mercoledì 31 agosto 2011

Ultraviolenza bianca e dissolvenza del senso tragico























Il disincanto è l’agente catalitico di tutti i trucchi usati per impoverirci della consapevolezza.
Quella subdola forma di ultraviolenza bianca costituita dalla pubblicità, dalla falsa informazione, dal basso condizionamento ideologico, corrode la coscienza attraverso la pacata normalità del “preconfezionato”, si attacca al nostro midollo immaginativo spremendone tutti i canali sensibili, piantandoci al posto della sana aurea immaginazione un amalgama di mortifera assuefazione sintetica guarnita di volgari coloranti.
La propaganda più torva ci domina l’esistenza, è una sequenza di sorrisi formali ebeti ed osceni che rivelano niente altro se non la perdita della presenza a se stessi.

L’oscenità rinnova l’esigenza del consumo, solo ciò che è osceno (benché talvolta l’oscenità appaia insospettabile) può ravvivare nella persona l’impulso di un energia mai del tutto sopita, forte e urlata dal ventre, latrata dai genitali agli strati più bassi dell’io.
Il compito principale dell’attuale Quarto Reich è quello di renderci tutti insospettabilmente osceni, di esaltare e deificare ciò che è osceno perché l’oscenità (tutto ciò che è industriale è intrinsecamente osceno) costituisce l’abdicazione d’ogni principio nobile nell’uomo.
Osceni nel consumo o nello stesso rifiutarsi al consumo poiché gli ultimi studi e progetti invasivi tendono alla composizione di una realtà unidirezionale e digitalmente governata che assorbirà tutto alla sua logica deviata.

Agenti microscopici sono già all’opera per scardinare le fondamenta naturali.
Dovremmo tutti assuefarci ad uno splendore artefatto che ammalia e da nausea al medesimo tempo.
Questo “Nuovo Splendore” non potrà essere messo in discussione, non possiamo mettere in discussione questo offuscante splendore e tantomeno la cura che ci verrà imposta per curare la nausea che ci provocherà.

Il nuovo splendore offusca l’antico e salvifico tragico stupore, scaturito dalla contemplazione dell’armonia cosmica riflessa nell’ordine poetico-etico della vita rimescolata dalle passioni umane.
Vita commossa dall’ispirazione, unica circostanza che muove l’uomo ad agire spinto da un impulso fondamentalmente generoso.
Solo in questo stato di cose risiede il fondamento dell’opera e del vivere civile.
Ragione e tecnica dovrebbero rimanere subalterne al primitivo e tragico stupore.

La Tragedia non è indistinto sgomento, indolente romanticismo, la visione tragica non è confuso pessimismo proiettato sull’esistenza.
Considerando le cose “tragicamente” idealmente mi accordo al più remoto dei canti che ora è sovrastato, disperso dal frastuono d’infiniti motori.
E’ da Eleusi che nasce la Tragedia, da – tragos = maschio caprino e ode = canto; che è l’archetipale, faunesco impulso ferino della vita ingentilita dalla primordiale intonazione lirica suscitante la percezione del mistero nella profonda ombra notturna quanto nella chiarissima luce del Sole.

L’inquietudine poetica è inaridita dalla realtà asettica tecnologico-industriale che ribalta la tragedia in diabolica parodia, cieca rovina, indifferenziato sfacelo, e proprio in questo aspetto immensamente disumano la vita è privata del suo senso più profondo.
Qui trova verità la profezia egizia riportata nel libro dei morti sulla sesta era, quella attuale, identificata come l’età dell’abisso.
Non la morte ma il non-senso, il disfacimento di ogni convinzione etica è la perdizione dell’intero universo, il dissolvimento di ogni iniziazione misterica, lo spegnimento d’ogni pensiero e slancio sublimi accelerano la fine del Cosmo, la fine della sua identità più profonda.

L’anima immersa nella gelida penombra di un intermittente fluorescenza catodica o avvolta dalla tagliente chiarità del neon si dissecca, evapora progressivamente fino a dissolversi in un limbo indistinto, violata nella propria intimità aurorale e immaginativa che invece si valorizza a contatto della luce del Sole, della viva e tremolata penombra di una fiamma di caminetto o di una candela.
Ecco l’abisso quotidiano, l’insospettabile abisso domestico unidimensionale, l’equivoca banalità di sordi ritmi produttivi, di un infida comodità che ci custodisce falsamente.

