lunedì 19 marzo 2012

il mandato per l'Età del ferro

















Negli scritti degli Arabi ho letto, Padri venerandi, che Abdalla Saraceno, richiesto di che gli apparisse sommamente mirabile in questa scena del mondo, rispondesse che nulla scorgeva più splendido dell’uomo.
E con questo detto si accorda quello famoso di Ermete: “Grande miracolo, o Asclepio, è l’uomo”.
(Pico della Mirandola: “Discorso sulla dignità dell'uomo”)

Scritto nel 1486, contiene infatti l'esaltazione della creatura umana, come creatura libera e capace di conoscere per coscienza di amore la realtà intera.
Quando Dio creò l'uomo non volle attribuirgli solo una qualità ma preferì dotarlo di una parte di tutte le qualità.
Quindi l'uomo si trova nella posizione potenziale di scegliere tra le "cose inferiori" (conoscenza profana) e le "cose superiori".
Il compito della creatura umana è di perseguire la propria compiutezza attraverso un percorso idealmente labirintico che sicuramente muove dall'autodisciplina morale e che, come nell’esempio a noi più vicino del Rinascimento, attraversa la pluralità delle immagini e del sapere per tendere alla meta più alta possibile: l’ottenimento della coscienza divina.
Ogni cultura tradizionale di fatto costituisce una via diversa, ma nella sua essenza identica per raggiungere questo fine.
Di qui la possibilità e la necessità della concordia e della pace tra le culture come nel XIII sec. ne intravide la necessità, pur incarnando nel suo operato alcune ombre proprie all’uomo di potere, l’idea universalista di Federico II di Svevia, uno tra gli ultimi Sovrani ispirati.

Il corpo spiritualizza la materia e materializza lo spirito attraverso una dinamicità articolata e multiforme in cui l’universo tutto è esso stesso Allegoria e Simbolo di significati più reconditi.
Permane comunque il mistero della “degradazione animica” in seno alla creazione, il mistero di dove origina la necessità di questa volontà oscura e malata che nell’ipercontaminazione realizza il senso stesso della propria essenza.

Negli ultimi anni respiriamo e beviamo bario, alluminio, di cui son piene le riserve idriche e i vigneti, materiale rilasciato in quota dagli aerei di questo nuovo sovvertimento sintetico globale ed ogni indagine riflessiva, ogni esercizio del sano dubbio metafisico che ogni uomo ha il dovere più che il diritto di esercitare in sé, per non vivere come un automa, non può prescindere dall’assunzione di tale consapevolezza che pone tutta la natura in un perenne stato d’assedio.

Viviamo il culmine di un emergenza che, per la vastità della portata e la diversificazione degli agenti invasivi che ne caratterizzano la smisurata complessità, appare insostenibile alla coscienza degli uomini, i quali anzi, in maggioranza, sembrano auspicare il definitivo avvento di una totale remissione dello Spirito e volontà individuale in favore di un impersonale organo di controllo centralizzato.

Ciò che si va materializzando è il più buio degli incubi tecnocratici finalizzato a relegare l’uomo al senso di un avvilimento supremo.

Non si può parlare in parametri di altezze riferendosi alle "conquiste" ottenute dalla tecnologia, quanto invece di una profondità vertiginosa, di un orrido baratro in cui precipita la concezione dell’universo intero, aridamente inteso come “macchina vivente" costituita da freddi interscambi, solidi o gassosi, oscillanti tra temperature estreme che proiettano la materia dentro un divenire cieco, miseramente indifferente a se stesso e in se stesso.
Si insiste sulla necessità di riannodare la trama esistenziale al più ricco tessuto sapienziale dell’antichità, dove per essa s’intende la più pura fonte ispirativa, miniera della ricchezza dell’anima e memoria stratificata dei continui assalti che determinate “interferenze” hanno esercitato sulla “determinazione luminosa” della nostra specie.
In questo senso la visione retta del tempo è l’inganno primo sul quale le costrizioni dogmatiche hanno edificato le loro prigioni.
Oltre il dominio di un tempo inteso come solo meccanico la memoria sensibile e sensitiva può ancora stabilire un legame affettivo con l’originario nucleo ispirativo (che è sempre presente dietro ogni possibile infida velatura) e definire per questo la sua appartenenza al senso di una felice disciplina esercitata comunque, anche in un luogo estremamente avverso per l’edificazione dello spirito.

