martedì 22 novembre 2011

Ancora sull'enigma della vocalità
























‘foggeranno per gli uomini in terra un canto gli immortali’
(Od. XXIV.197)


Aver letto del recente massacro di Sciamani peruviani mi rattrista enormemente.
http://www.salvaleforeste.it/201111081591/serial-killer-di-sciamani-peruviani.html

Questo rappresenta un ennesimo segno nefasto peculiare all’estrema inclinazione oscura della presente età.
Con ogni maniera è deturpato il senso dell’enigma luminoso che annoda prodigiosamente l’uomo alla meraviglia; al senso puramente verticale del suo divenire.
La consapevolezza che dovrebbe rivelarsi ai cuori di molti dovrebbe essere questa: nella somma dei propri atti sconsiderati l’uomo è pupazzo osceno, strumento agito da forze incoerenti massimamente sfrenate in questo momento ciclico e che mirano, agendo con una natura e logica quasi inesplorabili per noi moderni, all’annichilimento della vita.

Rafforzo continuamente l’invito ad attingere le nostre risorse più preziose presso la fonte degli antichi, di riconoscere in essa la cura essenziale per il nostro animo assediato, benché sia impossibile riattualizzare gli eventi così come furono manifestati un tempo, la convinzione è che anche i soli frammenti possibili a recuperare siano validi sostegni alle nostre ispirazioni, al nostro intelletto altrimenti destinato a concepire solo deformità.

Secondo Pausania il Vate preistorico Oleno per primo fra gli antichi costruì un canto di parole, con ciò lo storico greco intese abbinare la modulazione vocale al senso più aderente del fare per realizzare: il costruire appunto, la concretizzazione della realtà mediante il vocalizzo e del resto, assai prima di Pausania, anche Omero include gli Aedi nella classe degli artigiani.

In Omero il senso dell’arte (Rito) e realtà si concretano in un principio indissolubile posto a garanzia dell’equilibrio cosmico, così come è adombrato nella descrizione che si trova sull’Iliade del clipeo forgiato da Efesto per Achille, credo la più accurata descrizione di un oggetto mai fatta in letteratura, dove il maestoso scudo quintuplice diviene allegoria stessa del mondo e della sua protezione determinata dalla qualità poetica, dal positivo fare rituale, quale unica facoltà di accendere l’occhio interiore nell’uomo, preziosa caratteristica che va saputa schermare dagli assalti di forze incoerenti.

Ugualmente Pindaro determina la natura dei poeti simile a quella degli artefici, “carpentieri di versi o di canti celebrativi”, intendendo con ciò la loro valenza fondatrice, equilibratrice della trama vitale del cosmo.

E’ una concezione del poeta religiosa ed iniziatica: egli è stato eletto dalla “divinità” e per essa s’intende l’intelligenza universale, il medesimo principio d’amore cui Dante (ultimo ideale cantore sapienzale) si riferisce identificando con esso il seme della vita e quindi, l’iniziato al canto è l’iniziato al remoto sapere di Amore, colui che nel mondo latino diveniva Felix, l’iniziato per eccellenza in quanto consapevole delle cause addensanti le rotazioni primordiali e che nel mondo greco tale investitura conferiva lo status di Aedo.

Tale iniziazione all’in-canto verrà descritta anche sotto forma di veri e propri episodi nel proemio alla Teogonia di Esiodo e nella leggenda di Archiloco, ma potrebbe essere implicita anche nelle formule omeriche relative al dono del canto.
Esse possono essere anche interpretate nel senso di un dono che si ha dalla nascita, nel contesto di quella concezione generale dei personaggi omerici secondo cui le qualità che distinguono un uomo sono un dono divino.
Si può confrontare l’analogia con la cultura sciamanica, dove lo sciamano è tale per vocazione, interprete scelto dagli spiriti alla cui chiamata non può opporsi.
Egli deve attraversare una fase ritualizzata di crisi autentica e di puro isolamento, nella quale fiorisce la virtù della veggenza e dell’estasi, intese come regolatrici di sconfinamenti dimensionali atti a garantire l’assetto armonico di tutta la comunità d’appartenenza.

