martedì 31 maggio 2011

Prestigi
















“Guarda il grande mistero delle stelle, dalla via Lattea viene il terreno germinale delle anime ed esse cadono nel mondo materiale”
(Pimandro)


L’attuale assetto principia con l’instaurarsi dell’obliquità eclittica della Terra, essa coinciderebbe con il tramonto dell’Età aurea esiodea, una condizione originaria la cui memoria è sopravvissuta nelle iniziazioni antiche ai Sacri Misteri così fortemente intrisi di componenti astronomiche, dove l’allineamento solstiziale dei Templi intendeva la possibilità dell’apertura di un passaggio ideale, capace di condurre l’anima dell’adepto al recupero di un bene perduto, anteriore allo stesso tempo precessionale.
Tale riferimento solstiziale è passato alla liturgia cristiana come i “Quatuor Tempora” che si riferiscono alla posizione del Sole ai solstizi ed equinozi.

Gli antichi Templi si costruivano come fossero navi predisposte a navigare sul mare dell'eterno mistero Universale, Okeanos – Oceano - fu il primo nome del Cosmo.
La poesia ci rammenta della nostra fatale esclusione dalle sorgenti originarie della Conoscenza e il desiderio che in noi vive di farvi ritorno, come scrissero gli orfici: “Puri e disposti a salire alle stelle”.

Come moderni siamo i “ben provvisti d’angoscia”, intimamente rarefatti, qualcosa ancora ci suggerisce dell’esistenza di una verità essenziale, suprema e “irripetibile”, scaturita dallo “strato” di molteplici passioni esaltate in essenza di nobiltà.
La parte più nobile dell’uomo è la parte sua più indifesa, è l’estrema vulnerabilità della verità più profonda in noi deposta all'interno di quel fragile scrigno che è l'incanto, sepolto custode dell’originario segreto “fisico” operante dentro i sensi il mutamento prodigioso cui la nostra natura è predisposta.
Riconoscere nell’incanto poetico il motivo primo dell’esistenza non è un voler disertare misticamente dalla vita ma conferire ai suoi assordanti fragori “consistenza” spirituale, stordirsi del suo baccano per giungere all’acme, a quello stato luminosamente alterato della coscienza che fa spostare “oltre” la percezione ordinaria del senso dentro il peso stesso delle cose.
Il tema centrale del nostro dramma è il dramma del mutamento, oggi massivamente alterato con imbrogli sintetici contrari alla vita.
L’assenza di vergogna è assenza di Pietas, di autentica pietà storica su cui verte lo stesso sacrificio del Cristo, elevato ad atto metastorico e innestato sul passaggio di due Ere come la più ingente delle ispirazioni ammantata del dolore delle Madri, che trasformano il pianto della scomparsa - Stabat Mater Dolorosa (la madre addolorata stava) – in presagio metafisico, un sentimento ineffabile che sin dai tempi degli antichi Misteri apre la coscienza all’eterno, a riscattare l’ancestrale “caduta” nel dolore e rendere la Terra un luogo di Speranza.
La Speranza è il più grande dei prodigi.
E’ Demetra in Eleusi, il suo tormento poi rasserenato nel sorriso di antica Madre rivolto ai mortali che rinnova l’antichissima alleanza degli Dèi con gli uomini.
Eleusi è parola traducibile con “Avvento”, un termine che nel mondo antico s’impiegò solo in un’altra circostanza, quella per la venuta di Cristo.
Nella concezione tradizionale il corpo è stato dato all’uomo come strumento dell’anima, (struttura materiale dell’anima) strumento da utilizzare in terra per prepararne la trasformazione, dove l’ottenimento dell’anima immortale è di per sé una conquista e non un dono a tutti generosamente elargito.

Oggi le insidie della storia sembrano farsi massimamente acuminate, la poesia misura il passo dell’uomo nel tempo, rinnovata nei suoi privilegi dall’estasi profetica e oracolare, tutto ciò che non è rischiarato dal suo lume non ha valore autentico; nasce appunto da qui l’idea di Età Nera – Kali-yuga - consequenziale al nostro progressivo inaridimento interiore e dunque, della sensazione del tempo inteso come “serpente oscuro” che stringe sempre più tra le sue spire la storia presente, indifferente ingoiatore e dissolvitore dell'esistenza.