Chi assume in sé la consapevolezza di questa dittatura sintetica, interiorizza anche il senso del proprio “mandato dimensionale”, del significato di un interrogativo propriamente Omerico e, pertanto, del senso più autentico di un riscatto metadimensionale cui la nostra specie o stirpe (stirpe umana) è chiamata ad assolvere per la sua prerogativa di poter echeggiare intimamente il canto - l'in-canto - e partecipare, sebbene sempre più flebilmente, del fascino della realtà universale, oggi filtrata, offuscata da lenti e velature deformanti.

mercoledì 14 marzo 2012

ipotesi
















L’interfaccia costituito dalla tecnologia non è frutto del processo evolutivo dell’umanità, sostanzialmente il concetto stesso di “evoluzione” costituirebbe una linea deviante circa le reali finalità dell’uomo.
Ciò che oggi sembra essere un acquisizione ormai irrinunciabile della nostra natura e che ne costituisce un appendice ineliminabile, in realtà costituirebbe l’aspetto sovrano della pura Manifestazione Parodistica, la quale ciclicamente lungo il corso di Ere non facilmente calcolabili attenta all’integrità della nostra particolarissima specie.

Si ribadisce la peculiarità simbolico-allegorica propria all’identità umana, una qualità inalienabile dai nostri più intimi significati così come da quelli esteriori e l’odierna visione evolutiva auspica proprio la drammatizzazione più estrema della concezione uomo-burattino senziente ai voleri dispotici di un intelligenza superiore impersonale, caratterizzata dalla fondamentale incapacità di amare.
Amare non è elargire favori o castighi premi o privazioni a capriccio degli eventi.

È nostra continua esperienza imposta dagli attuali parametri esemplarmente scanditi dalla pubblicità (aspetto “mistico” della produttività in serie, ovvero aspetto fanatico, dunque violento) che dobbiamo affidare al corpo e solo al corpo i parametri identificativi di una condizione certa, ottenuta attraverso un inesorabile condizionamento mediato dalla fruizione obbligata di colori, suoni, sapori se vogliamo realizzare la felicità qui e ora, sperimentando nell’imposizione senza pur tuttavia esserne pienamente coscienti la nostra reiterata menomazione generazionale, finalizzata a convogliare le nostre energie verso una completa inibizione delle loro reali possibilità espressive.

La libera e varia elaborazione delle ipotesi che precede ogni nostra decisione è vincolata a dogmi, sigilli semantici o iconografici che rafforzano il nostro assoggettamento ad una lettura metrica del reale, di fatto scandita ormai solo meccanicamente e dunque, largitrice nel suo aspetto “positivo” di una sola e vuota libertà esteriore, che ha l’effetto di plastificare letteralmente l’autentica iniziativa personale.

Questa iniziativa in realtà se realmente coltivata consolida l’interiorità dell’uomo e scopre una via di realizzazione da sempre nemica della spersonalizzazione, dell’imposizione arbitraria (l’Odissea offre numerosi esempi di ciò) ed in ultimo della meccanizzazione indotta dal sottomondo industriale e tecnologico.

