giovedì 27 luglio 2017

essenza ed esistenza


  
“La consapevolezza non è spenta, innocente identità, ma viva, responsabile relazione.
L'essere consapevole si chiarisce come quella condizione di stupore che, contemporaneamente, è:
sia il sentirsi non coincidente con l'accadere delle operazioni funzionali del presente
sia l'avere la responsabilità per la formazione scelta del futuro”
(Bruno Romano, Filosofia del diritto e questione dello spirito)
Trattando dell’uomo, a quale dei due principi dobbiamo riconoscere la preminenza, all’essenza o all’esistenza?
Sradicato dalla propria identità profonda, l’uomo contemporaneo è un esiliato da se stesso, mera immagine cablata ad un’interdipendenza quanto mai sviante: la realtà virtuale, la quale, al di la di convenzionali apparenze, realizza unicamente il suo compiuto disadattamento.
La cosiddetta “esistenza” o sopravvivenza ordinaria, è messa al primo posto nella moderna società materialista, poiché sul concetto di esistenza, peraltro, pesantemente contraffatto nella dimensione industriale, si fondano i motivi preminenti della propaganda demagogica che alimenta la giustificazione dell’asservimento delle persone; costrette all’adozione di consuetudini, (assuefazioni) completamente antitetiche all’idea della loro reale maturità.
Scienza e tecnologia esteriormente si dichiarano al servizio dell’uomo, ma, in realtà, guardano altrove, occupandosi per attuare l’esatto contrario degli intenti dichiarati.
Questo perché le realizzazioni dei sofisticati vincoli che le accrescono, proprio in vista della necessità inderogabile di porre una definita programmazione sulle cause e gli effetti, e, pertanto, di obbligare l’insieme delle dinamiche a un preordinamento sequenziale ordinario, (completa artificialità) impostano una pianificazione routinaria che determina nella vita, cosi' obbligata da controlli invasivi, una completa mortificazione della sensibilità.
Secondo il pensiero tradizionale, la sensibilità, che possa essere vegetale, animale, se non quando addirittura minerale, tutt’altro che una mera circostanza biologica, è sempre partecipe di un fine superiore. Sensibilità è innanzitutto una circostanza simbolica.
Ciò che è programmato, è pregiudicato inesorabilmente nei suoi sviluppi futuri. E’ mortificato, invalidato, della sua ineludibile sostanza, appunto, rinnegato della sua essenza, che, non s’insisterà mai di ricordare, è riferibile ai significati maggiormente profondi dell’idea di “poesia integrale”.  
Incardinando la realtà a rispondenze solo omologanti, se ne decreta l’impossibilità di attualizzare quell’insieme di significati superiori congiunti alla Ri-velazione dell’Essere e del tutto coincidente all’idea dell’io tradizionale – pura autocoscienza –
La persona è un involucro di preminente mistero, stagliato sulla vita universale, ed è convocata ad individuare la propria identità che si pone al di fuori di preordinamenti solo meccanici o blandamente routinari. Noi siamo convocati nel cuore della manifestazione, dunque, nel vortice della precipitazione, a scegliere, decidere e determinare il come e il perché del nostro esistere. Questa nuova preordinazione emette ripetizioni e cadenze che distorcono, disperdono, allontanando pericolosamente, le frequenze del primo richiamo alla presenza cosciente.  

L’impianto razionale economicista è fondato esclusivamente su fini bassamente opportunistici, i quali, concepiscono l’uomo come una bio-macchina e, avvalendosi di una propaganda edulcorata, ma, in realtà, estremamente brutale, ne falsano i significati dell’agire e patire; vietando, attraverso forme sempre più categoriche, l’immersione dell’individuo nel più puro flusso di coscienza da cui l’intera vita promana.
Al punto di manipolazione estrema cui siamo giunti, (il microchip sottopelle per ognuno sembra essere ormai realtà imminente) l’idea di essenza non è nemmeno più contemplata come possibilità di falsificazione. Siamo andati ben oltre.
La deformazione dell’essenza, la sua completa falsificazione, sarebbe già avvenuta con l’apparizione delle remote ed estremamente equivoche divinità sumere, conclamandosi poi con l’avvento della religione mosaica e risolvendosi definitivamente, millenni più tardi, con la strutturazione dell’impianto dogmatico; il quale, sua volta, è stato straordinariamente sovrastato dal “progresso”, che ha serrato la realtà sotto un insolvibile cappa chimica, completamente indifferente a vetuste sottigliezze teologali.
La via tradizionale sembra essere solo un frammento, non più percorribile dai nostri passi e di cui sembra essere perfetta allegoria quel breve tratto di pavimentazione vetrosa, presente talvolta nei musei o negli interni di antiche chiese e che isola, nell’esigenza di preservare dal calpestio dei visitatori, gli ultimi frantumi di vestigia superstiti. Residui pietrosi, tessere mosaiche di antichi tracciati mutili, il cui fascino senza tempo sembra non condurre più a nulla se non alla malinconia di un’integrità perduta.
Dagli orti riarsi (le pietose vigne) dell’antica sapienza, talvolta ancora spuntano arbusti superstiti, che sono esortazioni, moniti sempreverdi, ma sempre più esili e inariditi, uno fra questi, attribuito all’Oscuro di Efeso, si rivela quanto mai attuale e che recita: “per entrare in una sfera della natura nascosta e più profonda non siamo informati”.



