giovedì 12 luglio 2018

Amor e Eden



Uomo: prodigiosa e tragica commistione di stupefazione e malattia, continua aspirazione di guarigione congiunta ad un evanescente desiderio di realizzazione terrena, poi, inevitabile, sopraggiunge la morte.
Il raggio dell’inquietudine proietta sull’attuale piano dimensionale l’ombra sbilenca di una coscienza ridotta davvero a mal partito dalla pressione del Fato.
In un tratto del suo labirintico itinerario di Salvezza, millenni or sono, la coscienza fu attirata nell’orbita di una ‘stella nera’ che ulteriormente ne condizionò il limite percettivo.
Sotto l’azione di questa opprimente gravità è deformata l’idea stessa di Amore, lodato e cantato ma prevalentemente anticipato alla vita cosciente come una triste menzogna variamente imbellettata; una parodia entusiasmata nell’interiorità di ognuno che ne partecipa inconsapevolmente dominato dalla propria ombra interiore.
La distorsione di Amore è manifestata da un’ingannevole effervescenza che pervade la totalità dell’individuo, inebriandone la psiche in un prolungato fremito d’incontenibile euforia, nella quale vorrebbe dilatarsi in ogni cosa ma la distorsione ancestrale, allegoricamente narrata nel racconto della caduta mitica, devia l’ingenua aspirazione originaria di una beatitudine ultra cosmica all’attenzione dell’attuale individualità contraffatta, (l’innesto emotivo dell’ego operato sulla coscienza) che equivoca l’illusorio appagamento simultaneo di tutti i sensi materiali con l’idea stessa di felicità e l’ottenimento della piena realizzazione dell’essere, e quale abbaglio è più deleterio di questo per la verità dello spirito?
E’ nell’incomprensione maggiormente fonda di questa concitata partecipazione emotiva, di questo meschino slancio del desiderio destinato a non poter valicare il nostro ridottissimo e davvero misero perimetro emotivo, che arriviamo a nutrire la menzogna più grave, fino a custodire gelosamente in noi l’impulso omicida maggiormente profondo e connesso alla stessa patologica matrice passionale del Demiurgo squilibrato.
La falsificazione di Amore è l’inganno primordiale che andrebbe smascherato una volta per tutte senza mezzi termini e senza troppi giri di parole. Per essa troppo spesso l’uomo diviene l’aguzzino o la vittima dell’altra identità che crede di amare e che invece vuole solo vampirizzare o farsi vampirizzare e ciò accade perché in noi s’è impressa la ripetizione ossessiva di un’attrattiva malata, fin dal tempo in cui i Vigilanti vollero per se' le figlie degli uomini: forse esse stesse intese quali allegorie dell'anima.        
La distorsione del flusso di Amore (emanazione preesistente alle dinamiche che attrassero le gravità dei mondi: quale sostanza è maggiormente ineffabile e ingenua di questa?) è dirottata nella ristretta dimensione dell’ego, inteso essere come il primissimo sigillo impresso dal Demiurgo nel fondamento impalpabile ma ugualmente (maggiormente) reale dell’uomo.
Il desiderio si apre alla vita nell’immagine di una fioritura. Ogni fioritura è una pura attrattiva sensuale, effetto ammaliante di un principio di corruzione atavica che trascinò l’immanenza dell’essente nelle molteplici forme del divenire.
In un traslato sottile, nell’uomo, la fioritura del desiderio ulteriormente fuorviato (ovvero piegato alle sole fisime dell’ego) è come secernesse un catramoso polline emozionale, dal quale noi penosamente distilliamo il micidiale nettare affettivo che avvelena la vita dell’animo.
Nostro malgrado, all’interno della serra dei variopinti desideri, elaboriamo questa sorta di veleno delizioso e ardente, che è la deleteria ambrosia di cui s’invischia la passione.
Tutta la natura vortica stringendosi attorno questo nucleo vorace e spietato, affascinante e irresistibile, che è l’emanazione stessa della primordiale irresoluzione emotiva del demiurgo geloso e omicida e della stessa congerie delle sue ‘angeliche’ emanazioni deviate: gli Arconti.
Egli è Colui che impastando il fango ad altre misteriose essenze iridescenti modellò l’Adamo per confinarlo in un ‘giardino delizioso’, dove l’esigenza primaria fu quella d’instaurare con lui una relazione essenzialmente coercitiva e morbosa.
Nell’Eden, inermi e nudi ci rivelammo posti al di sotto la luce brutale del ricatto.