Il preconfezionato è orrido, ci rende ingrati, ci rimuove quella parte viva e responsabile che integra attivamente – eticamente – l’esistenza al Cosmo.

La nostra Età potrebbe davvero dirsi infelice, triste perché non più tragica. Svuotata del senso più elevato del pathos per il quale l’avvento stesso del Cristo, coincidente al tramonto degli Oracoli del mondo antico, non costituisce un riscatto generico dell’uomo dalla sua condizione di peccato, ma dovrebbe rinvigorire in noi il senso tragico e puramente erotico-eroico della vita attraverso l’atto stesso del Suo rinnovato sacrificio di amore, per mezzo del quale il destino è stato riannodato alla più autentica essenza universale.
Il riscatto operato da Cristo verte sulla forza che l’impronta energetica di amore ancora può infondere ai nostri cuori disallineati col battito ancestrale dell’Universo.

Gesù morente sulla croce nel Vangelo di Giovanni proferisce: “Tutto è consumato” in alcune traduzioni si legge tutto è compiuto, ovvero, il Ciclo sta per chiudere il suo giro.
Cristo investe l’uomo di una responsabilità mai avuta prima. E’ l’invito ad esercitare in noi stessi una suprema tensione d’illusione, di Santa Illusione nel cuore cupo dell’Età nera, di ravvivare in noi la speranza e davvero non vi sarebbe altro da dire.
La presente Età è consumata e qualcosa di incomprensibile sta per accadere.
Ariamo l’allegorico campo interiore nell’ultima ora, (Matteo 20, 1-16) lo ariamo negli ultimi istanti dell’ultima ora e la percezione dominante è che una Potenza oscura domini la volontà di chi adesso detiene il potere e che mira a condurre il gregge dell’umanità attraverso un percorso forzato, convogliandone le molteplici aspirazioni e possibilità dentro un'unica recinzione sintetica, ottenebrandone la consapevolezza nella depressione di un tunnel elettromagnetico artificialmente indotto, collocato al di sotto del transito epocale imminente nella finalità d’impedirci la presa cosciente del meraviglioso.

A questo progetto infame le scie chimiche indubbiamente costituiscono la distesa trama eterea di molte operazioni che hanno come palese obiettivo il controllo della popolazione mondiale in tutte le variabili ed in tutti i suoi aspetti.

Come asserisce Ghigo Battaglia del sito freeskies:
“Concorrono al progetto i media, attraverso i potenti e diffusi canali di emissione visiva ed auditiva di segnali ipnotici e rutilanti e di frequenze mefitiche.
Di fondo ci sono le onnipresenti quanto immotivate ed umanamente assurde guerre locali e la spada di Damocle per eccellenza: una finanza internazionale che utilizza gli strumenti in suo possesso per condizionare il destino di genti che, ingabbiate dagli spietati stati sovrani, languono in condizioni economiche compromesse ed incerte.
Gli stati sono i contenitori esistenziali inutili e dannosi, in grado di manipolare la popolazione fin dalla sua più tenera età con i mezzi più disparati. Si comincia con le prescrizioni di farmaci industriali prima della nascita e si continua con le vaccinazioni e con polveri alimentari dalle sorprendenti componenti chimiche e transgeniche” (che mirano a deprimere la nostra integrità psicofisica).
L’invasività contaminante incontrollata e di fatto incontrollabile di molte operazioni fanno ritenere che già da qualche tempo dei ciechi governino altri ciechi.

lunedì 29 agosto 2011

Iniziazione e oscurità del tempo presente











“Coloro che dicono che prima si muore poi si risorge,
si sbagliano. Se non si riceve prima la resurrezione
mentre si è vivi, quando si muore non si riceverà, nulla”.
(Il Vangelo di Filippo)


