mercoledì 26 aprile 2017

Hagakure: o l'essenza della disciplina


“La poesia delle antiche età feconde, ugualmente lo spirito stesso di un epoca è qualcosa a cui non possiamo tornare.

 Esso tende a dissolversi con l’approssimarsi della fine dei tempi.

 In effetti non può essere sempre primavera o estate e ugualmente il sole non può risplendere per l’intera durata del giorno; quindi, anche se desiderassimo ardentemente di riportare il mondo allo spirito degli antichi ciò non sarebbe possibile e l’errore di chi ha nostalgia del passato sta nel fatto che non afferra questo principio.

 Ma ugualmente, coloro che mostrano considerazione solo per la realtà attuale, ricavando eccitamento esclusivamente dalle novità offerte dal presente disprezzando la memoria degli antichi, costoro, dimostrano una comprensione delle cose molto superficiale”.

(Hagakure)




“Nietzche lo aveva sottolineato: quando l’uomo d’azione si mette a teorizzare su se stesso è segno che l’epoca della prosperità volge al tramonto. E’ incontestabile che ciò si addica ai samurai e all’opera di Tsunemoto. Le sue riflessioni sono il frutto della decadenza, non dell’esuberanza vitale. Lo stesso titolo del libro, che evoca un riparo o una copertura all’ombra delle foglie, rammenta la segregazione e l’isolamento, anziché il tumulto della lotta. E’ una intestazione buddhista, in sintonia con la condizione monacale dello scrittore”.*

Yamamoto Tsunetomo, (1659-1721) premette che il suo diario “Hagakure” è una raccolta di “conversazioni leggere nell’oscurità della notte”.

L’oscurità cui allude non riguarderebbe il solo segmento storico in cui visse, dov’è fortemente presagito l’imminente declino dell’era dei samurai, ma, l’evocazione notturna, sottenderebbe a quella stessa metafora crepuscolare congiunta al senso complessivo dell’attuale Ciclo, al suo carattere propriamente oscuro (Kali-yuga).

Una notte, dunque, che è la notte stessa del Cosmo.

E’ la simbolica notte dell’anima, in cui è onorata, pur attraverso la consapevole  consumazione irreversibile dei tempi, l’importanza della permanenza. Una permanenza transitoria che è vigilanza estrema dell’animo. La vigilanza su quanto ne salvaguarda l’integrità, (integrità ermetica) dunque, della stessa ispirazione.

L’Hagakure è un testo che appartiene pienamente  allo spirito del tempo presente, benché scritto nel diciottesimo secolo, esso fu redatto in un momento storico che possiamo individuare come quel margine epocale separante definitivamente l’età antica dall’avvio della condizione precipitosa che caratterizza lo svolgimento dei tempi moderni.
Il codice etico marziale svela la sua preziosa qualità intrinseca nel momento in cui diviene il mezzo per eccellenza della formazione interiore, e può esserlo unicamente attraverso la maturazione della sostanza poetica; che ne rende l’essenza salda e gentile, armonizzando il mutamento alle molteplici contraddizioni di cui è intrisa l’età presente.
Il senso della disciplina celebrato nell’Hagakure, non è inteso nell’avvilito senso moderno, dedotto da una profonda corruzione ideologica subordinante la persona ad azioni sostanzialmente estranee dai suoi significati propriamente umani.

La disciplina modernamente intesa costituisce un capovolgimento del suo senso originario, sostanzialmente asservita ad una visione solo economicista, è imposta in scuole, caserme, centri di rieducazione vari, luoghi di lavoro, dove attua una produttiva svalutazione livellante le nostre intime risorse maggiormente preziose e propriamente umane.

L’idea disciplina fu esemplare fino a un dato momento storico, dove prevalentemente si esplicava  attraverso il discepolato nelle arti liberali, ponendo in esaltazione le caratteristiche maggiormente sensibili ed espressive di cui una persona è dotata.

Sostanzialmente, qui in occidente, possiamo individuare l’evidente aberrazione dell’idea disciplina già nel mondo romano, quando dopo Mario la trasformazione dell'esercito avviò il lungo corso che avrebbe trasformato le istituzioni della repubblica in Principato, ma solo più tardi, agli albori dell’Umanesimo, nel XV sec. quando sono introdotte le prime armi da fuoco, che si compie il completo ribaltamento del significato della disciplina.
Celeberrima è l’invettiva di Ludovico Ariosto, contenuta nella parte finale del canto XI dell’Orlando furioso.
Egli non esita a definire l’archibugio uno strumento diabolico, fabbricato nel mondo infernale, poiché la sua comparsa metteva in secondo piano la cavalleria rispetto alla fanteria corazzata, sottraendo gloria ed onore al mestiere delle armi.

Benché crudele, la guerra cavalleresca era composta di comprovate ritualità, che contraddistinguevano gesti umani esemplari, di coraggio nell'ossequio del codice cortese e tutto ciò le armi da fuoco barbaramente estirparono dal cuore degli uomini; che iniziarono ad essere assemblati in indistinti grumi d’anonimi sparatori, quasi prefiguranti la sopravanzante automazione industriale, assemblati in quegli eserciti di massa che contraddistinguono la nascita stessa degli stati moderni.