martedì 25 luglio 2017

misteri della dimensione etica




Nel profondo delle nostre frequenze vitali echeggiano sopra ogni altra circostanza due inestinguibili verità: la catastrofe e la salvezza, per le quali basta un nulla affinché una arrivi a prevalere sull’altra.
Annotava Plotino a riguardo della costituzione dell’uomo essere questa un insieme di enigmi concentrici, ordinariamente degradati da impulsi volgari quali “desiderio, collera, immaginazione perversa” ma anche occasionalmente sublimati dalla consapevolezza estatica; in ogni caso: “Noi siamo una moltitudine” (Enneadi I,1, 9)
E’ soprattutto dal celeberrimo demone socratico che ricaviamo  l’indicazione della possibile interazione maggiormente felice con talune entità, ma dal cui esempio, a ogni modo, affiora un avvertimento pur sempre inquietante: lasciato a sé stesso l’uomo è in mano a un demone; l’uomo è quello che è poiché interagisce con il demone.



Così per Eraclito la sorte è piegata dal daimon: “il carattere è il demone per l’uomo”.
Equiparare l’attitudine della persona al suo daimon, equivarrebbe sottendere che l’uomo è ancestralmente subordinato ad una volontà a lui fondamentalmente estranea, che se completamente malevola, ne depotenzia l’attenzione superiore, avvincendolo sin dalla primissima infanzia ai peculiari e travolgenti poteri seduttivi in cui si realizza la trama sensibile della dimensione materiale. 
Subire incondizionatamente tale fascinazione, predisporrebbe l’uomo a produrre un “quid emozionale”, che costituirebbe la prima causa della sua dispersione energetica estremamente ambita da “intelligenze altre”: entità poste in piani non comunemente dati della manifestazione visibile, o, dimensioni ad essa coeve, che, di fatto, benché invisibili non rimangono insensibili alle nostre azioni o intime fluttuazioni, che le attirano a differenti livelli d’intensità e con cui, da sempre, cercano d’instaurare reciproche e segrete relazioni.
Fintantoché siamo addensati nella materia, il nostro destino sembra risolversi nell’enigmatica intermittenza di senso, che è l’ondivaga percezione di sé racchiusa nell’impasto oscillante del corpo; e qui l’oscillazione è da intendere non solo come interiore smagamento, ma, soprattutto, come la nostra peculiarissima facoltà poetica, sensitiva e veggente, come il nostro variabile nucleo ispirativo.
In ogni caso, nell’esempio del daimon socratico, la dimensione etica costituisce il basamento su cui s’instaurano determinate relazioni. 
Un’attinenza remota della radicale sanscrita da cui sviluppa la parola ethos, rimanda a “sodalizio”, sembrando anticipare in cio' la costante ineludibile di un profondo enigma esistenziale, saldato al nostro significato propriamente umano. 
Il più alto e puro significato di Ethos, perciò, sarebbe tutt’altro che una proiezione meramente concettuale, l'etica, costituirebbe un’ineffabile radianza sensibile, quasi una "linfa spirituale" e preesistente ad ogni individualità, ma che ogni coscienza, individualmente, può realizzarne l'incommensurabile valore instaurando uno stabile legame con la vita, dunque, con ciò che intimamente rischiara il senso esistenziale, partecipando con cio' al Bene Supremo.
La dimensione concettuale, casomai, arriva spesso a distorcere il senso di questa sovrasensibile frequenza; cosi' come il dogma distorce la percezione della dimensione spirituale.
L’ethos è il primo principio di salvezza (etimologicamente ethos è poesia) e, come tale, rappresenta una qualità assolutamente anti moderna.
La scienza profana, con ogni evidenza, nei suoi atti si è sempre dimostrata dichiarata nemica mortale della pura dimensione etica e, pertanto, acerrima nemica della stessa libertà dell’uomo.