“E’ opinione di tutti i magi che se la mente e il pensiero non sieno sani, il corpo a sua volta non possa esser sano e viceversa.
Ora noi non possiamo, secondo l’opinione di Ermete, ottenere la fermezza e il vigore della mente che dalla purezza della vita dalla pietà e dalla religione sacra, la quale purifica per eccellenza la mente e la rende divina.
La religione viene altresì in soccorso della iattura e ne fortifica le forze, nel modo stesso con cui il medico fortifica la salute corporale e l’agricoltore aumenta la fertilità del suolo.
Gli spiriti malvagi traviano spesso coloro che spregiano la religione e solo nella conoscenza della religione si può trovare il disprezzo e il rimedio al vizio e la protezione contro gli spiriti maligni.
Infine l’uomo veramente pio è bene accetto presso la divinità, ed egli si eleva tanto sopra gli altri uomini, quanto gli dei immortali si elevano sopra lui.
Dobbiamo dunque per prima cosa offrirci purificati e raccomandarci alla divina pietà e religione e poi, sopiti i sensi, con la mente tranquilla, lodando e adorando, aspettare quel divino nettare ambrosiano, il nettare dico che il profeta Zaccaria chiama il vino che fa germogliare le vergini, quel sovraceleste Bacco, il sommo di tutti gli Dei ed antistite dei sacerdoti, autore della rigenerazione, che gli antichi poeti cantarono due volte nato e da cui tanti divinissimi rivi emanano nei nostri cuori.”
(Cornelio Agrippa: Della necessità della Virtù e dell’utilità della Religione)

Plutarco ci spiega che, la condizione di chi si preparava alla Iniziazione era paragonata con quella di chi si preparava alla morte.
“Non è stato senza ispirazione divina che ha parlato colui che ha detto che il sonno equivale ai Piccoli Misteri della morte, poiché il sonno è realmente una prima iniziazione della morte… La morte consiste nell’esiliarsi dal corpo; il sonno consiste nel fuggirlo come uno schiavo fugge dal suo padrone.
Raggiunta la morte, l’anima sente una sensazione simile a quella degli Iniziati ai Grandi Misteri. Difatti il termine morire (teleutai) e quello di essere iniziato (teleisthai) si assomigliano, così gli
stessi eventi”.

Iniziato ai sacri Misteri ha descritto, per la parte che gli era permessa dal giuramento sodale, più di ogni altro argomenti attinenti ai sacri Misteri, ripresi in modo diverso dalla Tradizione cattolica.
In verità sotto certi aspetti non è errato definire “morto” il non-iniziato, in quanto é solo dopo lo svegliarsi al termine dell'iniziazione che si configura lo status di “vivente”.
L’Iniziato, veniva in Occidente chiamato “il primo nato” e in Oriente “il due volte nato”.

Nell’antichità venivano celebrati i Grandi e i Piccoli Misteri intesi non come mere ripetizioni concettuali o vuote rappresentazioni mitiche, ma come Scuole di Sapienza, tanto che ottennero nel loro tempo il massimo apprezzamento dalle migliori menti, basti citare: Platone, Euripide, Socrate, Aristofane, Pindaro, Plutarco, Isocrate, Diodoro, Cicerone, Epitteto, Marco Aurelio, Giuliano.
Nell’antico Egitto gli Iniziati ai Misteri erano i frequentatori della Casa della Vita, una comunità di Sapienti, Sacerdoti e Costruttori, detentori di una Conoscenza Primordiale.

Le tradizioni egizie, greche, indù, affermano che da principio non vi erano altro che i Misteri, la Conoscenza, Gnosi, Vidya, regnava fra gli uomini in un tempo felice.
Gradualmente sopraggiunse l’oscurità per lo Spirito e alla purezza originaria si mescolò l’impurità dell’avidità, degli egoismi, fino a giungere all’attuale era oscura, per intenderci quella del Ferro per i Greci, del Kali Yuga per gli Indù.

Apuleio dice d’essersi fatto marinaio eccezionale per aver navigato attraverso tutti gli elementi per approdare al confine allegorico della morte, posto nell’emisfero celeste che si trova al di sotto l'orizzonte emblematico dell’Occidente.
Iside (Demetra), era sia la patrona degli Iniziati, che dei marinai.
Il candidato s’immerge negli elementi del grande mare, nuotando come un pesce.
Si ricorda che i pesci nel santuario di Apollo in Licia erano chiamati Orphoi, e che Orfeo era paragonato ad un pesce, al pari di Bacco ugualmente denominato IKΘYΣ, e di Gesù denominato IHΣ, il Pesce.
Nell'antica Roma pesci sacri erano allevati sul Gianicolo presso il tempio della Dea Atargatis-Derceto, d'origine siriana cui s'attribuiva la nascita della costellazione del pesce australe.
Pertanto l'associazione di Gesù a questo simbolo costituirebbe anche un preciso riferimento zodiacale riguardante la posizione astrologica della presente Era, considerata un transito assai arduo per l’uomo, dove rischia la sua stessa sopravvivenza così come riporta il testo del Libro dei Morti egizio:

"Calcolando e tenendo in debito conto i giorni e le ore propizie delle stelle di Orione e delle Dodici Divinità che le reggono, ecco che esse congiungono le mani palmo a palmo ma la sesta fra esse (l’attuale Età posta sotto la costellazione dei Pesci) pende sull'orlo dell'abisso nell'ora della disfatta del demonio".