Per questo odiernamente la disciplina è una parola che evoca un significato solo costrittivo, in cui la correzione comportamentale è sostanzialmente fasulla, applicata a castighi prevalentemente arbitrari, la cui finalità è unicamente quella di svilire, dissolvere, l’identità di quanti ne subiscono l’azione.

Fondamentalmente, l’idea di disciplina è stata subordinata all’impronta meccanicista imposta all’esistenza, realizzando con ciò il suo traviamento esemplare, dove l'individuo deve assoggettarsi ad un ripetitivo principio d’astrazione, che ne diminuisce il valore ad infima unità da statistica. 
Si devono adottare automatismi irrigiditi e intimamente spenti anche se esteriormente possono sembrare dinamici.

La disciplina non serve per “scattare sugli attenti”, effetto estensivo dell’avvilente condizionamento subito dai noti cani Pavloviani.
Essa, invece, sarebbe pura Dottrina Felice. Una modalità di formazione integrale esclusivamente iniziatica, il cui significato si concretizza mediante l’esercizio costante, che è il progressivo affinamento di una rilevante intransigenza rivolta in se stessi, nella sola volontà ispirata di rettificare i propri vizi e debolezze; in buona sostanza, di voler estirpare da sé il proprio ego inferiore.
La disciplina, dunque, così è intesa nell’Hagakure, vissuta nella sua accezione originaria. Una modalità atta a valorizzare la dimensione dell’animo e, pertanto, inscindibile dalla virtualità poetica; sublime quanto severa e che, come ogni germogliazione vitale, è considerata essere da tutte le Civiltà antiche come la prima ed unica circostanza etica della realtà universale.
Il nucleo vitale dell’Hagakure è fondato sulla valorizzazione della Compassione e della Poesia, poiché non può sussistere autentica disciplina senza ispirazione.

Solo l’ispirazione accende nell’uomo la facoltà dell’attenzione superiore, pena l’inesorabile detrimento delle migliori facoltà, pena la sua fonda disumanizzazione, che vale il dissolvimento dentro un nulla nichilista.

La disciplina è qualità solo alchemica, è Liturgia intimamente vissuta, immutabile nell’essenza ma molteplicemente diversificata nelle sue manifestazioni esteriori dallo spirito del tempo e del luogo in cui si svela.

L’autentica disciplina è rito beneaugurante il rinnovamento della quotidianità, quale azione autonoma di ri-avvicinamento dell’uomo alla primigenia norma di consonanza e incanto che avvince la vita al fascino universale.

Scegliere, come detta l’Hagakure, tra la vita e la morte quest’ultima in ogni caso, è un traslato che sta a significare il morire innanzitutto al proprio ego, morire quotidianamente a noi stessi, per potersi dare ininterrotte possibilità di miglioramento. L’atroce modalità del suicidio rituale (Harakiri) così come fu contemplata nel codice etico del Seppuku, non viene negata, ma la norma non fu esclusivamente quella, altrimenti lo stesso testo dell’Hagakure non avrebbe mai visto la luce.
Tsunemoto, samurai egli stesso, ammette di aver errato molte volte nel corso della vita e scelse la morte in se stesso, una morte metaforica, divenendo nell’ultimo periodo della sua vita monaco. Con ciò, ossequiò la norma guerriera che intende lo scontro più arduo da sostenere essere quello condotto interiormente dentro noi stessi. E’ da qui che ricaviamo il senso più autentico della Guerra interiore,  come nell’esempio fornitoci dall’Islam, con la definizione di Guerra Santa, o della Jihad propriamente detta, la quale, è noto, che al di la d’ogni distorsione e strumentalizzazione di cui ultimamente è stata oggetto, significa esclusivamente intraprendere un cammino d’intima rettificazione: apertura del cuore allo splendore sovrannaturale, instaurando un sovrano principio d’identità e virile fratellanza con ogni vivente.
Cammino interiore che si rivela essere pieno d’insidie quanto di difficili ostacoli, tanto da meritare appunto la definizione di Grande guerra intrapresa dall'uomo contro le sue ombre interne, contrapposta a quella piccola, che rispetto all’altra è meno significativa e rivolta invece contro i nemici esteriori.
Finalità dell’Arte (integralmente intesa e non come una svilita soluzione ornativa) è quella di acquisire un senso superiore della coscienza, elevata per mezzo dell’ispirazione, il poter conferire una sistematicità operativa al proprio agire quotidiano, che progressivamente, anche e soprattutto attraverso un’apparente insignificanza, innalza il significato della coscienza avvicinandola quanto più possibile allo stato di Grazia = Oro Potabile (proverbiale trasformazione del piombo in oro).
Il senso dell’arte, dunque, della disciplina, fu considerata una qualità puramente veggente, (dono delle Muse) ravvivato nel profondo di noi stessi dall’intima consapevolezza di una prescienza di luce avvertita essere posta oltre la dimensione fisica. Tale cognizione propriamente Numinosa è patrimonio di ogni tradizione.
In merito a ciò Plutarco, nella sua “Vita di Licurgo”, pone evidenza sul fatto che Sparta, all’acme della sua espressione guerriera, considerasse essere proprio l’ispirazione e niente altro il bene fra tutti maggiormente prezioso e, difatti, il loro capitano prima della battaglia intonava il Peana dedicandolo non al dio della guerra, ma, bensì, alle divine Muse ispiratrici e solo a loro. Poiché senza l’immersione della persona nella corrente vitale dell’ispirazione, che potremmo dire essere la traduzione interiore della qualità veggente insita negli elementi naturali e negli stessi elementi costituenti il nostro corpo, - il cui impulso rilega l’esistenza al suo principio trascendente, dove trova l’unico fondamento valido - quando viene a mancarne il senso la sopravvivenza fisica, la vigoria stessa del corpo, la malattia come la guarigione, smarriscono di autentico significato.
Gli spartani inneggiavano alle Muse perché le Muse preludiano a stati di coscienza aumentati, (veggenza della poesia) la parola Musa scaturisce dal verbo myèin, che significa “iniziare ai misteri”, avviare al segreto delle cose, ovvero, alla poesia universale riflessa nella tragica rivelazione della morte, la quale è passaggio, preludio, dell’ulteriore fioritura dell’essere ampliato nella dimensione eterna.