Nell’ethos si trovano i capisaldi, gli archetipi della nostra liberazione ontologica, i quali, non sono costituiti da idee astratte o principi logici, ma riguardano della nostra intuizione profonda di essere parte attiva dell’indicibile (Numinosa) Potenza pre-universale.
L’ethos, pertanto, accede all’immortalità, poiché in esso è guadagnata l’unica via che porta l’uomo all’essenza di sé.
Ciò che è moderno è contro la libertà dell’uomo, poiché l’idea “innovazione” essenzialmente significa relegare l’individuo ad un piano di contraffazione assoluta, formata da contingenze sempre più vincolanti e ossessivamente particolareggiate.
Sembra essere assurdo constatare come la stragrande maggioranza delle persone non riesca ad accorgersi che l’idea di progresso, in definitiva, non significhi altro che lo smisurato accrescimento della nostra riduzione ad una schiavitù pressoché assoluta (servi consumatori).
Anestetizzare pesantemente la percezione dell’ethos, fuorviare oltremodo la significativa percezione interiore del luogo critico della nostra prodigiosa mutevolezza, emblematizzato anche come perla di luce, (portento animico ambito dagli Arconti nella tradizione gnostica) dunque, impedire il nostro passaggio all’autentica via dell’ascesa interiore, intercettare l'intenzione stessa di riscatto, prima che questo possa essere attuato attraverso la vertiginosa fluttuazione mistica, in cui l’identità storica occasionale - smarrendosi - acconsente alla rivelazione dell’essere, insomma, di questo continuo sabotaggio alla nostra piena liberazione, l’attuale potere tecnocratico si rende solerte fautore.
La piena realizzazione dell’era della tecnica, la cosiddetta "emancipazione", al dunque, coincide con la nostra categorica riduzione della persona a mero oggetto biologico: il sottoprodotto esistenziale perennemente agito da una successione ininterrotta di condizionamenti avvilenti. 


lunedì 24 luglio 2017

Oblio e memoria di sé - ciò che in noi è e dovrebbe essere qualificato come facoltà interiore inestinguibile



“agli uomini dopo la morte arrivano cose che non si aspettano e non immaginano.”

(Eraclito B 27)

“per l’uomo l’intimo essere è la divinità”

(Brhadaranyaka upanishad: I, 4, 10)

Memoria è reminiscenza di una condizione elettiva internata nella nostra natura.

L’oblio è la dimenticanza dell’aspirazione di salvezza e significa l’irrimediabile precipitazione dell’identità in volute sempre più ottenebranti della materia.

Tutt’altro che insignificante agglomerato biochimico l’Uomo è più che Cosmo: un abisso insondabile è la sua interiorità, in cui è riversato tutto lo scibile mitico, in cui sprofondano i molteplici universi ridotti, compressi, ad una misura infinitesimale inimmaginabile e che costituiscono l’indeterminato e sconvolto scenario di ogni nostra già avvenuta e futura apocalisse.

Nella vita universale l’enigma costituisce un unico avvenimento per l’Uomo e per il Cosmo, in cui ogni radianza è incubazione inquieta.
Secondo la cosmogonia dell’Iran preislamico, la disposizione originaria di ogni animo “costretto” a questo passaggio terreno, consiste nella sua risoluta preparazione all’ultimo conflitto che vedrà la consumazione del Ciclo attuale. La guerra spirituale si svolge sotto l’egida dell'emblematico “Signore della Verità”, le cui schiere si contrappongono agli spiriti di tenebra.  
Tale è la visione zoroastriana, che all’interno della curvatura del tempo, inteso come emanazione sensibile, (zurvān, neopersiano zarvān = “tempo, momento”) intuisce esservi nel corso del suo fluire una “splendente deviazione”, un bivio ascensionale direttamente connesso al cuore stesso dell’eternità.