A questo verso pare fare eco un apocrifo del Vecchio Testamento dove con l’ossessione delle “acque nere”…probabile allusione all’aspetto oscuro della presente Età (Kali-yuga) in cui è detto che il Leviatano…ovvero le forze incoerenti massimamente dilaganti…uscirà dagli abissi all’avvento del Messia:
“E Behemoth apparirà dal luogo dove soggiorna, e Leviatan risalirà dal fondo del mare: mostri giganteschi che io ho creato nel quinto giorno della creazione, e che ho tenuto in serbo in vista di questi tempi, affinché servano da nutrimento a tutti coloro che sopravvivranno”
(“Apocalisse siriaca di Baruch”, XXIX, 47).





















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mercoledì 24 agosto 2011

Visione stoica del tempo attuale
















In una pubblicità cosa ride di chi? Si ride della morte apparentemente sconfitta ma in realtà assolutizzata da un presente demitizzato, in cui il tempo e lo spazio sono svuotati di storia e costretti in un continuo quanto asfissiante autoingoiamento.
Un solo cartellone pubblicitario inserito in luogo naturale ha il potere d’ingoiare tutto l’incanto che può offrire la realtà circostante e ciò è terribile.
E’ l’aspetto forse più inquietante dell’attuale ultraviolenza.
Sperimentiamo, siamo tra i primi ma non sicuramente gli ultimi, le artificiali scansioni elettromagnetiche delimitanti i perimetri che ci racchiudono dentro un equivoca banalità.
Questo reale decontestualizzato e ridotto a marchio non reca quasi più segni sensibili da offrire alla memoria.

Con indubbie qualità di veggente Artaud scrisse:

"A parte la stregoneria insignificante dei maghi di paese, esistono trucchi di Hoodoo globale a cui periodicamente tutte le coscienze sono chiamate a partecipare ... in questo modo strane forze vengono risvegliate e trasportate fino alla volta astrale, l'oscura cupola esistente sopra di noi ... una formidabile oppressione tentacolare, una sorta di magia metropolitana che presto farà la sua comparsa, debitamente mascherata."

I tempi sembrerebbero davvero giunti ad un punto di svolta, se questo costituirà un ulteriore giro involutivo non si può dire anche se diversi segni lo lascerebbero presagire.
Ciò che emerge sopra ogni cosa è il significato di una massiva manipolazione globale il cui fine “tacitamente mostrato” è il progressivo impoverimento dell’uomo e dell’habitat che lo ha formato in questi ultimi millenni.
Il Kali-yuga è ben lungi dal terminare la sua durata e tutta la paccottiglia mistica new age inganna nell’affermare l’imminente arrivo di una nuova “primavera cosmica”.
Lo stesso calendario Maya, l'interpretazione che se ne vuole dare è una montatura creata ad arte, una pura distorsione temporale.

Sono convinto che il fenomeno delle scie chimiche sia direttamente coinvolto con il futuro rimodellamento sintetico della realtà, intimamente correlate agli stessi OGM e a tutte le ultime applicazioni della bruta scienza più innovativa, che in definitiva è quella funzionale a renderci dementi senzienti di questo nuovo ordine del progresso solo industriale.
A breve le prossime generazioni e forse la stessa nostra presente sarà costretta nei recinti di una dittatura atroce e noi ora stiamo assistendo all’innalzamento frenetico dei suoi “insospettabili” margini contenitivi.

Le mie possibilità di oppormi esteriormente a tutto ciò sono le stesse che avrei nel voler abbattere un aereo con una fionda dal tetto di casa.

Solo l’antichità può offrirci gli strumenti idonei al recupero di uno stato aureo interiore, affinché il nostro non sembri uno sterile abbaiare di cani alla catena.

Quale esercizio fare per estinguere l'inganno? per riconoscerci per quello che siamo?
Per estinguere l'inganno occorrerà intraprendere la via della concentrazione ascetica:
adoperarsi in ogni modo di tenere separata l'anima del corpo, e abituarla a raccogliersi e a racchiudersi in se medesima fuori da ogni elemento corporeo, e a restarsene, per quanto è possibile, anche nella vita presente, come nella futura, tutta solitaria in se stessa, intesa a questa liberazione dal corpo come da catene appunto.