Qualsiasi cultura guerriera antica possedette un carattere propriamente ed esclusivamente iniziatico.

Solo l’uomo moderno ha pervertito il senso esistenziale, avvalendosi di sempre più complicati e degeneri meccanismi artificiali con cui mortificare se stesso e l’ambiente, perdendo di vista il fine ultimo del proprio passaggio terreno nell’urgenza perversa di plastificare assieme la vita la morte stessa.







*(nota) da: “un samurai buddhista e la sua fortuna” di Leonardo Vittorio Arena come introduzione all’Hagakure ed. BUR minima, anno 2003

giovedì 20 aprile 2017

l'essenza dei fiori




“Chi non intuisce (la bellezza di) un fiore in ogni forma è un barbaro.

Chi non possiede un animo delicato come un fiore è una belva”

(Matsuo Basho)





“La terra lagrimosa diede segreto rifugio al picciol seme,
nel cui primo germoglio il vento balenò luce vermiglia,
e cari e lucidi lapilli gemmarono nell’animo
il sovralume dell’angelica intuizione,
riflessa in chiare acque
mormoranti la remota liturgia del ritorno,
scendendo giù di pietra in pietra
giunsero a dissetare il viandante stanco”.
(anonimo)



In mezzo a tanta contaminazione ed estrema deriva dei tempi, ora germoglierebbero in noi anche i possibili, insospettati, albori di una “nuova preistoria”, (preistoria interiore) che vale  l’individuazione del segreto stupore o, ugualmente, della remota apertura della coscienza al “prodigio minimo”; scaturito dalla rinnovata meraviglia per le evidenze naturali. Una circostanza questa, prevalentemente inverosimile per l’attenzione nevrotizzata dell’uomo post-moderno.

E’ il rimanente stupore per ciò che ordinariamente  non sembra più evocare la spontanea relazione liturgica con la realtà, la quale, in definitiva, è la sola circostanza per cui l’uomo può dignificare la sua partecipazione alla vita.

Il Fuoco evangelico (Luca 12,49-53) è il medesimo Fuoco Filosofico di alchemica memoria, ed è unicamente ravvivato dai soffi distesi d’ingenui quanto profondi stupori.


La Meraviglia è il mantice che alimenta il calore ermetico di una ricerca destinata a procedere oltre una mera individuazione solo psicologica e, dunque, destinata a sopravanzare infinitamente se stessa.

Per estensione dei significati multipli connessi alla dimensione simbolica, la Meraviglia è anche la stessa “rugiada celeste” o Grazia, per la quale l’attenzione amplia i suoi significati e la forza si fa propriamente eroica (casto eros).


E’ la medesima intelligenza sovra-cosmica che opera in noi e negli elementi naturali circostanti, benché loro siano animati ad un differente grado di manifestazione. E’ la sovra-coscienza che infonde nell’animo il senso di un abbandono profondo, temperato di una serena fiducia per le recondite potenze naturali; per lo splendore del sole sovrastante un cielo limpido in cui spirano dolci venti primaverili.

La luce del sole è pura emanazione sensibile intessuta di una remotissima qualità propriamente veggente e, anche se chimicamente offuscato, egli comunica in ogni caso alla nostra interiorità il senso profondo di un addestramento costante, (esercizio/ascesi) sostanzialmente puro benché estremamente residuale e fiaccato della sua primitiva tensione estatica.

L’addestramento è inteso come reminiscenza stessa di una rinnovata ierosofia, stabilizzata ai margini opalini e barcollanti del nostro tempo spiritualmente rarefatto.


Nel Giappone antico, durante l’era Fujiwara (VIII-XII sec. E.v.)  un’estrema importanza aveva il culto per i fiori e della natura in tutti i suoi aspetti.

L’importanza magica data al succedersi delle stagioni sembrò davvero trascendere gli accadimenti legati alle vicende politiche e umane. L’imperatore raggiungeva l'apice del proprio significato col presenziare alla ricorrenza stagionale della fioritura dei susini, alla quale tutto il seguito della corte, sospendendo ogni altra incombenza si recava in sentito pellegrinaggio, accampandosi con centinaia di tende ai margini dei boschetti fioriti per attenersi ad una settimana di pura contemplazione; realizzando con ciò l’incubazione poetica*.   

Nulla, in effetti, sembrerebbe presentarsi più severo e soave dei fiori.