Una diramazione straordinaria, la cui custodia è osservata dalle Fravashi, che sono le controparti ultraterrene dell’anima discesa nella materia, preesistenti all'uomo e riunendosi alla sua essenza dopo la morte ne assicurano l'immortalità.
Le Fravashi, sostanzialmente, sarebbero quasi una facoltà percettiva trascendente, sottilmente innervata nel luogo maggiormente recondito del nostro corpo, dove risiede la stessa sensibilità umana, che, perciò, è connessa con la superiore essenza ineffabile mai attirata nel vortice della precipitazione; dove la materia trova i contrastati motivi del suo addensamento.

Nell’allegoria, le Fravashi rappresentano le guardiane garanti nella persona incarnata il suo richiamo interiore al principio di rettitudine, della sua possibilità di rammemorare le proprie origini splendenti e, pertanto, della possibilità di adeguare già in questa vita un comportamento consono, in grado di svincolarci dalla schiavitù indotta dai sensi ordinari.

Un Principio, questo, che costituisce la remotissima connessione dell’animo alla sovrastante inclinazione di salvezza o redenzione cosmica integrale (apocatàstasi) che poi, con l’avvento dell’Età (Ciclo) maggiormente critica, sarà riattualizzato con forza nella figura archetipica del Cristo.

A ogni modo, il peso del tema della Salvezza è tale e talmente remoto, da aver attratto nella sua gravitazione l’insieme di tutte le dottrine tradizionali sparse nel mondo, sin dalle età preistoriche maggiormente fonde, dove i protagonisti delle narrazioni sacre, pur diversificando le fattezze e gli avvenimenti, sostanziano il medesimo significato tragico della cosmogonia.
Per noi, dunque, oggi quanto mai, rivestire, incarnare, un significato propriamente umano, significa aspirare alla pura consapevolezza esistenziale e che equivale ad assolvere ad una parte fondamentale nel profilo demonico del ciclo cosmico.

Gli uomini, quando assolvono alla cura guardinga della propria interiorità divengono, anche se ancora incarnati, dei risvegliati dalla morte.

Coloro che reagiscono, ispirati da un preminente principio etico, alla “liquefazione” della coscienza (oggi potremmo dire alla sua plastificazione) e che, risorgono simbolicamente da essa, prefigurano già in questa vita la condizione di emblema archetipico dell’eone in atto (identità cristica).

La persona vale solo come emblema universale, non altrimenti, la sua relativizzazione è un puro orrore, ed è evidente come ciò che è valutato come “moderno”, avanzato come un inderogabile motivo di “emancipazione”, in realtà costituisce la più formidabile aggressione alla vita e che destituisce l’individuo della sua prerogativa immaginifica: unica quanto regale.


Per “immaginifico” qui è sottesa la fattiva possibilità di agire nel profondo di noi stessi, nella finalità di attuare quella metamorfosi culminante in un cambiamento di essenza e realizzata nel fatidico istante della nostra morte; quando, in definitiva, ad una coscienza opportunamente preparata, è rivelato pienamente il significato del proprio destino; vaticinato dall’adagio eracliteo: “Il carattere (o l’indole) determina il destino dell’uomo”.


Così in Paolo, Corinzi 15:51-52: “Noi saremo trasformati”; che varrebbe anche: perdendo coscientemente noi stessi ci trasformeremo.

La coscienza frammentata dell’uomo, costituisce l’enigma in cui è riposto il senso ultimo della sua manifestazione, rendendola il luogo prescelto di segrete rifrazioni (Fravashi) o profonde, quanto estremamente imperscrutabili interferenze (demoni-arconti), che sembrano predisporre fatalmente l’ego ad accentrare in sé ogni significato esistenziale, a distorcere l’idea relativa all’identità, offuscandola cosi' tanto da predisporla a covare gelosamente il proprio incubo, che l'assorbe nelle proprie spire tanto profondamente da estinguerla completamente.