Durante la campagna (di Atene contro Potidea) - narra Alcibiade - (Socrate ed io) combattemmo insieme e fummo anche compagni di mensa. Ricordo che alle fatiche era più resistente non solo di me ma di tutti quanti gli altri; quando poi si restava bloccati, tagliati fuori, come capita spesso in guerra e così ci toccava patir la fame, la capacità di resistenza degli altri non era niente in confronto della sua; ... a bere poi, vinceva tutti... quello che è straordinario è che mai nessuno ha visto Socrate ubriaco... Ricordo che una volta durante una gelata terribile... lui se ne andò in giro con quel suo solito mantelluccio che portava sempre, camminando sul ghiaccio, a piedi nudi... e i soldati lo guardavano un po' in cagnesco credendo che, così, egli li volesse umiliare... Tutto preso non so da quali pensieri, una volta se ne rimase in piedi, immobile, a meditare, fin dal mattino presto e, poiché non riusciva a venirne a capo, non la smise, ma continuò a starsene tutto assorto nella sue riflessioni... In conclusione al calar della sera alcuni soldati della Ionia, dopo il rancio, portarono fuori, all'aperto, i loro pagliericci (s'era in estate) per dormire al fresco ma anche per stare lì un po' a vedere se quel tipo se ne fosse rimasto immobile tutta la notte. Ed egli lì se ne restò fino a che non si fece mattino e non spuntò il sole; dopo di che, fece al sole una preghiera e se ne andò.

I termini impiegati nella traduzione per spiegare il senso di questa meditazione potrebbero far pensare a un esercizio puramente intellettualistico. Ma si legga quello che dice Aristofane, alludendo alle pratiche socratiche:
Medita adesso, e concentrati profondamente; con tutti i mezzi, avvolgiti su te stesso concentrandoti. Se cadi in qualche difficoltà, corri subito svelto in un altro punto... Non ricondurre sempre il tuo pensiero a te stesso, ma lascia che la tua mente prenda il volo nell'aria, come uno scarabeo che un filo trattiene per la zampa.

Da questo passo si vede come la concentrazione significa un rafforzamento non dell'io, ma della mente liberata dalle pulsioni soggettive.

Platone, nella Repubblica, spiega che la funzione della concentrazione è quella di vincere la parte appetitiva e quella irascibile dell'anima:
La parte ferina e selvaggia del nostro essere... non esita a tentare, nell'immaginazione, di unirsi alla propria madre o a qualunque altro essere, uomo, dio, bestia; non c'è assassinio di cui non si macchi, né alimento da cui ci si astenga; insomma, non c'è follia né spudoratezza che ci si vieti.
La soluzione è:
Non cedere al sonno che dopo avere destata la parte appetitiva del nostro essere e averla nutrita con bei pensieri e belle ricerche, concentrandoci su noi stessi, dopo avere anche calmata la parte appetitiva del nostro essere... e ammansita la parte irascibile; dopo avere dunque placate queste due ultime e stimolata la prima, in cui ha sede il pensiero, è allora che l'anima meglio raggiunge la verità.

Ma la meta di tutti questi esercizi è fondamentalmente una, vincere la paura della morte, che rende l'uomo schiavo di impulsi avvilenti ed aprirgli la via della vera liberazione.
L'anima diviene soltanto ciò che contempla, ciò di cui è cosciente, e dunque, propriamente, è o non è immortale a seconda dell'esercizio filosofico che compie, del grado della sua memoria. Essere mortale, in quest'ottica, significa soltanto ignorare la propria immortalità e agire di conseguenza.
Secondo Plotino:
La nostra anima ha una parte che è sempre presso gli intelligibili, un'altra presso le cose sensibili, un'altra che è tra le due: essa è una natura unica con parecchie potenze, che ora si raccoglie tutta in quella parte che è la parte migliore di lei e dell'essere, ora la sua parte inferiore precipitando trascina con sé la parte media: poiché non è permesso che l'anima sia trascinata tutta intera.
A seconda di dove guarda l'anima è e diviene cose diverse.
Ciascuna anima è diversa perché contempla qualcosa di diverso ed è e diventa ciò che contempla.
Che diremo dell'anima? Essa è animale in potenza, allorché non è ancora ma sta per essere; è potenzialmente artista, ed è tutto ciò che essa diviene, ma che non è sempre.
L'anima consiste di un'essenza che resta in alto e di una che viene quaggiù e che dipende da quella e che procede sin qui come un raggio dal centro.
Al motivo della memoria si coniuga quello della purificazione, di cui la filosofia è esercizio, anche se non l'unico. Sappiamo che per i Greci, in generale, ogni vera arte ha una funzione catartica, dalla medicina alla tragedia.
Ciò che cambia è il modo della purificazione stessa.
Ogni vera arte dissolve ogni contaminazione concettuale e purifica ed eleva, non allontana da sé ma predispone l’animo alla discesa in sé, una discesa che mediante l’irrazionalità poetica diviene luminosa elevazione.