Quello fu un luogo fitto di ombre, disseminato di nascondimenti e fingimenti e dove, al cospetto del Manipolatore/Creatore, l’uomo innanzitutto imparò ad essere una creatura vile e deresponsabilizzata:
‘Chi! Chi è stato?
Io no! E’ stata lei che mi ha tentato! È solo lei la colpevole!
Ah si eh! Non vi rendete conto di quanto gravi siano le vostre colpe! Allora tu uomo faticherai amaramente, guadagnandoti il pane con il sudore della fronte e tu donna partorirai con dolore! 
Siamo noi che inconsapevolmente abbiamo esagonato (ESAGITATO + ESAGITAZIONE) la struttura emotivo-percettiva della nostra cella dimensionale, ispessendone le vibrazioni dell’addensamento ad un peso esistenziale difficilmente ancora sopportabile, ed è proprio sull’impossibilità di sostenere ulteriormente l’aberrazione portata da questo insostenibile modello di sviluppo in cui siamo confinati, che ambiguamente agisce con sempre maggiore efficacia l’ultimo adescamento transumanista, impiantando i motivi di un’ulteriore degradazione cognitiva contrabbandata come il più auspicabile motivo di emancipazione.


mercoledì 11 luglio 2018

Ingenuitas ed extrema ratio




E’ di fondamentale importanza ricercare la propria “ingenuitas”, ovvero, della possibilità di dichiararsi a fronte della trama destinale dell’esistenza come un’identità virtualmente generata da ‘Madre Libera’, di riconoscere la propria anima figlia ancestrale della Luce preesistente.
Siamo immersi nelle forze dissolutive del divenire, in quest’oscura apnea è vitale il potersi riconoscere ancora ‘ingenuo’ – ingènuus – dalla commistione di IN e GENO, che vale IO GENERO – ovvero, possiedo la facoltà immaginale di creare, (arare nuovamente in me stesso) rinnovando attraverso una pura determinazione l’identità a me intima benché fondamentalmente sconosciuta, seppure vivamente intuita.
La Custode della basilare verità dell’Essere, infinitamente sopravvivente oltre l’interezza dei Cicli universali, poiché la sua essenza non è composta della medesima materia luminescente, ma è 'sopra-lucente'.
La materia stellare solidifica la mente fisica, che è involucro e strumento dell’ego quanto l'enigma labirintico dell’essere. La coscienza, invece, pur essendo in qualche modo connessa alla radianza stellare è di tutt’altra sostanza.
La conoscenza dell’essere, pertanto, non può che vertere sul perno dell’ascesi = pratica continua della vigilanza interiore, consistente nell’adozione di una provata disciplina esistenziale quanto più integra essa possa essere (intima purificazione).
Per tale motivo già Platone, avvertì l’esigenza di ri-fondare l’educazione, intendendola come la formazione integrale della persona, (paideia greca) primariamente instaurata sul progressivo affinamento della sensibilità fisico-emotiva per mezzo di una consona visione poetica.
Tale segreta emancipazione del nostro Io dal vincolo ordinario delle cose, è il medesimo invito presentato nei Vangeli ad accedere al 'Regno dei cieli', un'esortazione rivolta ad ogni persona di buona volontà e che verte sul fondamentale recupero di una fanciullezza interiore che non va equiparata ad una gaia sprovvedutezza, ma, piuttosto, decifrata come vitale riappropriazione dell’effettiva potenzialità radiante dell’animo, del primigenio candore della sua immensa ingenuità, svincolato da ogni 'ombra', da ogni inganno: è l’IN – GENO la prerogativa (VIR) dell’animo stesso, originariamente intuito, appunto, come ingenito e legittimo in se stesso, privo di imposture e, dunque, pervaso di eminente qualità Nobile e Liberale, avendo in sé la straordinaria possibilità evocativa dell’integra e limpida intuizione e della perfetta stupefazione, che è puro Entusiasmo: segreta passione; unicamente intesa nella sua accezione elettiva.
Entusiasmo ha la rad. thu-àzo = sono in furore èn-theos = divinamente ispirato e tale condizione nulla c’entra con l’essere esposto a invisibili interferenze malevoli.
Radice dell’anima è l’incanto, inteso essere l’impalcatura della devozione agente, unica possibile estensione della Vir (Virtus) capace di determinare l’interiore ‘fioritura ardente’, per la quale ogni precedente ‘vincolo ingannevole’ trova effettivo dissolvimento.
Presupposto basilare della Felicità, (essa stessa è una pura conquista ermetica) è la personale capacità di coltivare in sé i semi dell’incanto (la pratica della disciplina immaginale).
L'estasio lucido, è la sola prerogativa che può rilegare l’uomo alla dimensione preesistente, ed in alchimia tale prerogativa puramente sottile è altresì definita come ‘pulcino filosofico’, o anche, ‘polvere di proiezione’ e, ugualmente, ‘oro potabile’, tutte locuzioni metaforiche indicanti l’unica effettiva forza radiante di cui l’uomo dispone all’interno di se stesso per edificare solidamente il presupposto della propria elevazione interiore e svincolarsi dall’ingabbiamento emotivo della presente prigione percettiva, in cui è racchiusa l’esistenza abitualmente prefissata secondo parametri convenzionalmente stabiliti.
Tutto ciò, in ultimo, dovrebbe andare a convergere nel ritrovato significato contenuto nell’espressione ‘extrema ratio’, antica locuzione latina usata in ambito militare, volendo intendere l’ultima soluzione possibile o l’estremo rimedio a cui si deve ricorrere quando non vi siano altre vie d’uscita.
Per l’individuo contemporaneo l’extrema ratio varrebbe come ultima sua possibilità per realizzare l’interiore rivelazione di Salvezza, di pervenire all’evento decisivo che potrà porre in salvaguardia il suo animo.
Il significato dell’extrema ratio, necessariamente, dovrà rivelarsi nell’attuale dimensione casalinga, nelle dinamiche di irrisolte tensioni emotive, (spesso apparentemente irrimediabili, ma innanzitutto è proprio su queste che deve vertere il lavoro su di sé) come sostegno interno (appunto ‘estremo sostegno’) di una apparentemente insignificante liturgia domestica, in cui la residuale traccia dell’intuizione superiore emerge come ultima possibile linea di ‘azione immaginale’ rimasta all’uomo moderno; ora penosamente sbilanciato sull'orlo estremo del margine epocale che lo separa dall’imminente e maggiormente rovinosa capitolazione identitaria.

