giovedì 4 agosto 2011

La voce di Thamus e l'ammutolimento di Zaccaria














                      
Il retore Epiterse stava navigando verso l’Italia, quando il vento improvvisamente cadde e la nave fu trascinata in direzione dell’isola di Paxo.
A un tratto dall’isola si udì una voce possente, che invocava “Thamus!” lo stupore fu generale, non si sapeva chi fosse questo Thamus, né chi fosse colui che lo chiamava a quel modo.


Il grido si ripeté tre volte, e finalmente un pilota egizio che si trovava a bordo (e il cui nome era appunto Thamus) si decise a rispondere.
Allora la voce, con tono ancora più alto, gli ordinò: “Quando giungerai all’altezza di Palode, annuncia che Pan, il grande è
morto!”
A quest’annuncio tutti furono atterriti, e decisero che se, giunti all’altezza del luogo indicato dalla voce, il vento fosse caduto, avrebbero dato la notizia: altrimenti avrebbero proseguito per la loro strada. Ma quando la nave giunse nei pressi di Palode il vento cadde, e il mare entrò in bonaccia.
Allora Thamus, da poppa, gridò: “Pan, il grande è morto!”.
Non aveva ancora finito di parlare che un gemito, non di una persona ma di tante, si levò altissimo, misto a grida di stupore. La nave riprese subito il suo cammino, e la fama di questo episodio fu così grande che l’imperatore Tiberio chiamò a corte Thamus, per interrogarlo: e fece fare molte ricerche su Pan e sulla sua morte.


 (Plutarco; Il tramonto degli oracoli )

Nello stesso periodo in cui si svolge il racconto di Plutarco, in Palestina il tempo fu maturo per la venuta del Cristo.
Fino ad allora in Israele l’iniziazione sacerdotale era stata per secoli legata alla famiglia prescelta, ovvero a quella di Aaronne, mentre quella regale alla famiglia del re, di David.
Poco prima che nascesse Gesù entrambe le vie iniziatiche avevano esaurito l’opera e si erano isterilite.
Siamo nel momento in cui si apre il Vangelo secondo Luca.
Rappresentavano a quel tempo la famiglia sacerdotale Zaccaria e sua moglie Elisabetta, entrambi – il Vangelo lo dice esplicitamente – della casa di Aaronne; erano vecchi e sterili, e non già per colpa loro, perché erano giusti, ma perché era finito il tempo della veggenza sacerdotale.


La stirpe regale si ritrovava invece in un'altra coppia, appunto quella di Guseppe e Maria, discendenti sì l’uno che l’altra da David; e Giuseppe era vecchio e non aveva conosciuto Maria.
Non c’erano figli dunque, né dall’una né dall’altra coppia.
Il senso della verginità di Maria risiede proprio in quest’impronta spirituale ormai dispersa dalla propria stirpe, di un seme aureo svigorito e necessariamente ravvivato della sua vitalità da una circostanza ignota che agisce nel corso della vita universale.


In Luca I, 5-7 leggiamo: “Ai dì di Erode, re della Giudea, vi era un certo sacerdote, per nome Zaccaria, della muta di Abia; e sua moglie era delle figliuole di Aaronne, e il nome di lei era Elisabetta.
Entrambi erano giusti nel cospetto di Dio…non avevano figlioli, perciocché Elisabetta era sterile e ambedue erano già avanzati di età”.