La filosofia originariamente intesa (oggi stoicamente intesa) deve dunque essere esercizio di purificazione e di reminiscenza, purificazione dalle passioni e dalle illusioni dell'individualità, della mortalità, ora falsamente elusa da inganni sintetici, insomma deve essere esercizio spirituale che restituisce alla corporeità la sua miglior concretezza nella reminiscenza della propria natura divina, di cui è traccia nell'anima, frammento di totalità.

Ierocle pitagorico e Plutarco mettono in luce gli aspetti preminenti dell'ascesi, ovvero, dell'esercizio spirituale pitagorico e filosofico in generale e sono: lo sforzo e la meditazione governate da Amore.

Scissi dalla dimensione naturale saremo ancora in grado di operare alchemicamente in noi stessi?
L’unica via percorribile è sperimentare con cuore ardente essendo coscienti dell’estrema gravità del tempo presente.

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giovedì 4 agosto 2011

La voce di Thamus e l'ammutolimento di Zaccaria
















Il retore Epiterse stava navigando verso l’Italia, quando il vento improvvisamente cadde e la nave fu trascinata in direzione dell’isola di Paxo.
A un tratto dall’isola si udì una voce possente, che invocava “Thamus!” lo stupore fu generale, non si sapeva chi fosse questo Thamus, né chi fosse colui che lo chiamava a quel modo.
Il grido si ripeté tre volte, e finalmente un pilota egizio che si trovava a bordo (e il cui nome era appunto Thamus) si decise a rispondere.
Allora la voce, con tono ancora più alto, gli ordinò: “Quando giungerai all’altezza di Palode, annuncia che Pan, il grande è morto!”
A quest’annuncio tutti furono atterriti, e decisero che se, giunti all’altezza del luogo indicato dalla voce, il vento fosse caduto, avrebbero dato la notizia: altrimenti avrebbero proseguito per la loro strada. Ma quando la nave giunse nei pressi di Palode il vento cadde, e il mare entrò in bonaccia.
Allora Thamus, da poppa, gridò: “Pan, il grande è morto!”.
Non aveva ancora finito di parlare che un gemito, non di una persona ma di tante, si levò altissimo, misto a grida di stupore. La nave riprese subito il suo cammino, e la fama di questo episodio fu così grande che l’imperatore Tiberio chiamò a corte Thamus, per interrogarlo: e fece fare molte ricerche su Pan e sulla sua morte.

(Plutarco; Il tramonto degli oracoli )

Nello stesso periodo in cui si svolge il racconto di Plutarco, in Palestina il tempo fu maturo per la venuta del Cristo.
Fino ad allora in Israele l’iniziazione sacerdotale era stata per secoli legata alla famiglia prescelta, ovvero a quella di Aaronne, mentre quella regale alla famiglia del re, di David.
Poco prima che nascesse Gesù entrambe le vie iniziatiche avevano esaurito l’opera e si erano isterilite.
Siamo nel momento in cui si apre il Vangelo secondo Luca.

Rappresentavano a quel tempo la famiglia sacerdotale Zaccaria e sua moglie Elisabetta, entrambi – il Vangelo lo dice esplicitamente – della casa di Aaronne; erano vecchi e sterili, e non già per colpa loro, perché erano giusti, ma perché era finito il tempo della veggenza sacerdotale.
La stirpe regale si ritrovava invece in un'altra coppia, appunto quella di Guseppe e Maria, discendenti sì l’uno che l’altra da David; e Giuseppe era vecchio e non aveva conosciuto Maria.
Non c’erano figli dunque, né dall’una né dall’altra coppia.
Il senso della verginità di Maria risiede proprio in quest’impronta spirituale ormai dispersa dalla propria stirpe, di un seme aureo svigorito e necessariamente ravvivato della sua vitalità da una circostanza ignota che agisce nel corso della vita universale.