Privati completamente dell’ausilio di una Felice Disciplina, predisponiamo l’incubo ad assorbire la nostra identità nel suo dominio.
Incubo vale incubare, cosa? un principio di contro-alchimia, (corrispettivo contrario del proverbiale Uovo -Filosofale) un torbido e cupo, indeterminato ovulo emozionale, reso sterile dalla fiamma mal temperata di prevalenti tensioni buie.
Coltivare, senza peraltro accorgersene, un nucleo di suggestioni deformanti che stravolgono i significati dell’animo, occludendone il giusto ampliamento a stati maggiormente eterei della manifestazione, è l’effetto principale della propaganda moderna.
L’impianto aridamente tecnicistico estingue la nostra naturale predisposizione ad accogliere la “radianza superiore”, solidificandoci in una fondamentale incomprensione di ciò che siamo.
Benché la salvezza dell’anima sia sempre stato un motivo preminente ed estremamente arduo da ottenere, la complessità insita nei tempi attuali colloca l’uomo contemporaneo in una condizione d’impedimento alla “risalita” estremamente difficoltoso a risolversi.
E’ evidente come la società massificata sia composta da persone drasticamente diminuite delle loro reali potenzialità espressive, dunque, sostanzialmente rabbuiate e vittime, piu' o meno consapevoli di eminenti distorsioni psichiche, che formano un insieme di coscienze annerite da repulsioni fobiche, appositamente evocate dai media, nella finalità di rendere coeso, tramite una continua successione di paure sempre più astratte, l’abnorme agglomerato incoerente fondato nella relazione produzione-consumo.
Qui le diverse individualità, omologate e frastornate da forme di lusinghe quanto mai balorde, sono ripetutamente imbrogliate da seduzioni svianti, che alimentano ambizioni essenzialmente fasulle e che solidificano l’uomo nella massima delle incomprensioni esistenziali.
Ristretti come siamo all’interno di questo ingranaggio eccezionalmente aberrante, il solo fatto di poter rievocare l’aspirazione originaria di salvezza, cercando di adeguare i ritmi del proprio quotidiano vissuto, (ritmi interiori apparentemente del tutto insignificanti all’attenzione delle dinamiche imperanti) convergendo le personali aspettative  verso un perfezionamento estremamente recondito, proprio ciò, la sola circostanza di provare l’intimo patire, di re-agire autenticamente nel profondo di noi stessi, svincolandoci dalla menzogna precostituita, anche senza giungere a risultati evidenti, solo tale evenienza costituirebbe una preziosa, quanto segreta, testimonianza d’ineffabile potenza ideativa restituita alla “gemmazione dell’istante”; dunque, si tratterebbe di riuscire a centrare la nostra presenza nel cuore stesso della manifestazione.

Tale aspirazione, benché sembra essere del tutto marginale al significato che determina il rinnovamento dei “tempi nuovi”, in ogni caso, la sua attuazione recondita, impossibile ad essere riferita con la stessa magnificenza che sostenne le opere antiche, paradossalmente, non si dimostrerebbe meno importante di queste, anche se vissuta sommersa nella più assoluta delle insignificanze.
Se all’interno della nostra fonda anomia, riusciamo ad esperire il preminente valore riguardante la vita dell’animo, un’esperienza fondamentalmente destinata ad essere muta e superficialmente isolata, oggi, dobbiamo ritenere questo felice patimento interiore essere punto inferiore a qualsiasi altra tensione estatico-veggente, esemplarmente sostenuta e solidamente testimoniata dalle coscienze antiche. 
Gli antichi agirono in età predisposte a realizzare accordi maggiormente saldi e limpidi con la sfera del trascendente. Loro, anche se immersi in atroci contrarietà, poterono comunque saldare, accomunandole le une alle altre, le rispettive idealità, illuminate dalla medesima suprema irradiazione, rendendosi per questo espressione corale di quella meraviglia che oggi sembra esserci inesorabilmente preclusa; paurosamente scivolati come siamo nell’alienazione da noi stessi.



martedì 18 luglio 2017

Un futuro senza avvenire?