Questa dunque è l’indicazione che ricaviamo per capire che la discendenza iniziatica per linea sacerdotale si chiudeva per sempre nell’attuale Yuga.
A tal proposito vale la pena ricordare che il calendario ebraico inizia nel 3761 a. C. dove s’individua la nascita del mondo, ma è evidente che questa non è la nascita geologica ma la trasformazione di un Ciclo coincidente in linea di massima con la cronologia di altre Civiltà tradizionali come l’indù che colloca attorno al 3102 a.C l’ingresso dell’attuale quarta Età o Età oscura – Kali-yuga, e quella Maya che identifica la nascita del quarto Sole nel 3114 a. C.
In Zaccaria il dubbio che lo attanaglia è indice che si chiudeva definitivamente la missione iniziatica sacerdotale della sua stirpe, cui manca la veggenza e per questo egli diviene muto poiché non accoglie ciò che l’Angelo gli rivela, ovvero la nascita di un figlio profeta, l’ultimo prima della Rivelazione.
Zaccaria non comprende e dunque non rammenta le sue proprie origini, difatti dalla radice zkr deriva “zakhor” che è il ricordo che passa dalla bocca, cioè dalla parola e lui difatti diviene muto.
La visione dice a Zaccaria che il suo nascituro non avrà bisogno di bere né vino, né cervogia, che debbono intendersi quali metafore delle bevande prodigiose dei tempi arcaici la cui fermentazione si riteneva capace di rinnovare agli Dèi la loro immortalità, e agli uomini attraverso un rituale “sconfinamento dimensionale” la visione estatica della presenza divina.


Lo sciamano o Veggente fu il responsabile dell’equilibrio fisico e psichico della propria comunità, per conto del quale si metteva in contatto con il mondo superiore cui accedeva attraverso esperienze di “trance” estatica unanimente condivisa.***
Giovanni chiude tale esperienza estatico-veggente culminata nei tempi antichi nell’esperienza di Elia ed il Battista difatti è proprio sotto il suo spirito che agisce come si può leggere in Luca I, 17.
Zakàr si traduce con “maschio”, tuttavia la sua radice tri-consonantica (zkr) è quella dell’omonimo verbo zakàr che per noi è “ricordare, menzionare” e, nelle sue forme derivate, anche “essere ricordato, richiamare alla memoria, rievocare” il luogo della smemoratezza, del simbolico silenzio di Zaccaria è la prefigurazione della morte di una stirpe cui porrà rimedio Giovanni.


Nel non ricordo c’è la discesa che sprofonda nell’oblio, sono gli inferi e cancellare il ricordo di una persona o di un popolo è l’apice della maledizione.
L’ammutolimento di Zaccaria, coincide con la tragica invocazione che invitò Thamus a proclamare la morte di Pan.


Curioso è notare perché la misteriosa voce incarichi proprio l’egizio di nome Thamus a diffondere la notizia della morte del dio, ed effettivamente solo questo personaggio aveva le qualità emblematiche per essere investito del compito assegnatogli.


La radicale accado-semita spiegata sul dizionario di Antoine Fabre d'Olivet, (La Langue hébraïque restituée) “thm” (Thamus) sviluppa l’idea di tutto ciò che è universalmente vero o universalmente approvato, così come mette in evidenza l’immagine realizzata dell’anima universale, indicando peraltro il senso di portare a termine – compiere: nell’allegoria Thamus non a caso è anche il pilota della nave.


 En to Pan – uno il tutto - " Pan " infatti rivela anche la " molteplicità " cosicché egli in natura non è unico, ma si frammenta in una complessità illimitata di differenti emanazioni sensibili allegorizzate nelle figure dei Satiri, Silvani, Sileni, Panisci (Paniskoi) riflettenti all'infinito la tensione generativa fecondante il mondo materiale quanto la perpetua oscillazione che l’ispirazione divina periodicamente attua sul corso del divenire.
La morte di Pan allegorizza la fine di un era.
E’ da frammenti simili che ricaviamo significative indicazioni circa il carattere della presente Età, Kali-yuga, al cui giro involutivo avanzato si chiudono definitivamente i grandi centri oracolari e iniziatici del mondo antico, l’accelerazione del tempo aumenta i suoi giri e sempre in questo periodo si appresta a terminare l’ultimo dei dieci secoli della civiltà etrusca, ormai preparata a svanire dal corso della storia.
Coincidente alla nascita di Gesù, Roma con Augusto fonda il suo Impero, ma è una civiltà che già rivela i sintomi di un avanzato stato di decadenza.
Con la fondazione dell’Impero Roma distorce definitivamente la missione del proprio mandato spirituale, dando avvio a quel progressivo disgregamento del proprio senso che durerà quattro secoli in cui si alterneranno magnificenze a fonde miserie, un periodo estremamente complesso in cui si definisce pienamente l’identità dell’Occidente nel proprio assetto normativo, giuridico-sacrale e dove l’impronta aurea sarà impressa dalla dinastia degli Antonini che, da Adriano a Marco Aurelio, dimostrerà seppur per breve periodo di saper correggere l’andamento obliquo dei tempi.