In Luca I, 5-7 leggiamo: “Ai dì di Erode, re della Giudea, vi era un certo sacerdote, per nome Zaccaria, della muta di Abia; e sua moglie era delle figliuole di Aaronne, e il nome di lei era Elisabetta.
Or ambedue erano giusti nel cospetto di Dio…non avevano figlioli, perciocché Elisabetta era sterile e ambedue erano già avanzati di età”

Questa dunque è l’indicazione che ricaviamo per capire che la discendenza iniziatica per linea sacerdotale si chiudeva per sempre nell’attuale Yuga.
A tal proposito vale la pena ricordare che il calendario ebraico inizia nel 3761 a. C. dove s’individua la nascita del mondo, ma è evidente che questa non è la nascita geologica ma la trasformazione di un Ciclo coincidente in linea di massima con la cronologia di altre Civiltà tradizionali come l’indù che colloca attorno al 3102 a.C l’ingresso dell’attuale quarta Età o Età oscura – Kali-yuga, e quella Maya che identifica la nascita del quarto Sole nel 3114 a. C.

In Zaccaria il dubbio che lo attanaglia è indice che si chiudeva definitivamente la missione iniziatica sacerdotale della sua stirpe, cui manca la veggenza e per questo egli diviene muto poiché non accoglie ciò che l’Angelo gli rivela, ovvero la nascita di un figlio profeta, l’ultimo prima della Rivelazione.

Zaccaria non comprende e dunque non rammenta le sue proprie origini, difatti dalla radice zkr deriva “zakhor” che è il ricordo che passa dalla bocca, cioè dalla parola e lui difatti diviene muto.

La visione dice a Zaccaria che il suo nascituro non avrà bisogno di bere né vino, né cervogia, che debbono intendersi quali metafore delle bevande prodigiose dei tempi arcaici la cui fermentazione si riteneva capace di rinnovare agli Dèi la loro immortalità, e agli uomini attraverso un rituale “sconfinamento dimensionale” la visione estatica della presenza divina.
Lo sciamano o Veggente fu il responsabile dell’equilibrio fisico e psichico della propria comunità, per conto del quale si metteva in contatto con il mondo superiore cui accedeva attraverso esperienze di “trance” estatica unanimente condivisa.***

Giovanni chiude tale esperienza estatico-veggente culminata nei tempi antichi nell’esperienza di Elia ed il Battista difatti è proprio sotto il suo spirito che agisce come si può leggere in Luca I, 17.

Zakàr si traduce con “maschio”, tuttavia la sua radice tri-consonantica (zkr) è quella dell’omonimo verbo zakàr che per noi è “ricordare, menzionare” e, nelle sue forme derivate, anche “essere ricordato, richiamare alla memoria, rievocare” il luogo della smemoratezza, del simbolico silenzio di Zaccaria è la prefigurazione della morte di una stirpe cui porrà rimedio Giovanni.
Nel non ricordo c’è la discesa che sprofonda nell’oblio, sono gli inferi e cancellare il ricordo di una persona o di un popolo è l’apice della maledizione.

L’ammutolimento di Zaccaria coincide con la tragica invocazione che invitò Thamus a proclamare la morte di Pan.
Curioso è notare perché la misteriosa voce incarichi proprio l’egizio di nome Thamus a diffondere la notizia della morte del dio, ed effettivamente solo questo personaggio aveva le qualità emblematiche per essere investito del compito assegnatogli.
La radicale accado-semita spiegata sul dizionario di Antoine Fabre d'Olivet, (La Langue hébraïque restituée) “thm” (Thamus) sviluppa l’idea di tutto ciò che è universalmente vero o universalmente approvato, così come mette in evidenza l’immagine realizzata dell’anima universale, indicando peraltro il senso di portare a termine – compiere: nell’allegoria Thamus non a caso è anche il pilota della nave.

En to Pan – uno il tutto - " Pan " infatti rivela anche la " molteplicità " cosicché egli in natura non è unico, ma si frammenta in una complessità illimitata di differenti emanazioni sensibili allegorizzate nelle figure dei Satiri, Silvani, Sileni, Panisci (Paniskoi) riflettenti all'infinito la tensione generativa fecondante il mondo materiale quanto la perpetua oscillazione che l’ispirazione divina periodicamente attua sul corso del divenire.
La morte di Pan allegorizza la fine di un era.