EXTREMA RATIO


La Mente, appunto mente.
In fin dei conti, quest’esistenza, è una complessa, quanto fenomenale, forma di reclusione concentrica = la prigione percettivo-emozionale: all’interno della quale per una coscienza vigile è vitale interiorizzare e applicare una preparazione integrale costante.

Dopotutto cio' che davvero conta ’e' solo il raggiungimento dell’iper-coscienza simultanea.
Evento misterico centrale perseguito mediante un cammino di azione interiore costante e contraria ad ogni svilimento di senso della nostra presenza a questa vita

Voler essere felici, pertanto, diviene una colpa se si insiste a travisare il significato originario di Felicità... che e' importante ribadire..e' riferibile ad un dominio di azione interiore puramente iniziatico.
I Felix erano coloro che risalivano all'origine prima e inesprimibile della sostanza pre-universale...costoro erano i veggenti estatici e trascendevano la percezione stessa di amore, che riuscivano a dilatare ad una misura ultracosciente.

La felicità di se stessi intesa come una condizione beata veicolata dal simultaneo appagamento dei sensi ordinari e dall'acquietamento della psiche e' da considerare come una volgarita' e un'offesa allo spirito.
In un certo senso, allora è sacrosanto affermare che qui nessuno ha il diritto di ritenersi felice se prima non liquefa' il suo ego volgare, estinguendo assieme ogni sentimentalismo








martedì 3 luglio 2018

Pugna umbratilis





“Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora”
Mt 25,13



“…poiché il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti”.