Ogni fiore è emblema di una resistenza puramente eroica e anche nostalgica metafora di circostanze perdute, connesse agli ineffabili richiami che la vita misteriosamente rivolge a se stessa, in se stessa.

E’ il sentimento nostalgico della bellezza e stato di Grazia perduta, connaturata ai più profondi interrogativi dell’animo.

Ogni fioritura rivela l’indefinibile significato della forza, della sua emanazione evocativa maggiormente pura, (olfattiva e cromatica) a cui ogni coscienza sensibile prima o poi avverte la necessità d’ispirarsi per rinsaldare e rinnovare la propria identità sfuggente.


La schiusa policroma dei germogli è simbolo della forza gentile, della virtù autenticamente marziale, (armoniosa fermezza) esprimendo il valore universale della pura tensione estatica attinente alla stessa determinazione primordiale, che in noi moderni è appena percepibile mentre nei fiori costituisce una felice tensione costante, benché transitoria.

Nei fiori agisce il principio di una inesplicabile trasmutazione ardente, in cui confluiscono, solidificandosi, radianze siderali frazionate nelle infinite policromie naturali di una realtà che solo in apparenza si dimostra vorace e sorda, ripiegata finitamente in se stessa**.

Tutto il corollario prismatico delle fioriture, in ultimo, converge all’attenzione del cuore, dove può schiudersi l’immateriale seme idilliaco, l’interiore fioritura poetica (senso autenticamente profetico del divenire).

La poesia è la fioritura interna alle fioriture stesse e germoglia sulle vette interiori dell’uomo, dove si elevano i significati di un divenire altrimenti piattamente ossidato nelle intermittenze monotone di un tempo effimero, ora più che mai sclerotizzato in artefatte scansioni ripetitive, stabilite  nei ritmi incoerenti della produzione industriale e, per questo, predisposte ad essere profondamente spente in se stesse, inesorabilmente contaminanti.






*(nota)

La civiltà dei Fujiwara costituisce un eccezione storica unica. Antecedente a quel Giappone guerriero di No, dei Daimio e dei Samurai che la travolsero all’acme della sua espressione, costituiva un esempio di governo realmente illuminato, dove il benessere sociale raggiungeva tutti i ceti della popolazione e le donne avevano una posizione insuperata di privilegio, vantando diritti uguali a quegli degli uomini per quanto riguarda l’educazione e la proprietà.

La poesia, riflessa in ogni aspetto della quotidianità, era ritenuta il primo motivo giustificante l’esistenza dell’Impero.

L’incubazione poetica muoveva le dame di corte, fragili e risolute, ad affrontare incuranti del freddo i rigori delle crudi notti d’inverno, che trascorrevano all’aperto per poter meglio contemplare i riflessi della luna sui rami spogli ricoperti dalla brina.  

Le innumerevoli poesie tracciate quotidianamente a Palazzo su fogliolini sparsi, quasi eguagliavano il numero delle foglie cadute dagli alberi. Composizioni liriche che evitavano accuratamente la monotonia della rima, brevi folgorazioni intuitive attraverso le quali l’esistenza era rinsaldata al suo maggior significato.

Gli argini lirici che edificarono, per qualche secolo riuscirono a convogliare felicemente il flusso del divenire, ma in ultimo non poterono impedire all’inevitabile tracimazione dei tempi di travolgere ogni cosa, estinguendone quasi completamente la memoria.


Il nascente Shogunato travolse la mite e preziosa civiltà Fujiwara, (Heian) disperdendola come uno sciame di farfalle è disperso dalla furia dell’uragano. I semi poetici lasciati produssero ulteriori fioriture nei secoli seguenti, trovando terreno fertile nell’etica adottata dai Samurai maggiormente sensibili, da coloro che autenticamente seppero rendersi espressione vivente della Via, (Bushido) interiorizzandone la luminosa ricchezza esistenziale, pur agendo all’interno di una realtà prevalentemente votata all’oscurità e dominata dallo spirito della guerra.

Si potrebbe affermare che la parabola storica di tale spirito è idealmente chiusa da Yukio Mishima.