Da qui può trovarsi l’aggancio alle traduzioni dell’Antico Testamento fatte da Biglino, o le stesse di Sitchin, costoro avrebbero individuato efficacemente l’origine o la testimonianza più remota dell’oscura interfaccia sovrapposta alla libera determinazione positiva della vita universale.
Ciò che da secoli è rimosso dall’educazione scolastica e accademica di qualsiasi livello essa sia è il reale insegnamento di cosa dà fisionomia alle nostre azioni, cosa le sigilla con precise determinazioni spazio-temporali inserendole nel concatenamento delle attività compiute e nelle tensioni irraggianti altre aspettative di viventi e di ancora non-nati.
Per questo l’aspirazione transumanista mira ad innestare con interfaccia sintetici la totalità universo materiale, quest’aspirazione di controllo assoluto e dispotico trova significativa eco nel dettame biblico del: “non avrai altro Dio all’infuori di me”, riconoscendo in quest’asserzione tutta la limitatezza e fragilità teologica del dio despota che nell’asserire la propria unicità implicitamente riconosce l’esistenza di altre divinità a lui superiori e a cui egli tenta di sovrapporsi approfittando dell’eclissi cosmica (eclissi spirituale) occorsa durante lo svolgimento delle Ere.
Per questa via trova assoluta credibilità l’individuazione di vere e proprie sedimentazioni tecnologiche stratificate assieme la memoria archeologica degli antichi testi tradotti nelle più recenti interpretazioni degli studiosi nominati, del perché nella fatidica Arca dell’Alleanza si riconosce un raffinato ma pur sempre “volgare” accumulatore d’energia elettrica folgorante l’incauto che vi si accosta sprovvisto di adeguate protezioni o accorgimenti, così come nelle stesse pettorine dei sacerdoti si possono riconoscere nella particolarità degli assemblaggi metallici e loro specifiche funzionalità d’uso dei veri e propri radio transistor.

Svincolati dalla costrizione rigidamente dogmatica l’assioma che possiamo sensibilmente riconoscere è che il corpo realizza la congiunzione dell’esteriorità del mondo con la sua - nostra interiorità attuando una complessa e vivente mediazione - comunione tra spirito e materia; la dove lo spirito qui non è inteso affatto come una mera energia sottile o individuato con esotici campi di forza.

Consideriamo la ricchezza universale di inesprimibili moti dell’animo inverati per mezzo della tensione lirica e poetica, l’esistenza della “ragione” d’amore, di fatto, quella parte inconoscibile ma ugualmente avvertibile dalla nostra interiorità che, se rischiarata dal suo benefico raggio, arriva ad identificare il valore preminente della vita, il suo recondito senso positivo cui determinate interferenze da sempre intendono arrivare per inibire se non predare o dissolvere.