E’ da frammenti simili che ricaviamo significative indicazioni circa il carattere della presente Età, Kali-yuga, al cui giro involutivo avanzato si chiudono definitivamente i grandi centri oracolari e iniziatici del mondo antico, l’accelerazione del tempo aumenta i suoi giri e sempre in questo periodo si appresta a terminare l’ultimo dei dieci secoli della civiltà etrusca, ormai preparata a svanire dal corso della storia.
Coincidente alla nascita di Gesù, Roma con Augusto fonda il suo Impero, ma è una civiltà che già rivela i sintomi di un avanzato stato di decadenza.
Con la fondazione dell’Impero Roma distorce definitivamente la missione del proprio mandato spirituale, dando avvio a quel progressivo disgregamento del proprio senso che durerà quattro secoli in cui si alterneranno magnificenze a fonde miserie, un periodo estremamente complesso in cui si definisce pienamente l’identità dell’Occidente nel proprio assetto normativo, giuridico-sacrale e dove l’impronta aurea sarà impressa dalla dinastia degli Antonini che da Adriano a Marco Aurelio dimostrerà seppur per breve periodo di saper correggere l’andamento obliquo dei tempi.

Progressivamente ognuno sembrerà sempre più abbandonato in sé stesso, il “De rerum natura” di Lucrezio già lo rivela, ma l’uomo sarà anche invitato da un sussurro inudibile, quello dell’ultima Rivelazione fornita dal Cristo, alla ricerca intima esortato da una lieve ispirazione penetrante la spessa trama del tempo oscuro, all’evocazione solo interiore del Dio nascosto.

L’ultima elevazione della Civiltà ebbe luogo poco prima del tramonto di quella magnifica età convenzionalmente definita come Medioevo...di quel particolare periodo tra l'800 e il 1300, in cui Guénon identifica un'epoca di rettificazione, una fase che segnò un recupero parziale delle verità tradizionali simbolicamente chiusa da Dante.
Un fervore poetico le cui le propaggini più avanzate lambiscono gli ultimi anni del secolo XVII nel generale processo di allontanamento dal principio aureo segnato dall'attuale Età oscura.


“Anticamente, in Israele, quando uno andava a consultare Dio, diceva: «Venite, andiamo dal veggente!» Infatti colui che oggi si chiama profeta, anticamente si chiamava veggente”
(Samuele 9:9).



***Le origini della cultura estatico veggente si perdono nella notte dei tempi, ad esempio esistono validi motivi per ritenere che essa sia propria già all’uomo di Neanderthal, il quale lungi dall’essere un rozzo abitatore di caverne come un riduzionismo positivista l’ha sin’ora considerato, in realtà fu una creatura multiforme nell’elaborare una visione d’incanto e diversi indizi lo dimostrerebbero.
Infatti sono stati rinvenuti suoi resti che comprendono conchiglie utilizzate per costruire collane ed altre usate come contenitori di sostanze naturali (terre, minerali) coloranti, usate probabilmente per dipingere (di nero, giallo e rosso) ed insignire il viso o il corpo.
Seppelliva i morti in fosse di forma ovale, analogamente al grembo materno, con un corredo di utensili simbolici coprendo le sepolture con lastre di pietra per evitare che gli animali potessero dissotterrare i corpi; alcuni ritrovamenti fanno credere che deponesse fiori sulle sepolture.
Utilizzava l’ocra rossa, per rituali religiosi e si suppone che abbia costruito il primo strumento musicale intonato, una specie di piccolo flauto realizzato con un osso - un femore d’orso - lavorato, capace di produrre quattro note (lo strumento è stato ritrovato in Slovenia) e che facesse uso di erbe terapeutiche.
In una caverna di Shanidar, nell’Iraq del Nord, alcuni archeologi hanno scoperto tracce di polline di otto tipi diversi di erbe aventi potenziale terapeutico al fianco di uno scheletro di uomo adulto.
La presenza di tali piante ritualmente disposte e risalenti a più di 50.000 anni sarebbe un ulteriore prova a sostegno del fatto che l’uomo di Neanderthal possedesse una profonda spiritualità.

In epoca a noi più prossima, nella regione del deserto sahariano (nella odierna Algeria, al tempo ricoperta da una rigogliosa vegetazione) troviamo le più antiche rappresentazioni di funghi allucinogeni che l’uomo conosca 5000 a. C.
Si tratta di raffigurazioni rupestri rappresentanti uomini con la testa a forma di fungo, appartenenti al cosiddetto periodo “delle Teste Rotonde”. Tale arte si ritiene sia stata influenzata da rituali estatici e divinatori.

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