**(nota)

La luce è qualità vitale puramente estatica. La qualità estatica (da non confondere con un ordinario deliquio dei sensi) è il residuo della Sovra-coscienza splendente e preesistente ai domini dell’attuale manifestazione.
L’estasi è avviata nella sinergia instaurata dalla nostra coscienza con un principio ineffabile, i cui impulsi sussistono remotamente in noi e che qui, per praticità, è definito come la preesistente e sovrastante Coscienza puramente Geniale.
Essa preesiste all’universo, il quale, semplificando, sarebbe stato preordinato con l’intento di tenerla fuori, ma il Demiurgo non poté arginare la potenza emanativa di tale splendente Sovra-Coscienza, che continuamente filtra attraverso la trama dell’inganno archetipale instaurando segrete relazioni coi motivi reconditi del nostro superiore istinto di Salvezza.
Istinto superiore peraltro occluso dall’attuale impronta nichilista dei tempi e rallentato dalla stessa identità dell’ego, che sostanzia la permanenza dell’animo nell’equivoco primordiale.
La Sovra-Coscienza, nell’attuale dimensione, agisce come perfetta intuizione, che anticipa il possibile nostro scioglimento spirituale dall’inganno ontologico stabilito dal Demiurgo e dagli Arconti.
Tale essenza, puramente ingenua-geniale, è anche definita come “coscienza cristica”, intesa come predicato interiore ad ogni uomo ma che non da chiunque può essere esperita.
Il torto delle cosiddette “religioni organizzate ufficiali” è l’aver progressivamente destituito l’uomo della sua responsabilità spirituale, relegandone la salvezza ontologica al giudizio arbitrario di obliqui ed elusivi potentati celesti.
Ritenere che Cristo/Dio sia un entità altra da noi a cui rivolgere continui preci affinché Egli, mosso a compassione dalla nostra avvilente condizione servile, si decida ad accogliere le nostre miserevoli istanze, ci confina nei bassifondi mistici dell’equivoco voluto dalle malevoli Entità.
Tale preordinazione devozionale, dovremmo ritenere, rientra pienamente nel quadro predisposto dal Grande Inganno Cosmico, di cui è cornice ogni religione che prevede la subordinazione dell’uomo a qualsivoglia divinità.
In quest’ottica si comprende del perché la luce fisica stessa, oltre a veicolare piccolissima parte dell’ancestrale quintessenza aurifera, divenendo il simbolo di stati maggiormente puri dell’essere, al contempo, proprio per l’insieme offerto dal suo spettro di frequenze, costituisce anche il primo supporto di cui si avvalgono le forze oscure che orchestrarono l’Inganno remoto, i cui effetti deleteri dimostrerebbero di culminare nel tempo attuale.
Per tale motivo nel pensiero tradizionale la pratica dell’estasi non fu mai disgiunta dall’esercizio delle Sacre Discipline, in quanto uno stato di coscienza alterato che impedisce allo spirito di esercitare la propria sovranità si rivela sempre come estremamente pericoloso per l’integrità dell’essere. 
Con ciò non si tratta di perseguire una fasulla auto-divinazione, quanto invece, tale considerazione implica la necessità di accogliere una comprensione il più possibile estensiva dell’inestimabile predicato interiore di cui siamo custodi.
Custodi evidentemente distratti, gravemente in ritardo  sull’emergenza dei tempi, di cui è emblema augurale l’idealità stessa del Cristo: una sovranità immateriale a noi talmente intima da esserci pressoché sconosciuta e che, in un certo senso, pur appartenendoci non ci riguarda affatto, essendo completamente estranea al ristrettissimo ambito di comprensione di cui l’ego è fornito.  



mercoledì 12 aprile 2017

Fortezza


La responsabilità è un esercizio, che al pari dell’addestramento fisico richiede una pratica assidua e dove il culto è costituito dall'estremo riguardo (ritrovata Liturgia privata) della Fortezza.

Fortezza, che s’intende come potenza mistica insita nella persona, una potenza che va spogliata di ogni ornamento concettuale superfluo o di svianti aspettative psichiche, e, dunque, che prevede il recupero attivo della saldezza interiore, la quale per essere autentica non deve subire l’imbrigliamento dell’ego, che immancabilmente la dirotta nelle più disparate aspettative di successo distorcendone irrimediabilmente il legittimo significato.

Per evitare ogni sviamento di senso, il riferimento centrale dell’uomo attraversante i cosiddetti tempi ultimi, consiste nell’idea di una vittoria recondita separata dall’ordinaria affermazione di trionfo che infervora l’identità psichica, la quale, a tutti gli effetti, è da considerare come la fucina dell’ego.

La Fortezza è tale in quanto dimostra il “ vinculum” imposto dall’animo sull’ego. La Fortezza amplia ed eleva dalle intime tensioni della persona il significato di Resistenza, che è sopportazione spirituale dell’attuale pressione oscura dei tempi  (Kali-yuga) ed è consolidata in consecutive “piccole” azioni di luminosa disciplina quotidiana, piuttosto in ciò che determina “scalpore”.

Qui risiederebbe l’idea stessa di “potere sciamanico”, tutt’altro che un fervore psichico esteso agli elementi naturali o volto a manipolare l’interiorità del prossimo. L’acquisizione del cosiddetto Potere, nella persona consisterebbe unicamente nella facoltà di mantenere elevato il senso della sua presenza a questa vita, tramite l’accrescimento della propria consapevolezza profonda e che è risolta anche attraverso una compiuta insignificanza esteriore.

Essere pienamente consapevoli della propria inconsistenza, del sostanziale inganno ancestrale che ci pone in un continuo equivoco interiore, ma non per questo smarrire la gioia profonda per ciò che si sta comunque sperimentando. In un certo senso, questo equivarrebbe col rendersi nel medesimo tempo compatti e rarefatti.

In tempi estremamente contaminati e che, per ancora non breve periodo, sono destinati ad esserlo sempre di più, l’esiguità delle risorse che sono proprie ad una persona imporrebbero la loro ottimizzazione estrema.
A tutti gli effetti quest’idea di “progresso” si rivela essere una sorta d’imbroglio colossale, i cui significati ultimi dimostrano di risolversi nello “scarto di produzione”, di concezione assolutamente moderna, quasi una consacrazione negativa del prodotto seriale, inteso quale elaborato artefatto di sintesi sostanzialmente infeconde che soffocano la vita, imprimendo sulla realtà una profonda impronta nichilista.

La virtù naturale educata nell’esercizio della Fortezza offre gli unici motivi utili a contrastare l’attrazione nichilista che tutto sgretola dileguando l’identità dell’uomo nel nulla.