Efesini 6,12

La pratica ginnica è parte integrativa della disciplina dell’essere, (assolvendo in ciò alla formazione poetica integrale dell’individuo) il cui conseguimento ultimo deve necessariamente condurre la persona il più vicino possibile all’ottenimento della catarsi = risveglio, consistente innanzitutto dal suo definitivo affrancamento da vincoli meschini.
In stato latente, dentro ogni fibra muscolare, permane  l’intelligenza intuitiva o intelligenza pre-logica, che, semplificando, possiamo definire come estensione sensibile dell’archetipica identità pre-universale.
Ogni fibra della nostra struttura corporea è propriamente un’antenna.
Il DNA stesso è l’antenna primordiale: distorta antenna che possiamo tuttavia provare a rettificare predisponendoci, mediante un progressivo affinamento della coscienza, a recepire ed emettere una ‘chiarità radiante’ con l’ambiente esterno.
I nostri principali centri d’irraggiamento e di recezione convergono e si diramano dal cuore: (nella visione tradizionale il cuore è il Vaso d’elezione in cui è confluita la Sapienza ancestrale) la sede emblematica della vera intelligenza (quella intuitiva) e, solo in seconda istanza la comprensione è mediata dal cervello, che (secondo la sapienza originaria) al cuore rimane subordinato.
Le particelle iridescenti della Genialità Preesistente all’addensamento della manifestazione corrente rimangono internate in noi, in esse è conservato il mistero dell’uomo, (enigma della vita cosciente) del suo animo rivestito dagli spessi strati materiali del corpo fisico.
Compito tragicamente contraddittorio dell’uomo è quello di riuscire a mantenere desto il suo predicato celeste, di non lasciarsi inghiottire da paludi di necessità solo materiali, di non ottenebrare i sensi superiori della coscienza. In questa unica peculiarità esistenziale, costituita da una inquieta quanto prodigiosa indeterminazione, è riposto il significato ermetico della Vigilanza interiore.
L’addestramento implica una sempre maggiore confidenza con la propria gravità – l’affinamento della percezione fisica implica anche una maggiore padronanza emotiva –  e ciò, per quanto sia possibile, permette di recuperare una memoria maggiormente cosciente della propria estensione/profondità dinamica.
Ogni gesto nell’addestramento del corpo, per contrastare l’amnesia motoria che affligge la stragrande maggioranza dell’umanità presente, deve coinvolgere simultaneamente tutti i distretti muscolari, sensibilmente coordinati per realizzare attraverso una singola azione la contrazione e decontrazione di tutto il corpo.
E’ quanto mai necessario recuperare anche attraverso l’esercizio fisico, per quanto sia possibile oggi fare, la reminiscenza stessa dell’ideazione plastica rigeneratrice.
La qualità immaginativa**, insospettabilmente vive anche nelle profondità muscolari e tendinee, agendo fin dentro le ossa e le midolla e sicuramente va ridestata, educata, ‘aggiogata’, letteralmente ‘saldata’ ad un principio elettivo.

Da tale presupposto in oriente prese origine il termine “yoga”, anche se la sua pratica troppo spesso scade, arenandosi come ogni altra forma di preparazione fisica, in una modalità solo estetizzante o anche d’ipertrofia psichica su cui trova immediata connessione l’ego ordinario.
L’esercizio fisico (inteso unicamente come supporto liminale dell’ascesi) vale come possibile estensione della pratica alchemica e, dunque, come una progressiva ‘opera sacrificale’ di sé, della sostanza terrena che ci riveste. Un possibile metodo per regolare l’emblematico ‘calore di cottura’ interno alle dinamiche emotivo-energetiche dell’esistenza, costituendo, in ultimo, la forma più radiosa – Felix – di sostegno al momento in cui le forze naturali ci allontaneranno dall’involucro mortale.

