ciò che fa, un gesto che segnerà in modo irreversibile il destino della sua terra.

Quest’episodio rivela a metà e per metà nasconde le cose come si sono svolte.
“Chi consideri che cosa significhi in verità il lancio del dardo, e quale potere sia racchiuso nelle parole dell’insignificante Laodoco, sente in esse la voce degli dèi”.
Atena è stata inviata sulla terra e la sua discesa assomiglia alla caduta di una meteora.
Assumendo l’aspetto di Laodoco s’inoltra tra le schiere troiane e seduce Pandaro istigandolo a compiere un gesto che in realtà sarà gravido di conseguenze nefaste, ed è sempre lei a dare alla freccia scoccata la forza appena sufficiente a che il tradimento dei patti stabiliti possa consumare la sua opera.

Queste entità “sapienti” sembra non possano intervenire in maniera troppo diretta nello scacchiere umano, spesso il loro compito è suggerire per il peggio le nostre azioni affinché queste ci portino ad una rovina esistenziale, che vedrà la frantumazione stessa dello scrigno psichico in cui alberga l’enigma più misterioso e prezioso dell’Universo.
La nostra interiorità è dunque il motivo per cui dèi (spesso identificati come pseudodivinità fondamentalmente ostili, capricciose, tiranniche) e uomini si riflettono reciprocamente, esaltandosi in un gioco sconcertante, nel quale i primi dimostrano tutta l’attrazione per ciò che i secondi sono, esercitando su noi, “poveri mortali” una sorta d’impotenza influente per azione di seduzione, misteriosamente stabilita sulle nostre sorti fin dall’alba dei tempi.
Difatti, il proemio dell’Iliade si chiede quale dio ha suscitato la contesa, rispondendo Apollo, e tuttavia i conti non tornano, perché la catena delle cause e degli effetti ha inizio già prima dell’intervento di Apollo.

Così come alla fine del terzo libro dell’Iliade, Afrodite simulando aspetto di vecchia, cerca di sedurre Elena sul fascino dell’amante che l’aspetta, il giovane Paride, ma Elena in cuor suo già sente il rifiuto di andare, sentendo nostalgia della patria, dei genitori e dello sposo al quale dopo l’accordo e l’esito del duello, spetta nuovamente di diritto.
Afrodite, in sembianze di vecchia serva tradisce la sua natura, rivelando all’occhio attento di Elena la bella gola, il petto amabile e gli occhi lucenti.
Qui Elena riconosce l’inganno, a differenza di Pandaro, ella sa quale forza cerca d’insinuarsi nella sua coscienza, ma le parole minacciose della dea le incutono timore e deve nuovamente soggiacere alla seduzione suo malgrado.

Quale forza risiede nelle profondità della nostra natura mortale?

Perché è stata necessaria l’unione dei figli di Elohim con le figlie (leggi anime?) degli uomini.
Dovremmo interpretare tale unione allegorica come l’effettivo pervertimento di una linea spirituale da cui cominciò la pressione controiniziatica culminata nel momento storico presente?

La suggestione cupa, l’essenziale dominio di tetraggine diffuso dal dominio industriale, e le scie chimiche, ad esempio, davvero costituiscono l’apice di questa perversa supremazia che mira al dissolvimento del nostro nucleo vitale, tutto ciò a quale intima esigenza risponde?

Le cupe entità, non possono intervenire apertamente, devono insinuarsi attraverso l’inganno, la seduzione oscura, interferire inquinando la nostra fonte psichica a livello subliminale, tramite una griglia sempre più fitta d’inganni tessuti nella trama della storia, poiché loro non possono accedere in prima persona nella nostra interiorità più recondita.
Possono manipolare il seme, ma non comprendere il mistero da cui origina il fascino della vita, il loro compito è far si che noi divenendo sempre più cupi e sordi, alla fine arriviamo a divorare noi stessi dall’interno, agendo in questo modo in senso contrario ai primi Argonauti e dunque, all’opposto della Verità di Salvezza in possesso alle prime Civiltà estatico veggenti.
 
Insisto, il disincanto è il veleno intorpidente che ci rende incapaci di lacerare la vischiosa tela dell’inganno, la stragrande maggioranza delle persone non si accorge delle scie chimiche o non da loro troppa importanza perché è fondamentalmente disincantata, rassegnata ad uno stato di cose massimamente artefatto.
La via, credo, consista nell’essere custodi attivi di un sentimento assai remoto, appena intuibile ma ugualmente sperimentabile, terminare il nostro passaggio terreno anelando il ricongiungimento al magnifico stupore primordiale, desiderare di sfuggire un esistenza falsa, fondamentalmente falsa in quanto impostata su principi insani.

Come fare per poter elevarsi autenticamente?
Amando.
E’ davvero arduo amare, senza il riverbero della Grazia è impossibile.
In questo il cristianesimo riafferma la verità originaria di un aureo sodalizio spirituale tra entità operanti nel Cosmo, il cui punto d'inizio non può essere attribuito ad una definita misura temporale.
Il cristianesimo, intese ravvivare le braci del calore puramente creativo stabilito nei misteri della consumazione della vita, e ugualmente vollero fare i neoplatonici.
L’eclissi immateriale, coincidente con il carattere dell’Età nera che stiamo vivendo, ha sovrapposto molteplici imposture ai motivi di salvezza originari.
Allegoricamente, ci troviamo a camminare bendati dentro cunicoli stretti scavati sotto terra e fuori è una cupa notte senza luna, eppure, in mano stringiamo lampade votive, sacre lucerne accese.    
     

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