La fortezza interiore è la preziosa qualità residuale dell’originaria potenza sciamanica, (Orfeo) ormai irrecuperabile nell’attuale piano dimensionale, e innanzitutto presuppone l’accettazione della vulnerabilità, l’ammissione della propria sostanziale impotenza, implicando il saper convivere con tale estrema fragilità; perché essere vigorosi significa saper accettare una grave ferita, che è soprattutto una ferita ontologica e, pertanto, l’estrema e più profonda ferita per l’uomo moderno sarebbe la morte stessa; i cui rivelati vengono completamente rimossi dalla società attuale o anche massimamente distorti.

Così, ogni interiore fortezza sta sempre in vista della morte, si erge idealmente sul suo limes; costituendo il presidio (ascesi=esercizio) a tutela della propria identità sfuggente.










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giovedì 6 aprile 2017

connessioni virtuali

Il significato del termine erudizione vale accorgimento, e consiste nel rendersi consapevolmente accorti delle molteplici concatenazioni sensibili che regolano la nostra interazione con il cosmo (interazione, peraltro, sempre più artificialmente limitata).
Il fine autentico dell’erudizione, dunque, è assai distante dalle accademiche dimostrazioni di secchi nozionismi o nel palesare dati di fatto privi di anima; nell’era dell’informazione, di fatto, è dissolto l’autentico significato dell’apprendimento, che vale il conoscersi (Conoscenza).
La formazione integrale della persona, consiste nel portare alla luce della propria coscienza i frammenti intuitivi della verità originaria, della bellezza residuale dispersa nel mondo e sterminata dall’avanzamento del “progresso”, dalle sue pretese assolutistiche di dominio e razionalismo. 
Accorgimento significa il rendersi consapevoli della propria responsabilità, apparentemente insignificante ma che interiormente riguarda l’esito di una considerevole intensificazione della propria saldezza spirituale, di ciò che difende il senso dell’essere.
Una virtù congenita alle coscienze, che nonostante tutto godono ancora di un buono stato di salute, da cui ricavano continui motivi utili a contrastare gli istinti nichilisti che vorrebbero dissolvere tutto e precipitare l’uomo nel nulla indistinto. E’ anche da dire che il senso di tale disperata “precipitazione”, è egregiamente assolto dalla nuova disposizione della realtà digitalmente “strutturata”.

Le persone di queste immagini, con ogni evidenza sedotte da stupori ottenebranti, palesano, attraverso una non-comunicazione corporea, gli effetti ultimi di un remoto allontanamento dell’uomo da se stesso, culminato appunto in questa sorta di contro-estasi virtuale, che è l’evidenza di un nuovo asservimento, nonché, della condizione estremamente infelice e completamente degradata della stima, del decoro, che sarebbero invece propri alla dimensione umana autenticamente centrata in sé.
Ciò che oggi sembra essersi irrimediabilmente contaminata è la natura più vera e profonda della fortezza interiore, peraltro, già da secoli pesantemente compromessa e il cui basamento è fornito dall’erudizione; appunto, accorgimento, capacità d’intima vigilanza (sua percezione profonda). 
Non esiste presidio a tutela dell’identità spirituale della persona al di fuori della volontà che può esercitare la persona stessa in se stessa. Occludere i varchi interiori alla nostra profondità, dissolverne la “prospettiva metafisica” è la sola e autentica finalità predisposta dall’azione di connessione virtuale; (già prefigurata, esemplarmente anticipata, dalla pseudo-cultura pop) la quale, agendo sull’allettamento di un’emancipazione solamente apparente, di fatto, disperde il senso profondo della vigilanza interiore.
Dietro a tutte queste distrazioni e imbrigliamenti decretati come necessità ci sono dei varchi. La realtà (spazio-tempo) esiste come identità simbolica, non potrebbe altrimenti e come tale costituisce plurime possibilità di accesso a molteplici varchi.
Solo l’uomo post-moderno, completamente abbindolato dal concetto di “innovazione”, dimostra di consegnarsi ciecamente ai desiderata dei suoi manipolatori occulti; eppure, cosa si cela dietro a determinati varchi dovrebbe essere cosa nota.  


martedì 4 aprile 2017

Cultura

Esistenza, esistere, che è lo star saldo, stabile, e che è anche orientamento dell’abitudine ( da “abitus”) volta all’attuazione (disvelamento) sensibile dell’identità umana, votata, nonostante tutto, all’effettivo compimento di ciò che di più umano vive nell’uomo, quale principale caratteristica della sua esistenza; sublimata in ciò che in ultima realtà è stimabile come sovraumano.