L'esercizio fisico così concepito – inteso appunto come Ierogimnica: ginnica sacra – è una modalità essenzialmente auto-educativa, (la coscienza è costretta a convivere con l’ego, cui deve lasciare sempre meno margine d’ingerenza) la cui pratica rientra nell’ottica della più pura Guerra Interiore.
L’uomo da sempre tende a respingere tale disciplina, in particolar modo nel tempo attuale, proprio in quanto è atavicamente dominato dall’ombra interiore, dunque, invincibilmente soggiogato dalla paura di sentirsi il reale e unico responsabile del proprio destino di ‘salvezza’ e questa ineffabile circostanza, puramente misterica, coincide con la stessa ‘dissoluzione’ del sé ordinario.
Della Tradizione, di ciò che nel suo nucleo possiamo ancora sensibilmente riconoscere come principio universalmente valido, quindi di ciò che possiamo riattualizzare nell’istante presente, (quasi a residuo sostegno metafisico dell’essere) mantenendo la mente sgombra da ogni forma di vincolo dottrinale che mira a rilegare la nostra ‘identità sfuggente’ al volere di cosiddetti ‘poteri superiori’, è importante attingere in forma limpidamente intuitiva all’ideazione simbolica di noi stessi, cioè dell’uomo.
L’intuizione non vale come inaspettata possibilità, la più alta forma di disciplina riguarda proprio l’affinamento continuo della facoltà intuitiva.
Viviamo nella più fonda dimenticanza del nostro ‘centro’, nell’inosservanza completa dell’atavico nucleo di consapevolezza preesistente, in cui ‘oscuramente’ è riflessa la multiforme Visione dell’essere - inesprimibile altrimenti se non appunto che per intuitiva premonizione.
L’unico compito dell’individuo è quello di recuperare e decifrare all’interno dell’intricata selva simbolica del reale manifestato, le esigue radici sapienziali ancora collegate all’essenza prima, e, considerando la condizione di estrema gravità in cui versa il tempo presente, ciò va fatto respingendo da sé ogni altra forma devozionale che preveda il coinvolgimento (quindi l’ingerenza) di qualsiasi entità sovrasensibile.
La ginnica diviene pertanto uno studio dinamico sulla metafora preminente dell’esistenza. Nessuna aspettativa di vuoti estetismi possono essere contemplati, ciò che va perseguito è solo un continuo affinamento della propria ‘salda insignificanza’, il divenire consapevoli della sostanziale inutilità della propria ricerca di solidità corporea e assieme comprendere di non potervi rinunciare, poiché in ogni caso l’esercizio fisico dignifica e distilla l’attimo presente.
La ierosofia o ierogimnica è metaforica pugna umbratilis: lotta rituale continua intrapresa con l’ombra interiore, una modalità d’azione essenzialmente privata e che costituisce l’estremo tentativo di recupero o anche di salvaguardia della percezione elettiva del ‘Nulla Cangiante’, da cui promana l’effettiva coscienza di sé.
La realizzazione suprema, coincide con la pura consapevolezza e la pura consapevolezza si riflette nel Puro Nulla (inteso come inesprimibile condizione pre-egoica) e non vi è altra realizzazione da conseguire.
C’è solo il raggiungimento dell’iper-coscienza simultanea, attraverso un cammino di azione interiore costante e contrario ad ogni svilimento di senso della nostra presenza a questa vita.
Assaporare gli attimi fuggevoli di questo passaggio che è la vita terrena e, conformemente alla propria natura, saper riemergere dagli inabissamenti dello sconforto, non lasciandosi nemmeno fuorviare da possibili infatuazioni; predisponendosi attimo dopo attimo, per quando giungerà il momento fatale, a tuffarsi con animo il più limpido possibile nell’ultimo vortice dell’istante.
Quest’esistenza, dopotutto, sarebbe una complessa quanto fenomenale forma di reclusione concentrica, la prigione percettivo-emozionale all’interno della quale è vitale interiorizzare la qualità di una preparazione integrale costante.
Il viaggio preminente, l’autentica odissea, avverrà nel momento in cui deporremo definitivamente l’attuale veste materiale e dopo quel fatidico istante, accedendo alla dimensione del Bardo, vorticheremo come aereobati ultraleggeri pervasi di espansa veggenza, fluendo con gran disorientamento nella cosiddetta dimensione astrale dove, immersi nelle correnti eteriche di flutti totalmente insensati, cercheremo di mantenere salda la direzione sovraceleste; contrastando altresì l’inesorabile attrazione di ulteriori e ora impensabili gravità.



**Attraverso l'esercizio fisico si educa la stessa facoltà immaginale.


Immaginazione non vuol dire facile vaghezza interiore o futile fantasticheria. Nell’introduzione alla Magia quale Scienza dell’Io, in uno studio a firma di Oso, il poeta Arturo Onofri fornisce la più attinente definizione dell’ Immaginazione alchemica: Immaginare, che è “imum ago” = imago = agisco, opero per “imum”, dunque, per profondità.

Immaginare vuol dire ricavare, estrarre in sé, dal di dentro mai troppo esplorato la visione interiore, ed operare tramite essa, ma la sola mente paradossalmente può essere di estremo ostacolo a questo principio di elevazione interiore.


Avviarsi ad un percorso di rettificazione ginnica può contribuire ad assolvere a quel medesimo principio individuato dal controverso Ciro Formisano, quando nelle sue considerazioni sull’ermetismo annotò che “Initio” ed “initiare”, sono nell’accezione ieratica anch’essi significanti del termine consacrare, introdurre nei misteri (Corpo, Cerimonia, Creare, sono parole che non a caso racchiudono la radicale “kr”, esprimente il principio della pura potenza numinosa).


“Initium” ed “Exitium”, rispettivamente la vita e il suo contrario ch’è la morte, hanno la seconda parte della parola che è identica: “Ito”, “Itio”, “It”, andare con frequenza, andare, muoversi, sono voci di moto; movimento diretto dove? Verso il compimento ultimo del percorso cui siamo chiamati in questa dimensione (sempre più opacizzata) e finalizzato al dissolvimento, a svanire, a ri-consegnarci all’ignoto, che, dobbiamo ritenere, vale per un inesprimibile cambiamento di sostanza.






mercoledì 20 giugno 2018

Della facoltà sensitiva e la primordiale ingenuitas (breve accenni sulla dimensione artigianale - gnosi e ginnica)



“ Un sano esercizio fisico, moderazione nel cibo, giusta sopportazione della fatica...ogni eccesso è nemico della natura”.

