lunedì 19 settembre 2011

Deterioramento dei tempi e l'interiore "Pietra Eraclea"














“io piango un mondo morto,
ma non sono morto io che piango…non piango
perché quel mondo non torna più, ma piango perché il suo tornare
è finito”
(Pasolini)

Illudersi è anche comprendere la possibilità di percorrere una via apparentemente mai rivelata prima all’uomo antico ma che guida verso il medesimo sentiero di salvezza: la salvezza soteriologica dell’anima.
Davvero non c’è altra liberazione se non quella di riuscire ad interiorizzare una luminosa tensione nostalgica convertita in poesia, di poter vibrare intimamente di un fervore immaginativo convertito nostro malgrado nelle forme di una poetica sempre più svigorita.
La degenerazione dei tempi non ci esula dal riconoscere il valore etico del Cosmo.

Sigilli semantici impediscono di rinnovare l’incanto della condizione aurea dell’essere, il dominio industriale ha tracciato una linea di demarcazione invalicabile tra il prima e il dopo.
La nostra è una metamorfosi involuta che ha fatto del corpo numinoso vivente il tempo sacralizzato un corpo feticcio, quasi un pupazzo brancolante e irrigidito dentro un tempo unicamente profano, tristemente lineare, attraversato da un tipo nuovo d'uomo che autolimita la propria non-identità crudelmente fosforescente nell’ossessione di un consumo fine a se stesso.
Tutta questa nuova forma di seduzione non può che rivestirsi di una sinistra oscenità, esserne ammaliati significa dissolvere l’incanto interiore.

Intimamente si dovrebbe desiderare di ricomporre l’arcano affresco dell'invisibile contrapposizione tra lo "spirito" di tutte le "negazioni" semantiche operate dalla modernità e la forza del numina, che giace latente nella psiche, nel sesso, nel corpo.

Rapsodi e poeti, i primi aratori delle Civiltà furono mossi dal numina, dalla forza divina che agisce in noi come un magnete e che gli antichi chiamarono la forza della “Pietra Eraclea”.
Com'è scritto nello Ione anche questa pietra, infatti, non solo attira gli anelli di ferro, ma infonde altresì una forza negli anelli medesimi, in modo che, a loro volta, questi anelli possano produrre questo stesso effetto della pietra e attrarre altri anelli: e in questo modo, talvolta, si forma una lunga catena di anelli che pendono l’uno dall’altro.
E tutti quanti dipendono dalla forza di quella pietra! Così anche la Musa rende i poeti ispirati, e attraverso questi ispirati, si forma una lunga catena di altri che sono invasati dal dio.

E’ dunque necessario per noi poter recuperare la vista “grazie” alla mania, affinché l’universo non si dissolva.

L’estasi del poeta attribuisce la prima verità universale, il rapsodo esorta perciò la persona ad uscir da sé “verso se stessa”, percorrendo interiormente un cammino più consapevole e diretto verso una forma di sapere non trasmissibile solo razionalmente e che verte il suo maggior senso e attuazione sulla pura ispirazione.

Fondamento di ogni attività estetica è quello di percepire l’impronta divina nella vita per riconoscere se stessi e poter guadagnare la propria libertà attraverso la connessione più aderente alla gravità stessa del creato.

Questo perché la conoscenza di noi stessi in realtà non è in nostro potere, a noi preesistono forze superiori ed occorre la visione ispirata da un Nume per rivelarci chi siamo, che ci aiuti a costruire il prezioso Centro di Gravità, o Centro Aureo o Magnetico dir si voglia, costituito dall’Insegnamento inudibile intorno al quale si salda l’essere per procedere dalla molteplicità di desideri bassi e pulsioni caotiche verso l’unità soprasensibile.

La via è intagliata dentro la gravità materiale, ci affonda in profondità come nelle antiche vie rituali dette “cave” scavate dai Tirreni arcaici ed è determinata dallo sforzo cosciente e dalla sofferenza volontaria.

In Roma esistette il luogo denominato mundus del Comizio, un luogo mai chiaramente identificato ma convenzionalmente individuato con quel singolare monumento, di cui rimangono approssimativi resti presso la via Sacra dei Fori e definito significativamente umbilicus Urbis.
Luogo sacro inteso come spazio privilegiato diverso qualitativamente dal resto del territorio e destinato nel volgere dei tempi a diventare effettivo ‘centro’ e intersezione di realtà universali, oggi occluso per conseguente “schiacciamento” di un tempo massimamente deteriorato.

All’interno del perimetro geografico e allegorico dei Sette Colli, la congiunzione assiale del Palatino-Vaticano presenta una delle più rilevanti “frequenze ponte” comunicanti gli archi di tempo connessi al divenire delle diverse Età storiche e metastoriche.
Qui non a caso si “ri-fonda” il tempo calendariale oggi comunemente accettato.
Il sigillo ecclesiastico sempre non a caso posto sul Vaticano custodisce, chiude, occulta, il senso trascendente dell’attuale Yuga, che, deve essere chiaro, non terminerà nel 2012.


«O Giano, o Giove, o padre Marte, o Quirino, o Bellona,
o Lari, o dèi Novensili, o dèi Indigeti,
o divinità che avete potere su di noi e sui nemici,
o dèi Mani, vi prego...»


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