A nessun altro contesto se non a quello odierno sembrano meglio adattarsi le parole di Plotino: “una grande e ultima lotta si appresta per le anime umane”

martedì 24 maggio 2011

Altri significati inerenti l'Hyle e il Fuoco incorporeo


“…essi (i poeti) ricorrono alle favole non per nulla, o per dilettarsi, ma perché sanno che è contraria alla natura una sua esposizione aperta in ogni parte, perché, come essa ha sottratto l’intelligenza di sé ai sensi comuni degli uomini, con vario modo di coprire le cose, così ha voluto che i suoi segreti siano trattati dai dotti per mezzo di favole. In tal modo gli stessi misteri delle favole stanno nascosti nel profondo, affinché neppure a coloro che li hanno raggiunti, la natura si mostra nuda di essi; ma mentre soltanto gli uomini eminenti sono consapevoli, con l’aiuto della sapienza, del vero mistero, gli altri si accontentano (di ciò che vedono)”
(Macrobio: Somnium Scipionis di Cicerone)






Svanisce nell’uomo solo biologico la verità dell’ora segreta e le case, le strade, i volti delle persone, gli oggetti tutti divengono come cose profondamente spente, cupe e amare, senza senso.
Felice chi esala l’ultimo respiro avendo alimentato nel proprio petto la verità spirituale di una fede ardente.





l Fuoco centrale non è il Sole visibile e fisico, ma quello invisibile e metafisico, le città tirreniche e romane erano edificate attorno un fuoco sacro.
Presso ogni cultura tradizionale la casa è la riproduzione ideale del Cosmo
Il Cosmo inteso come luogo del meraviglioso, allegorico e poeticamente – liricamente - illuminato nella sua porzione domestica dal focolare della casa, dove il fumo elevandosi al cielo definisce l’orientamento dell’Asse comunicante il passaggio ordinato dai regni sensibili a quelli intelligibili.

Fuoco di Amore che è Eros, da cui trova corrispondenza il termine Ara, l’altare sacrificale sul quale brillava la fiamma dei sacri riti.
Macrobio nei suoi Saturnalia, rende evidente che in diversi passi dell’Eneide, Virgilio attesti di come la parola sola non può costituire rito sacrificale a meno che chi prega gli Déi non afferri anche l’altare con le mani:


“ lui che così pregava e teneva le are udì l’onnipotente”


“ con tali detti pregava e teneva le are”


ed ancora:


“tocco le are e chiamo garanti i fuochi e i numi”


Ciò potrebbe costituire un ulteriore indizio riguardante la natura profonda del rito, che si dimostra efficace solo se coniugato ad un atto estremamente concreto – che vale il metodo – dall’Arte applicata ad ogni aspetto dell’esistenza e simboleggiata proprio dal gesto di toccare la base tangibile dell’Ara, intesa come estensione dell’Hyle, solitamente tradotta con materia, (antica madre) e che nel significato originario voleva dire “legna da ardere” in riferimento al simbolismo del metafisico – poetico - Fuoco centrale, alimentato dal “limite infiammabile”, che è la misura aurea o regola della Sacra Disciplina.





Hyle è l’antica Selva e per estensione lo stesso Ramoscello aureo cantato nell’Eneide, così come nella visione arcaica è il legno con cui è costruita l’immensa nave sferica celeste, ugualmente l'Hyle è la stessa Quercia vaticinante di Dodona dalla quale si ricavò la nave degli Argonauti.




L’Ara costituisce il tramite tra l’officiante e la divinità e toccarla obbligatoriamente durante il rito, rafforza l’idea attestata anche nell’avvertimento rituario che la Sibilla rivolge ad Enea, di svellere il ramoscello d’oro esclusivamente con la mano.
A ciò, si ricollega la figura stessa del centauro Chirone, che fu il Maestro di tutti gli Eroi dell’epopea greca, quale insuperabile istruttore manuale, poiché in greco Chiron vale mano.

E’ il modo di “agire” che dignifica l’uomo, poiché si agisce conformemente a ciò che si prova e si comprende.

Pertanto, fu inevitabile che nelle storie sacre dell’India vedica così come nell’allegoria cristiana il Padre e il Figlio fossero “falegnami”, quali custodi e restauratori dell’Armonia* primordiale.


 

*Armonia dalla greca Armòzein = connettere, collegare, derivanti dalla rad. Ar = aderire, unire, disporre.
Armonia era il termine tecnico con cui i falegnami arcaici indicavano la giuntura di due porzioni lignee tra loro.