(Ippocrate)


“Lo stolto, ancor che udito abbia qual sia dell’assoluto la vera natura, la sua stoltezza mai non lascia, ed anche se riesce, sforzandosi, a parere esternamente libero d’errori, internamente egli è delle sensibili cose bramoso (inoltre, egli non può) la liberazione certo conseguire con quell’attività, la quale consiste nell’applicarsi a lo yoga: ma il felice, per mezzo della sola consapevolezza, libero è già di mutamenti e definitivamente svincolato”.

(Asht’avakragita o Il canto di Asht’avakra – frammenti estratti dal cap XVIII 36-76)

La prima sensitività consiste nella prefigurazione dell’archetipo celeste, da cui scaturisce la nostra più intima essenza riflessiva e che la vischiosa natura dell’ego tende inesorabilmente ad offuscare.

Potere personale e sensitività sono idee o aspirazioni completamente fuorvianti, il loro autentico significato riguarda una consapevolezza d’inapprezzabile valore esteriore e a niente altro occorrono se non a ridestare il ricordo di sé, per realizzare una limpida e risoluta devozione verso il Bene maggiore preesistente all’attuale contraffazione e, dunque, la Facoltà Sensitiva è la sola attitudine che può infondere fiducia alla propria sostanziale insignificanza terrena e il maggior senso alla quotidiana preparazione in vista dell’inevitabile dissolvenza.

Per una persona, riscoprire la propria facoltà sensitiva significa innanzitutto poter aderire intimamente a quanto la rilega (con estrema semplicità, ma affatto facilmente) ad un senso propriamente “felice” del divenire.

La ‘facoltà sensitiva’ non va riferita ad entusiasmiate affascinazioni occultistiche o alla pseudo chiaroveggenza tanto in voga presso le più disparate confessioni misticheggianti (forme devozionali involute) la cui abitudine è quella di sottomettere l’emotività al volere di ambigue entità sovrasensibili, nascoste sotto i molteplici fingimenti  dell’allegoria religiosa.

La contraffazione spirituale espone la persona all’influenza di bassi psichismi, i quali, in definitiva, in apparenze discordanti tra loro e a differenti livelli d’intensità, sarebbero i medesimi che agiscono ‘dietro’ i grovigli ipnotici dei videogiochi o attraverso le lusinghe diffuse dal composito condizionamento pop-ipnotico.

Sussiste in noi una memoria lungimirante, propriamente cardiaca, (valore del ri-cordo = accordo del cuore) gravemente anestetizzata dall’adozione del cosiddetto standard di confort  moderno.

Ascoltandoci con attenzione, ci accorgeremo che siamo agiti fin troppo da una midolla di desideri alquanto fatui, accesi più che altro da una fondamentale noia di noi stessi enfatizzata dall’aspettativa (fondamentalmente balorda) di un appagamento solo materiale, equivocato essere come la circostanza primaria dell’esistenza.

In questo la pratica ginnica autentica servirebbe come possibile e talvolta necessario sostegno del proprio cammino di rettificazione interiore, volto a correggere (educare) il demoniaco individuale, oggi eccezionalmente esaltato da tutti quei contenuti negativi implicati dalla cosiddetta innovazione, (la quale con sempre maggior evidenza sembra coincidere con ‘alienazione’) e che costringono l'individuo contemporaneo ad una scissione continua da ciò che potrebbe integrarlo consapevolmente nell’ambiente in cui vive.

L’esercizio fisico, debitamente temperato dalle smanie di una continua ‘performance’, considera il corpo come il perfetto “automa” del Libero Genio che transitoriamente lo occupa**.

Tale identità geniale non è da confondere con l’ego, il quale, di fatto, rappresenta il suo ancestrale nemico.

Nell’uomo convivono due identità costituite dall’ego volgare, “oscura ombra interiore”, che è sovrapposto all’autentica consapevolezza appartenente all'ingenita identita' preesistente.

Ciò è potuto accadere in quanto l’inconoscibile identità originaria, che potremmo dire essere antecedente all’apparizione dell’uomo adamitico, è propriamente ‘felice’ ed è tale in quanto ‘sovranamente libera’ e in virtù di tale inconcepibile circostanza elettiva è qualificata anche come totalmente ‘in-genua’.