Progressivamente ognuno sembrerà sempre più abbandonato in sé stesso, il “De rerum natura” di Lucrezio già lo rivela, ma l’uomo sarà anche invitato da un sussurro inudibile, quello dell’ultima Rivelazione fornita dal Cristo, alla ricerca intima esortato da una lieve ispirazione penetrante la spessa trama del tempo oscuro, all’evocazione solo interiore del Dio nascosto.




L’ultima elevazione della Civiltà ebbe luogo poco prima del tramonto di quella magnifica età convenzionalmente definita come Medioevo...di quel particolare periodo tra l'800 e il 1300, in cui Guénon identifica un'epoca di rettificazione, una fase che segnò un recupero parziale delle verità tradizionali simbolicamente chiusa da Dante.
Un fervore poetico le cui le propaggini più avanzate lambiscono gli ultimi anni del secolo XVII nel generale processo di allontanamento dal principio aureo segnato dall'attuale Età oscura.


“Anticamente, in Israele, quando uno andava a consultare Dio, diceva: «Venite, andiamo dal veggente!» Infatti colui che oggi si chiama profeta, anticamente si chiamava veggente”
(Samuele 9:9).


***Le origini della cultura estatico veggente si perdono nella notte dei tempi, ad esempio esistono validi motivi per ritenere che essa sia propria già all’uomo di Neanderthal, il quale lungi dall’essere un rozzo abitatore di caverne come un riduzionismo positivista l’ha sin’ora considerato, in realtà fu una creatura multiforme nell’elaborare una visione d’incanto e diversi indizi lo dimostrerebbero.
Sono stati rinvenuti suoi resti che comprendono conchiglie utilizzate per costruire collane ed altre usate come contenitori di sostanze naturali (terre, minerali) coloranti, usate probabilmente per dipingere (di nero, giallo e rosso) ed insignire il viso o il corpo.


Seppelliva i morti in fosse di forma ovale, analogamente al grembo materno, con un corredo di utensili simbolici coprendo le sepolture con lastre di pietra per evitare che gli animali potessero dissotterrare i corpi; alcuni ritrovamenti fanno credere che deponesse fiori sulle sepolture.
Utilizzava l’ocra rossa, per rituali religiosi e si suppone che abbia costruito il primo strumento musicale intonato, una specie di piccolo flauto realizzato con un osso - un femore d’orso - lavorato, capace di produrre quattro note (lo strumento è stato ritrovato in Slovenia) e che facesse uso di erbe terapeutiche.


In una caverna di Shanidar, nell’Iraq del Nord, alcuni archeologi hanno scoperto tracce di polline di otto tipi diversi di erbe aventi potenziale terapeutico al fianco di uno scheletro di uomo adulto.
La presenza di tali piante ritualmente disposte e risalenti a più di 50.000 anni sarebbe un ulteriore prova a sostegno del fatto che l’uomo di Neanderthal possedesse una profonda spiritualità.
In epoca a noi più prossima, nella regione del deserto sahariano (nella odierna Algeria, al tempo ricoperta da una rigogliosa vegetazione) troviamo le più antiche rappresentazioni di funghi allucinogeni che l’uomo conosca 5000 a. C.
Si tratta di raffigurazioni rupestri rappresentanti uomini con la testa a forma di fungo, appartenenti al cosiddetto periodo “delle Teste Rotonde”. Tale arte si ritiene sia stata influenzata da rituali estatici e divinatori.

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