(desunto da: "La filosofia dell'arte cristiana e orientale" di Ananda K. Coomaraswamy)

giovedì 19 maggio 2011

La spiritualità mediterranea e l'eredità metafisica cristiana










“Eleno spedisce il suo genio ai Mani inferi, offerta e dono.
Giù, porta seco il suo lume, affinché nessuno lo dissolva, se non noi che siamo luce”.
(arcaica iscrizione funebre latina)


L’arcaica religione demetrica, nella sua essenza è una prefigurazione simbolica del mistero della morte e della resurrezione effettuata sotto il tocco della Grazia.
La tragedia greca, assai più tardi del Mito originario, ricerca i motivi redentivi di quel potente richiamo magnetico, del pressante sentore oscuro accomunante l’ebbrezza più alta dell’esistenza sensuale al lugubre disfacimento della morte, riassorbite nell’esperienza più viva del Sacro, attraendo in questo il sentimento della salvezza attraverso il passaggio obbligato della sofferenza e morte.

“Re dei Re – prega il poeta tragico – il trono del quale non ha al di sopra di sé altro trono, beato fra i beati, potenza sulle potenze, che domini su corso del tempo non misurabile, pensiero inattingibile, di cui sarebbe follia solo esplorare gli abissi, volontà irresistibile che attraverso vie e procedimenti oscuri impenetrabili per l’uomo di un giorno vai verso l’esecuzione infallibile dei tuoi arcani disegni, causa suprema, autore di ogni moto nel mondo, salve o Signore”
(Euripide, Ecuba, 884 – 888)

Quattro secoli prima del cristianesimo la tragedia greca riconosce il mistero insondabile di Dio e la necessità di adorarlo e d’invocarlo nel tremore e nel medesimo tempo nella fiducia.

I Tragici, esaltando la tensione primitiva dei misteri arcaici, la sapienza delle origini, produssero prezioso tessuto teologale alla Chiesa che abilmente intessé nella trama della nuova dottrina ricavandone un raffinato ordito misterico disciplinante il simbolo del Cristo cattolico.

Eschilo, Sofocle, Euripide, traggono il loro “materiale” dalle antiche tradizioni mitografiche e da esse distillano il più ricco valore normativo.
Ad un dato momento dell’esistenza, tutta la vita sembra impastata di dolore, di oscurità, di peccato e il dovere preminente dell’uomo è quello di fare della propria sofferenza un elemento d’elevazione, di redenzione, di solidarietà nel dolore che è anche solidarietà nella fiducia e nella gioia.

La tragedia greca è così profondamente impastata di solennità e austerità religiosa, poiché ha tratto la sua più viva ispirazione dalla consapevolezza di un terrificante mistero che avvolge la comparsa della vita umana nel mondo o del suo risveglio o rigenerazione avvenuto con la semina allegorica di Deucalione e Pirra dopo l’ultimo diluvio.

Ciò che eleva la consapevolezza, ci avvisano i tragici, è la poesia, quale arcaico retaggio dell’estasi, dello stupore trascendente evocato nella ritualità misterica eleusina.
Aristotele ricapitolerà questi impulsi formativi della vita interiore nella compassione e nel tremore, così come nell’entusiasmo, quali essenziali moti interiori rivelanti l’attività dell’animo favorito a ricevere l’intuizione divina: da intus-ire = andar dentro – inoltrarsi e comprendere per via di esperienze che sopravanzano infinitamente il mero esercizio dialettico o apprendimento solo intellettuale.

Gli Dèi che giungono a Prometeo nel suo dolore attraverso la visione di Eschilo, sono le antichissime entità animanti la natura e che egli come Titano invoca: esse sono l’etere, le brezze, le sorgenti dei fiumi i cui sotterranei percorsi trovano la via per il cielo o scaturiti in sorgenti celesti quali promanazioni del filo aureo poetico che è prima teologia e verità epifanica rivelante la forza divina operante nell’universo.

Premesso che la Chiesa Cattolica sia unicamente fondata sopra una colossale impostura delittuosamente perpetrata attraverso i millenni per la conservazione di un potere solo materiale e che attualmente testimonia il perverso dominio delle forze oscure nella presente Età, (Kali-yuga) lo stesso, domandiamoci su cosa verta il messaggio cristiano originario.
Esso verte sulla Verità di Amore e dunque dell’Estro, (Estros) sul valore della forza operativa incentrata nella Pietas e nel Furor, che intagliano la traccia concreta di un cammino afflitto nel suo percorso dalla persistente gravità, un attraversamento necessario al cui compimento occorre Mestiere certo e assoluto sacrificio.

Come asserisce Tommaso d’Aquino:

Dove infatti non fu prima terra,
non può seguire la resurrezione della nostra opera.

In alcuni vasi cretesi arcaici si trova scritto Hesus intendendo con questo nome Giove e proprio nell'invocazione mantrica Hesus - Gesù - credo sia ancora possibile trovare una delle chiavi armonizzanti il tempo presente.