Essa si presenta all’inganno demiurgico priva di difese apparenti, concedendosi alla manomissione del suo senso originario dov’è individuata l’origine sacrificale dell’essere, variamente narrata da innumerevoli cosmogonie. Le tenebre ingoiarono la luce – la luce assecondò l’inganno lasciandosi fagocitare, affinché l’avvenuta assimilazione (mediante un lento processo assimilativo, metaforicamente consumato nell’utero profondo dell’Eone) alla fine possa consentirgli di dipanare, dissolvendola dall’interno, la malevola e altrimenti irrimediabile oscurità.  

Nella primordiale “ingenuitas” è riposta l’incomparabile potenza della Luce preesistente, che nella dimensione attuale diviene anche occasionale pretesto di estrema fragilità, aggravata dagli inesplicabili motivi che ne determinarono la stessa necessità sacrificale, precipitando sempre più profondamente nel vortice della presente dimensione.

La ginnica nei suoi movimenti di base, essenzialmente costituiti da rotazioni e torsioni che idealmente stabilizzano la primordiale vorticosa inquietudine, rievoca per mezzo di movenze codificate il risveglio della particella di luce internata nelle tenebre per anticiparne, nel microcosmo costituito da ognuno, la vittoriosa riemersione dall’oblio.

Solo in questo significato l’esercizio fisico è legittimamente ricongiunto al senso dell’ascesi.
Immergendosi nel proprio tormento il praticante determina l’effettiva riscoperta di sé, scoprendo l’origine della propria essenza situata ben oltre l’ordinaria individuazione psichica.

L’esercizio fisico è una modalità di attenzione etico/igienica di supporto alla riflessione ierosofica, avviato mediante una specifica disciplina del movimento corporeo, dove, a secondo il grado di possibilità d’azione della persona, è progressivamente affinata la percezione intuitivo/elettiva di sé.

Il desiderio è quello di guidare convenientemente l’involucro mortale in prossimità dell’enigma profondo dell’essere, di cui ogni individuo avviato su un percorso di consapevolezza non esita a riconoscersi come custode e garante.

In tal senso la ginnica mira alla reintegrazione della persona con la sua memoria archetipale (la proverbiale potenza e autorevolezza del Mos Maiorumbenché in tale conoscenza abbiano comunque potuto agire determinate interferenze malevoli sovrasensibili che qui ora non interessa indagare – proprio a tale memoria archetipale faceva riferimento, al Costume (usanza della Gens) che è la nozione stessa della Veste di Purezza ancestrale trasposta nel dominio terreno attraverso il rivestimento del corpo fisico educato dalla sana abitudine – abitudine da habitus – Attitudine Ingenita – poiché nella visione tradizionale gli Antenati, poterono meglio di chiunque dopo loro, realizzare quella condizione puramente elettiva dell’azione coniugata al senso del retto agire – suas artes – una cognizione questa, trasposta alla stessa dimensione artigianale dei primordi, che concepì l’utensile come efficace supporto simbolico per verticalizzare l’essenza dell’io, dunque, la coscienza del divenire altrimenti miseramente circoscritta da un limite solo materiale ) quest’aspirazione, (la quale peraltro sarebbe l’unica a legittimare la nostra presenza a questa vita) nondimeno, si presenta come una circostanza straordinariamente contraddittoria alla stessa idea di ‘modernità’ e del cosiddetto ‘progresso’, le cui articolate dinamiche innovative perseguono la sola finalità (abilmente dissimulata) di procurare alla persona la più completa amnesia identitaria, la più fonda dimenticanza di sé.

Non è un caso che in quest’epoca si assiste alla scomparsa dei mestieri tradizionali, dove l’utensile è stato contraffatto dal congegno sofisticato che, nella dimensione industriale, stravolge completamente il significato dell’idea lavoro e della conseguente responsabilità.

Questo capovolgimento valoriale si è reso necessario affinché nelle moderne società di massa poté essere instaurata la condizione esistenziale più infima con l’impianto di nuove abitudini deleterie, determinanti nell’individuo la sua pressoché totale dipendenza dalla preconfezionata dimensione artificiale.

Nel mondo moderno è previsto che sulla persona debba definitivamente prevalere una nuova identità fittizia totalmente spersonalizzante, le cui esigenze sommamente effimere, centrate sulla sola identificazione dell’ego, assolvono ad una volontà di preordinazione puramente spettrale (pienamente conseguita dall’intelligenza artificiale) e questo affinché possa realizzarsi la degradazione definitiva dell’uomo.

Non è difficile intuire che l’uomo-massificato, (consumatore/cavia) sarà inevitabilmente assoggettato a forme di controllo sempre più invasive quanto subliminali.