La qualità di autorevolezza religiosa racchiude infatti il significato profondo della parola che non è distinta in maniera netta dall’azione, implicando oltretutto che l'evocazione, l'atto teurgico, estenda la sua azione al di fuori della temporalità stessa e che costituisca sempre il privilegio di una funzione equilibratrice propria dell’orante, del celebrante.
Anche nella più antica cultura vedica la parola è pura azione: si trova l’espressione “compiere - creare la Parola’, dove la rad. kr- è il verbo generico del ‘fare’, espressione di potenza e la parola religiosa degli inni si esegue all’interno dell’agire rituale, del sacrificio, esprimendo in ciò l’azione (kárman-) per eccellenza.
Deve essere chiaro che tutto ciò non è mera superstizione ma l’informazione specifica delle reali fondamenta del Cosmo.

Fin dalle origini la cultura vedica affidò esclusivamente alla parola l’essenza della propria civiltà, eminentemente poetica e mistica, musicale, protesa verso le “vibrazioni” spirituali idonee a convertire le molteplici tensioni in qualità luminose dell’animo, poiché il mondo divino quanto umano fu compreso come essere insidiato dai demoni, signorie oscure e potenti e per tal motivo i cantori ancestrali furono le stesse divinità.

Il rito si armonizza all’ordine cosmico, ma al contempo lo preserva, come in molte concezioni arcaiche, ad esempio, assicurando il sorgere quotidiano dell’Aurora.
Inoltre, il sacerdote con il suo inno e le sue offerte ‘accresce’ gli dèi, dà loro potenza, in modo che possano meglio sostenere la loro costante azione cosmogonica a favore del Sat, il mondo ordinato e luminoso, dove scorrono le Acque e il Cielo e la Terra pur separati sono mantenuti in comunicazione dall’axis mundi.

Da noi Musa è qualità di veggenza, espressione di legame ad una memoria superiore che nel valore del ricordo, di far ricordare, suscita il pensiero ispirato, fugante le infide insidie di oblianti forze tenebrose.
Dal verbo latino mon-eo, deriverebbe il nome stesso della madre delle Muse Mnemosine, e si può anche confrontare il teonimo romano Mon - Moneta, epiteto di Giunone in quanto colei che aveva avvertito i Romani di un terremoto imminente, secondo Cicerone, De natura deorum, III.47 e pertanto del legame ancestrale tra memoria e veggenza.

Musa è verbo usato per il ‘suscitare’ venti, ‘far scaturire’ una sorgente, ‘far divampare’ una fiamma, o il ‘lasciar andare’ i cavalli. Indica quindi un impulso al movimento, una liberazione di energie latenti, che ricorda da vicino i verbi vedici relativi all’ispirazione.

La tradizione primordiale informa di un mondo che ciclicamente diviene groviglio di forze oscure e potenti, capaci di determinare l’eclissamento stesso dell’intelligenza di amore, di fronte alle quali si manifesta la necessità di arginarle fino ai più strenui tentativi, nonché dell’estremo pericolo nel voler rendersele alleate: cupa illusione di potenza.
Si rammenta il disperato ruolo incarnato dall’uomo ispirato in prossimità del Ragnarok nella mitologia nordica.
Il nostro compito, in realtà nessuno ne sarebbe esentato proprio per l'intrinseca qualità allegorica presente nell'uomo, realizzata dalla sua stessa natura cosciente, è comprendere la verità del principio irrazionale costituente in un certo senso il cuore gravitazionale dell'universo stesso, dipanare innanzitutto il proprio groviglio interiore e trovare in sé stessi il senso puramente emblematico della vita, il senso profondo di quell’arcano mistero del dovere metafisico di cui è emblema lo stesso minuscolo grano di senape dei Vangeli, e dove la presa cosciente dell’enigma rivelato dalla “voce del mondo” – accolta da una risvegliata sensibilità sensitiva - proietti una luce morale sull’oscurità e sulla violenza (ultraviolenza attuale) di quelle stesse forze trascinanti nell’oblio.
Luce evocata dalle tenebre in grado di orientare lo stesso cammino post-moderno e post-mortem, luce dissolvente la stessa pseudo luminescenza contraria e vischiosa che ci attende come ultimo, fatale inganno tessuto da ombre indicibili al momento di esalare l’ultimo respiro.

L’unico mezzo di resistenza è l’intima rettificazione, una devota via animica, liturgico-sacrale, a questo compito sono basilari i metaforici frammenti di antichi templi scomparsi in cui si edificava la conoscenza dell’animo immortale.

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lunedì 21 novembre 2011

L'enigma della vocalità

















La considerazione propriamente umana dell’esistenza, il nostro attraversamento in questa dimensione dovrebbe realizzarsi per mezzo di un faticoso e sapiente lavoro di scavo, rischiarato dal lume della pura intuizione; un intuizione guidata dall’esperienza di una grammatica operativa idonea ad informare il nostro scambio con la realtà esterna e che prenda l’avvio da fondamenti sensibili, affettivi, puramente sacrali della realtà intesa come un tutto organicamente vivo.