I Tirreno-Pelasgi ri-fondarono nel mondo mediterraneo quattro importanti centri oracolari già sacri in età remote e che sono: il santuario di Dodona in Grecia, quello di Pico (o Marte) fondato presso Reate, (l’attuale Rieti) quello di Fauno a Tivoli ed il quarto, di molto anteriore alla fondazione stessa di Roma, presso il fiume Tevere sul monte il cui nome arcaico s’ignora ma che rimane ancora quello che dagli oracoli e vaticini ebbe: Vaticano – Vaticanus da vates canentes.

Di questo avvelenamento morale l’affezione più evidente è rivelata nell’insorgere di molteplici quanto insanabili contraddizioni interiori smascherate dall’empietà che gran parte dei suoi ministri ha nel tempo reso manifesta nonché, dalla volontà di relegare la dignità umana ad un prolungato stato di prostrazione e intima mortificazione che solo l’industrialismo nella storia ha potuto superare in quanto a disumanità.

Nonostante ciò la purezza della spirituale tensione originaria è davvero immensa ed ha permesso che attraverso questo credo si potesse elevare il senso stesso di più epoche attraverso la fioritura prodigiosa e non ancora disseccata di sublimi valori trascendenti, testimoniati, per fare due esempi illustri tra molti, dalle opere degli artefici Cistercensi o dal lume di Dante ed è alla verità indicata da costoro che dovremmo tornare intimamente a tendere, pena un nostro triste dissolvimento.

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lunedì 16 maggio 2011

Estratto dalla "Filosofia occulta" di Cornelio Agrippa (1533)


















Democrito, Orfeo e molti Pitagorici, dopo aver indagato con grandissimo zelo i poteri delle cose celesti e le nature di quelle inferiori hanno sostenuto che tutto è pieno di Dèi, e non senza ragione, dal momento che non c’è cosa alcuna, per quanto largamente dotata di poteri, che, priva dell’aiuto divino, possa essere contenta della propria natura.
I suddetti filosofi chiamavano Dèi i divini poteri diffusi nelle cose: Zoroastro li denominava seduttori, Sinesio attrattive simboliche, altri vite, altri ancora anime, e da questi dicevano che dipendessero le proprietà delle cose.
Infatti, è proprietà esclusiva dell’anima diffondersi da una materia in altre cose, intorno alle quali agisce, come l’uomo estende il suo intelletto alle cose intellegibili, e l’immaginazione alle cose immaginabili.
Questo è ciò che intendevano dire, quando sostenevano che l’anima può uscire da un ente ed entrare in un altro, quindi incantarlo e impedirgli di agire, come il diamante impedisce al magnete di attrarre il ferro.
Ed essendo invero l’anima il primo mobile, e, come dicono, muovendosi spontaneamente da se stessa, ovvero, poiché il corpo è di per sé incapace di moto, in quanto materiale e assai corrotto, rispetto all’anima, sostengono allora che c’è bisogno di un mezzo più eccellente, tale, cioè, che non sia quasi più corpo, ma già quasi anima, o che non sia quasi anima, essendo già quasi corpo, per mezzo del quale, insomma, l’anima possa essere unita al corpo.
Immaginano, dunque, che questo mezzo (di veicolo) sia lo spirito del mondo, che chiamiamo quinta essenza, poiché non deriva dai quattro elementi, ma da un quinto, ulteriore, e superiore ad essi.
Tale spirito, quindi, è necessariamente assunto come mezzo, grazie al quale le anime celesti possono penetrare nel più grossolano dei corpi, largendoli doti mirabili.

Questo spirito assume, nel corpo del mondo, la stessa forma che prende nel nostro corpo umano; come infatti i poteri dell’anima nostra, attraverso lo spirito, sono infusi nelle membra, così il potere dell’anima del mondo, grazie alla quinta essenza, si espande in ogni cosa.
Non c’è niente, nel mondo intero, che manchi della scintilla della sua virtù, e tuttavia essa è soprattutto infusa in coloro che hanno maggiormente attinto a questo spirito; viene assorbita anche attraverso i raggi delle stelle, fino al punto in cui le cose si rendono conformi agli astri.
Mercé questo spirito, dunque, tutte le proprietà occulte si propagano nelle erbe, nelle pietre, nei metalli e negli esseri animati, tramite il sole, la luna, i pianeti e stelle soprastanti.

Tale spirito può invero giovarci maggiormente, quanto più lo si saprà separare dagli altri elementi, o almeno, quanto più sapremo fare uso di quelle cose, che sopra tutte abbondano di esso…