Fuori di tale parametro non c’è autentico esistere, ma solo una triste sopravvivenza larvale, oggi esemplificata dalla riduzione dell’uomo ad appendice carnosa di un sistema digitalizzato, dove il virtuale (realtà virtuale) si rivela essere la cifra della sua inesorabile dissolvenza identitaria. Una schiavitù instaurata dentro la schiavitù stessa contraddistingue la condizione del nuovo uomo bio-ingegnerizzato.
L’emancipazione dell’esistenza non procede dai parametri artefatti del cosiddetto confort, e non s’avvia nemmeno da categorie di pensiero astratte. L’idealità è una particolarità non visibile dell'esistenza, ma in realtà è tutt’altro che essere astratta. Le fondamenta sono sempre invisibili.
La conquista dell’equilibrio dei sensi ha significato compiuto se sostenuta sensibilmente dall’impalcatura immateriale della Cultura, intimamente vissuta nella sua piena accezione originaria, come graduale edificazione del corpo e della psiche.
L’idea di Cultura si rivela essere antitetica alla moderna nozione di “progresso”, il quale, a tutti gli effetti, ne costituisce l’esemplare negazione, mettendo in triste caricatura l’insieme dell’originario patrimonio sapienziale, (nucleo poetico-ispirativo) il quale, di fatto, è l’unico motivo di equilibrio per l’uomo. Le presunte “crescita” e “produttività” concepite nei loro stolidi parametri moderni, di fatto, sovvertono l’autentico ordine.
Il progresso e' uno pseudo ordinamento, sostanzialmente arido e caotico, dov’è fortemente caldeggiata l’instaurazione di un sapere istituzionale blandamente nozionistico e completamente distorcente l’idea stessa di cultura, la quale, in definitiva, deve appositamente rendersi inattuale e completamente disattenta all’insieme di tutte le molteplici successioni snaturate (ovvero sataniche) che ora si affrettano per ultimare il cosiddetto “rinnovamento dei tempi”.


Cultura è arare il culto. Culto intimo e restituito alla pienezza del nostro solenne mistero, con cui potremmo ancora veridicamente instaurare una relazione viva e non mediata da supremazie posticce.
La cultura, in realtà, e' incompatibile con l'idea del dogma, così come e' incompatibile con il “progresso” modernamente inteso, poiché l’essenza che la anima è intima alla consapevole e remota lotta della coscienza contro ogni forma di appiattimento generalizzato. In questa necessaria restituzione del suo senso originario, oggi più che mai, la cultura consiste in una forma di distacco (sebbene spesso ideale) da quanto intende omologare l’identità profonda dell’uomo al dominio di ciò che agisce per massificarlo (dallo svago fino al misticismo programmato) di quanto insomma è disposto come preconfezionato e, a tutti gli equivalenti, sostanzialmente parodistici, che contraddistinguono l’avanzata di un progresso che puo' essere ben definito, avvalendosi dell’efficace espressione coniata da Guenon, come una compiuta “evoluzione regressiva” e riferibile alla più profonda morte spirituale.



martedì 28 marzo 2017

del Golgota





Echeggia in noi un antichissimo presentimento, che si può dire essere la remota attitudine preveggente e annebbiata nell’incomprensione di una prova interiore troppo fonda e profondamente rinchiusa nei misteri della perduta innocenza.

In un certo senso, esistiamo come perfetti estranei a noi stessi, pervasi di un’inquietudine (propriamente cosmica) che avviò nell’esistenza abbracciata ai ritmi del divenire il senso di una grande danza, espansiva e terribile, ritualizzata presso ogni popolo nelle forme di liturgie estatiche che è vano qui il voler comparare.

Un’inquietudine che è l'imprescindibile alimento dell’amara e sublime radice poetica, determinante nell’uomo la sua preziosa nascita emblematica.
Solo l’ispirazione chiarifica e dignifica l’esistenza. 
E’ la tragedia (la tragedia dilata i suoi significati ad una misura cosmica) dell’identità smarrita, che anela di ottenere i motivi della rigenerazione splendente. Una trasfigurazione ribadita nei punti in cui un Età confluisce nell’altra, dove i suoi significati si elevano per rischiarare le sorti dell’uomo.

Per tale motivo nei Vangeli il luogo paradigmatico del martirio s’individua su di un’altura, chiamata il monte del Calvario: dalla latina “calvaria”, che significa “luogo del cranio”.  I rispettivi termini in aramaico ed in ebraico significano ambedue “cranio” o “teschio” e dunque, monte del Golgota, riconoscendo in tale singolarità la conferma che questo è un luogo di effettiva forza liturgica e soprannaturale.



Ciò sembrerebbe evocare il cerimoniale connesso all’importante culto preistorico dei crani, professato già dai Neandertaliani, che posizionavano ad oriente le loro sepolture, indicazione certa di un orientamento solare, quanto extra-cosmico; del passaggio ideale attraverso il sole, le cui reminiscenze si ampliano fin nei motivi stessi da cui prende nome uno dei fatidici colli di Roma: il Campidoglio. Il cui nome deriverebbe appunto dalla caput, la testa rinvenuta dai Tarquini alla fondazione del tempio di Giove.
Un ritrovamento augurale e interpretato come il segno certo della futura potenza dell’Urbe, (potenza numinosa) da cui, peraltro, pur tenendo conto delle insanabili contraddizioni che ne distinsero l’ascesa, prende origine l’idea stessa di Humanitas, (umanità) universale valore etico nato in Roma e prima di allora sconosciuto.
La cupola del cranio è la volta stessa del Cosmo, il teschio catalizza le energie cosmiche essendo tetto, cupola, del cosmo interiore. Ogni tumulo e cupola emblematizzano tale connessione all’anatomia manifesta quanto occulta dell’uomo, sovente sublimato in triplice accrescimento della sua potenzialità ideativa e per tal motivo, nell’architettura islamica, la sommità del minareto o di una qubbah talvolta è costituita da tre globi sovrapposti sormontati da una mezzaluna. La sovrapposizione dei tre globi figura i tre mondi o metaforici attraversamenti attraverso i quali la nostra interiorità compie l'uscita dal Cosmo, conseguendo la sua piena libertà.