Non a caso l’odierna pop-ipnosi esalta negli individui la condizione egoistico/edonista che va a completo detrimento dell’autentica ispirazione.

Per tale motivo la propaganda insiste fortemente sull’avanzamento di prestazioni atletiche sterilmente performanti, esaltando il conseguimento del ‘primato’ stabilito all’interno di un segmento temporale percepito solo meccanicamente (che appunto rimarca la dimensione spettrale della realtà).

La parodia ginnica è costituita da una concezione dell’allenamento solo materialista, finalizzato al cosiddetto ‘rassodamento muscolare’ che persegue un’avvilente idea di ‘giovanilismo’ ferocemente prolungato agli eccessi più parossistici; mai come oggi l’abominazione diviene gradita consuetudine e la fabbrica di osceni pupazzi carnali è a pieno regime.

E’ il triste smarrimento dell’essere, la permanenza in suo luogo di un povero guscio carnale la cui efficienza è solo apparente, accuratamente preordinata per subire una fenomenale stimolazione chimica e un massiccio irraggiamento elettromagnetico artificialmente indotto. 




** LA GIMNICA O FILOSOFIA DELLO SPORT - 1970                               


giovedì 14 giugno 2018

Letargia

L’esistenza spesso e' rivelata come una falsa evidenza impiantata su convinzioni erronee, dunque, come percezione distorta di sé.

La vita, come rammentava Gurdjieff, fondamentalmente è sonno: sonno verticale dell’essere; che è il sonno della coscienza aggiogata a una condizione ipnotica pressoché continua.
La consuetudine massificante, (in cui ordinariamente rientrano i parametri delle abitudini) oggi esaspera straordinariamente la condizione d’ipnosi permanente, lasciando all’individuo quanto mai disorientato non più che una sola parvenza di veglia.

Prevalentemente rimaniamo inerti, esteriormente possiamo sembrare operosi ma intimamente è come se oscillassimo tra il disinteresse e la nevrastenia.
Accorgersi dell’inganno ontologico, convincendosi della necessità di trovare una via di uscita da questa realtà estremamente sfuggente, che di fatto è una composita prigione emotiva, (attualmente sempre più manipolata dall’idea ossessiva di ‘innovazione’) per certi versi risulterebbe altrettanto ingannevole che non accorgersi affatto dell’esistenza del proprio vincolo occulto di fonda sottomissione passionale.

La nostra struttura energetico-animica è indicibilmente complessa e l’articolazione emotiva che ne determina l’accordo (accordo magnetico) con gli elementi fisici che la racchiudono, dovremmo ritenere con ogni certezza impiantata su di un remoto principio di contraffazione, la cui origine affonda in un dominio puramente ‘astrale’: l’ego; malevola estensione demiurgica. L’oscura e maldestra impronta ancestrale stratificata sulla cangiante membrana eterica dell’anima, il primigenio 'alito divino' ammorbante, insufflato sull’antichissimo impasto di fango e sangue dell’Adam, come pretesto della sua corruzione spirituale che da allora avvolge e soffoca la ninfa luminosa del sé.

Cosa sia l’io autentico non si può dire, sicuramente non è la sconsiderata e indefinita sovrapposizione di continue instabilità sentimentali, di paure commiste a vanità, di cupe fisime, se non quando di capricci così come di risentimenti mediocri e di basse pulsioni competitive che, sovrapposte a invidie e gelosie e sorde cupidigie reiterate a differenti livelli d’intensità intorbano l’animo per tutto il corso dell’esistenza.
Per questo si afferma, appunto, che si può essere esteriormente dinamici ma in realtà trovarsi in una condizione di fonda letargia coscienziale.





La preminente intuizione di Salvezza, sistemata attraverso le istituzioni dei Sacri Misteri antichi e rielaborata enigmaticamente nel cifrario simbolico dell’alchimia, informa di una differente qualità elettiva indicata essere come l’ancestrale dote dell’uomo, il cui conseguimento prevede l’estinzione di quest’ombra malevola (l’ego) che emerge continuamente all’abitudine avendo impiantato le radici in prossimità della parte vitale maggiormente segreta dell’uomo.

Estinguere l’ego non è una cosa scontata e tale decisione (che sarebbe quanto mai necessaria) significa risolversi a sostenere la condizione maggiormente dolorosa dell’essere, la sua prova d’elezione eccezionalmente tragica e che per essere superata, l’attuale direzione dei tempi non aiuta affatto. Tanto varrebbe il potersi orientare nel deserto trovandosi in mezzo a una tempesta di sabbia…ma così è.