giovedì 8 marzo 2012

il senso della Tradizione
























La piena consapevolezza dell’attuale trasformazione ambientale, intendo dire prendere atto dell’iper contaminazione cui siamo sottoposti e del progetto infame perpetrato dai governi ai nostri danni, genera un senso di sfiducia nella vita, di sostanziale impotenza e personale inutilità che può degenerare in una progressiva rinuncia ad ogni reale cura di se stessi.
Relativismo, ateismo, disincanto generalizzato sono i veleni intorpidenti dell’anima ancor più di quanto non lo sia l’inquinamento chimico.
L’Eros cosmogonico sembra essere svanito dal cielo, le cose non ne sono più permeate e la natura ha assunto un aspetto profondamente malato, svuotata quasi completamente del numinoso, inaridita innanzitutto per assenza plurisecolare di potenti ierofanie (manifestazioni del sacro).
Noi che siamo nati su queste estreme sponde dei tempi siamo anche fortunati.
Sperimentiamo, avendone consapevolezza, una tensione di smarrimento nuova.
Non credo nel dissolvimento indistinto, l’essere cosciente è e sarà sempre.
In noi vive un essenza ineffabile, la Tradizione infatti è pura essenza, essa esprime l’atto di portare attraverso gli schemi spazio-temporali il nucleo ispirativo legato ad una modalità esperenziale trascendente che è inscindibile da una effettiva (peraltro inesprimibile) Conoscenza.
Il nostro smarrimento è assoluto poiché sembra essersi dissolta l’autentica Conoscenza e rimaniamo alla mercé di apprendisti stregoni che stanno violando le fondamenta della vita.
Le loro scelte ci condizioneranno tutti, inesorabilmente.
Non abbiamo difesa apparente contro il rilascio in quota di particolati sintetici, di polveri cosiddette “intelligenti”, e come le piante siamo impotenti dal momento che un autorità governativa decide d’irraggiare 24 ore su 24 la zona in cui viviamo di frequenze wirelles.
Dov’è l’impulso alla verità di bellezza dell’unica Tradizione primordiale? Ogni atto adesso sembra cospirare per il peggio.
L’ineffabilità della Tradizione è solo l’ineffabilità del Sacro.
Intimamente non posso accettare la totale dissoluzione della sacralità della vita benché questo mi sia dimostrato quotidianamente.
L’esperienza del Sacro è un modo d’intendere la vita comunque e dovunque, in sostanza è un modo d’essere, non è nemmeno una scelta, quanto invece è avvertire intimamente l’irresistibile attrazione di una positiva forza magnetica.
Questa forza presuppone un invincibile, quanto preesistente, unità sostanziale di cui è simbolo il seme stesso.
Aver scardinato l’equilibrio del rinnovamento della vita manomettendo la struttura genetica delle sementi, implica la nostra estrema distanza dal bene e dal perseguire una via operativa “gentile”, estremamente antica e spiegata dagli alchimisti greci con la frase: “la Natura gode della Natura, la Natura affascina la Natura, la Natura vince la Natura e la Natura domina la Natura: questo non accade perché una natura si oppone all’altra, ma perché una sola e stessa Natura agisce da se stessa attraverso le operazioni…”
Per mezzo di tale frase si perviene ai significati di Simbolo – sym-ballo – (unisco) e del suo contrario che è il Diabolico dia-ballo – (separo) dove i risultati di queste azioni dell’umana autoconsapevolezza saranno la Sintesi armonica, da Syn-thesis = composizione, unione, ovvero, l’equilibrio alchimico della composizione aurea (spirituale) dell’essere integrato al divino; oppure l’Analisi, da l’Analysis = dissoluzione e morte, e non a caso l’analisi è il principio alla base del freddo calcolo tecnico deformato nell’applicazione tecnologica.
L’intuizione è connessa tanto al principio simbolico che diabolico, i quali manifestano l’azione storicizzata della Tradizione o dell’Antitradizione.
La Conoscenza Tradizionale è intuitiva, e conoscere significa acquisire effettivamente ed affettivamente lo stato di ciò che si conosce, unirsi amorevolmente al mistero generativo della vita comprendendo l’incanto, il fascino del disteso respiro universale scandito nel ritmo dei suoi Cicli.
Secondo i neoplatonici Rinascimentali la Conoscenza era intesa come intelligenza d’amorosi sensi.
Non trovo appropriata nessun altra definizione se non questa.
E’ possibile rettificarsi intimamente anche trovandosi sotto un cielo chimico.
E’ una condizione di massima follia, luminosa follia che quest’età estrema ci richiede.
Esercitare in noi stessi una gravità contraria a quella che adesso addensa oscuramente l’attuale Ciclo per far precipitare ogni cosa dentro un abisso di non senso, ribaltando l’universo stesso in un arido luogo di disincanto, d’indifferenziata materia pulsante e morente senza scopo o reale significato.
Benché apparentemente inadatti, il nostro mandato sembra davvero essere il più arduo e importante che sia stato mai sperimentato dall’uomo.


Considerazione accesa dal saggio introduttivo di Maurizio Barracano al testo di Johan Georg Gichtel (1638 - 1710) "Theosophia Pratica: Breve introduzione ed istruzione sui tre principi e i tre mondi nell'uomo"