Il mistero del tempo è l’enigma delle frequenze connesse al moto rotatorio della materia, ed in questo la vocalità umana avrebbe un ruolo di relazione non secondario a fronte delle ragioni primordiali del nostro addensamento fisico.
La voce ispirata costituisce, (oggi sarebbe meglio dire costituirebbe) la giunzione armonica perfetta tra il visibile e l’invisibile, poiché il canto originariamente inteso era la pura glorificazione (purificazione) di un insieme indefinito di tensioni ed energie convergenti nello spirito dell’uomo, il cui animo si protendeva interamente nell’aspettativa dello stupore universale.
Stupore attivo, agente, co-creatore della realtà.
L’uomo fu prisma cangiante della natura di cui rifletteva le molteplici suggestioni atte ad animare il cuore del Cosmo; il ritmo dell’esistenza era pervaso di un profondo desiderio di venerazione.

La lingua che giace sotto la volta del palato, in un certo senso, riposa necessariamente sulla forza totale dell’uomo.
L’inaugurazione originaria, presso tutte le culture tradizionali, definiva l’estensione del templum in terra, la purificazione dello spazio da energie-presenze contrarie.

“Templi e luoghi augurali per me siano dentro i confini che io con la mia lingua indicherò nel modo rituale…”
Queste sono le prime parole che un Augure era tenuto a pronunciare così come tramanda Varrone nel “De lingua latina”.
L’Augure era cosciente del potere creativo del “verbum”, ed è su una simile tensione interiore che i nativi Australiani “aprivano” le proprie vie dei canti.
In origine la parola fu suono profondo diretto nel nucleo stesso della gravità e la seguente codificazione enigmatica dei geroglifici e dei primi alfabeti costituì una riproduzione terrestre dei maggiori caratteri celesti i cui segni ed enigmi sono tracciati dalla disposizione degli astri, sensibilmente partecipi del nostro in-canto.
La paurosa decadenza del linguaggio ridotto a funzionalità bassamente utilitaristica è stato il disfacimento stesso del “dovere di saggezza” dell’uomo, circostanza questa emblematizzata nella proverbiale confusione di Babele in cui la parola, per conseguente discesa ciclica dei tempi, fu sradicata dalla sua funzione eminentemente augurale, essenziale potenziatrice dei timbri naturali amplificati, innalzati, a valore estatico-poetico, ovvero, elevati nella più totale esperienza della vita consapevole realizzata attraverso la percezione del soave stupore; inteso come supporto di chiarezza armoniosamente distesa sulla comprensione delle dinamiche universali.

Oggi la molteplice contraffazione dei segni naturali ha il solo fine di destituire ogni autentica certezza e far smarrire all’uomo la propria verità surrogata, dissimulata da un artificialità estrema, dov’è regola la legge dell’alterazione sconsiderata.
Una realtà violentemente privata di contenuti naturali e riempita di soli significati astratti, (l’astrazione diabolica offerta dalla pubblicità e dalla stessa scansione digitale) un sistema predisposto ad essere abitato da infinite variabili d’incertezza utili a confondere i pensieri ed avvilire i desideri stessi, in cui il disincanto governa le intime apprensioni delle persone.
La teoria fasulla di proposte e consigli per gli acquisti derivati da quel sotto-mondo costituito dalla realtà di mercato, in fin dei conti è solo un sovrano mezzo di disumanizzazione e portatore di una profonda incomprensione del mondo che costringe i nostri atti alla reiterazione di un comune rito-buio, celebrato quotidianamente attraverso l’irresistibile impulso al consumo del superfluo, all’accettazione passiva del preconfezionato.
Le scansioni sonore incoerenti, le acute modulazioni afone dei richiami promozionali, di fredde modulazioni sonore ripetitive, stabiliscono appunto il perimetro avvilente del nostro confinamento, della parodistica trama dimensionale e temporale in cui siamo indistintamente fissati.
Il problema è come poter trascendere la prigionia in cui siamo costretti.
Si auspica non una via di fuga, che è un’errata prospettiva di valutazione, quanto un corretto ri-allineamento delle nostre tensioni interiori; esse vanno esaltate positivamente per mezzo della poesia, nessun altro intimo sentire potrà mai equilibrare, illuminare la nostra presenza nel Cosmo se non l’affermazione della coscienza lirica.