Inoltre, un significativo parallelo si riscontra nell’induismo dove la terza cupola dell’uomo, in cui s’individua la sede della sfera intuitiva, è fisicamente  riconosciuta nella volta cranica.

Curioso notare come la planimetria del monte del Golgota ugualmente sia costituita di tre formazioni rotondeggianti.


Sul Golgota, dunque, non a caso una certa tradizione individua la sepoltura del teschio appartenuto al primo uomo: Adamo. Secondo la leggenda, l'albero da cui sarebbe stato tratto il legno servito alla crocifissione del Cristo sarebbe nato da un seme, posto nella bocca di Adamo dopo la sua morte, (ciò rafforzerebbe il valore della nostra emblematica germogliazione interiore) e, secondo la versione tramandata da Iacopo da Varagine (Varazze) nella sua "Leggenda aurea", redatta nella seconda metà del XIII sec*, tale seme coinciderebbe con lo stesso albero della vita.


Il corpo è scrigno allegorico del nucleo mitico, l’uomo è il luogo sensibile, il simbolo mutevole e cangiante dov’è coagulata la preesistente radianza di ciò che è qualificato come “principio ineffabile” e che specifica la sua essenza segretamente geniale, occasionalmente distorta, controllata, da nascoste forze penetranti e contrarie alla nostra piena ideazione (1).


*Quando Adamo sente la morte avvicinarsi, manda suo figlio Seth nel paradiso terrestre per sua consolazione. Dall’Albero della Vita Seth riceve tre ramoscelli. Tornato a casa pianta i ramoscelli sulla tomba del padre nel frattempo deceduto. I ramoscelli crescono in un albero meraviglioso che resiste alla prova del tempo fino a Salomone. Questi lo fa tagliare in vista della costruzione del Tempio; ma (importante precisazione questa) il legno cambia continuamente di dimensioni, come se rifiutasse di adattarsi al Tempio. Messo da parte, va a finire giusto nel ponte sul fiume Kedron, dove ha luogo l’incontro fra Salomone e la regina di Saba. La regina predice che quel legno è destinato a sorreggere un giorno il Messia, il quale sarà giustiziato dai Giudei. Pieno di diffidenza, Salomone fa gettare il legno in un pozzo, la successiva Piscina Probatica. Al tempo della Passione di Cristo, comunque, questo legno si fa trovare galleggiante, e i Giudei ne ricavano una croce. Di qui in avanti segue il racconto del ritrovamento della Vera Croce.

(1)

A tal proposito si potrebbe rilevare l’intenzionale capovolgimento dei significati rituali connessi al cranio e alle sue eminenti valenze simboliche, attraverso una lettura maggiormente attenta dell’omicidio Kennedy, la cui sparizione del cervello al momento della sepoltura, peraltro, rimanderebbe alla pratica stessa del cannibalismo rituale in uso presso diverse culture primitive.     Una modalità di assimilazione del principio immateriale, evidentemente già incompreso in tempi estremamente remoti.

Del pari tutta la memoria dei sacrifici cruenti offerti ai cosiddetti dèi, in quanto non tutto ciò che implica l’agire rituale tramandato dalla Tradizione è idoneo per elevare il nostro significato, anzi.

Il nucleo ispirativo conservato dalla Tradizione evidentemente è stato remotamente avviluppato ad un preponderante principio di contraffazione che ne ha oscurato i pregi originari e non può essere un caso che nell’Età attuale tutto l’ordinamento cultuale tradizionale è definitivamente dissolto e tristemente parodiato.

Il nostro mandato di post-moderni è quello di ri-edificare, peraltro assai imperfettamente e prevalentemente soli, la primigenia idea etica dispersa nel clamore dei tempi nuovi. Altri percorsi del resto non ci sono, se non quello ascendente e puramente mistico riguardante il principio etico primordiale – pre-egoico – i cui splendenti frammenti intuitivi sono stati molteplicemente diffusi e dispersi, ma ancora rintracciabili in particolar modo, nei testi residuali della liturgia Orfica, negli scritti Gnostici, nelle restanti schegge sapienziali di Eraclito, in Parmenide, in Platone, nei Diari di Marco Aurelio, nell’epistolario di Seneca, così come nelle storie del Cristo, nonché nella mistica occidentale cristiana dei Padri Cappadoci e della stessa scuola reniana, cui appartenne il robusto Mastro Eckhart, e nella sublime mistica medievale islamica, così come dell’antico Giappone e in molto altro ancora.


Tali testimonianze di accadimenti, come l’immagine qui sopra riportata e attribuita al presunto Adamo Cadmoni, (il nome fittizio già rivela una preordinazione parodistica) reali o meno che siano, alla fine non importerebbe nemmeno troppo, poiché in ogni caso sono comunque ascrivibili all’azione deleteria di un’attività pienamente controproducente, o anche definibile più opportunamente come contro-iniziatica, il cui intento è solo quello di conferire una caratteristica del tutto spettrale ad emblemi che di fatto originariamente non lo sono, ma che una crescente contraffazione rende sempre più evanescenti ed ingannevoli.