Estrapolati dal testo:
Quando i mezzi di comunicazione debbono affrontare il tema dell’occupazione straniera della terra italiana si assiste a un totale oscuramento delle conseguenze che potrebbero derivare da questo fenomeno. Se in apparenza si vuol esibire tale fenomeno da una prospettiva umanitaria, (che pone in primo piano l’aspetto emotivo della misericordia) non si considera minimamente ciò che in realtà è il cosiddetto ‘processo di integrazione’: una guerra, in termini biologici.” 
“Quando a un popolo si toglie la possibilità di guardare al futuro e di immaginare un avvenire, di vedere che la sua esistenza non è legata soltanto a ciò che riesce a consumare o a produrre, in un’ottica esclusivamente economica e materialista, l’unico modo di eliminarlo anche fisicamente è di decimarlo, annullando ogni capacità di ripresa, eliminando così anche la possibilità di una sicurezza economica che consenta di generare e far crescere dei figli. Si riescono a imporre prodotti, opinioni, scelte mediante condizionamenti ottenuti con la paura e con altre pulsioni emotive, senza l’uso della violenza fisica, ma con semplici meccanismi di controllo psicologico.”
 “Le magnifiche diversità che ancora esistono nella specie umana si dissolverebbero lentamente e silenziosamente, mentre le masse umanoidi, sempre più compiaciute e soddisfatte della loro condizione, continueranno a comprare e lavorare, stordite dalla televisione e disposte disinvoltamente a ingerire ogni alimento precotto e servito dall’informazione, disciplinata dall’attuale sistema di potere. Questa sarà la fine non soltanto della nostra razza, ma della intera specie umana.”


martedì 11 luglio 2017

quale direzione?


Percorriamo il tratto attuale, che poi sarebbe la “via notturna dell’ultima Era”, avvalendoci di un flebilissimo barlume – la residua consapevolezza rimastaci – insufficiente ad illuminare i passi estremamente affrettati e pericolosamente incerti.
La funzione del dominio industriale (questo dovrebbe essere ormai evidente) è solo quella di renderci sempre più poveri e crudeli, indipendentemente dal possibile privilegio materiale che possiamo aver acquisito.
Non può esserci un effettivo desiderio alla realizzazione di sé senza possedere la capacità di agire profondamente in se stessi, una prerogativa questa che è fornita unicamente dalla reale consapevolezza.
La consapevolezza è chiarità intima, è come un lume, è la vampa simbolica che tradizionalmente avvolge il devoto cuore ardente, è il proverbiale fuoco evangelico, (Lc 12,49-53) la fiamma segreta dell’animo rinchiuso nell’intricato labirinto di ambigue profondità psichiche.
Privati del senso dell’interiore luce archetipale, per noi non è possibile accendere o ravvivare nessun ideale autenticamente nobile  = che mira all’effettiva indipendenza dell’essere.
Ciò che si qualifica come meccanico e ripetitivo, produttivo ma sterile e contaminante, soffoca inesorabilmente questa fiamma emblematica e l’animo rimane separato dai motivi della sua remota verità (realtà geniale).  
Nella società della macchina e del consumo ossessivo, l’inconscio è equivocato con l’essere un’inquieta giostra onirica, un girotondo senza senso dove continuamente s’inseguono, accavallandosi scompostamente le une alle altre, le più disparate fisime e le più scompaginate fantasie; attitudini fuorvianti esaltate ai massimi livelli d’intensità dall’ossessiva propaganda pubblicitaria.
Col dover necessariamente interagire con questo stato di cose prevalentemente artefatto, molte volte la persona se priva dei giusti strumenti cognitivi, è destinata a divenire nemica a se stessa.
La finalità di questo tipo di progresso è quella di saldarci ad un nucleo di eminente non senso, di esiliarci in una deleteria dimensione artificiale.
Gli aspetti preminenti (che sono essenzialmente contaminanti) di quest'anomalia contemporanea, se non fossero continuamente dissimulati da un’accanita forma di violento condizionamento ipnotico, più o meno subliminale, si rivelerebbero pienamente per quello che sono; ovvero, una snaturante condizione obbligata, che principalmente disfa', sovverte come niente prima poté fare, l’armonia e l’ordine autentici.   
L’economia può essere considerata solo una forma di elaborata amalgama, che salda tra loro i diversi elementi produttivi di cui si compone l’abnorme struttura del profitto. Qui, i cosiddetti “interessi” sarebbero come le diverse mura di un unico edificio persuasivo, dentro il quale gli individui vengono ammaestrati all’adozione di abitudini fondamentalmente deleterie e contrarie alla loro effettiva emancipazione.
L’immane struttura economica, caricaturalmente riflessa nell’attuale società dei consumi, dimostra non conoscere confini geografici o etnici, gettando le fondamenta della sua nascosta intelaiatura nelle profondità di un terreno terribilmente oscuro, gravemente approssimato ad aspetti non comunemente dati della realtà. Economia e hi-tech costituiscono il nostro perimetro detentivo, che tanto più diviene invasivo maggiormente si rende sfuggente e caratterizzato da forme di controllo sempre più ossessive. Questa ispezione continua, in definitiva, dimostra che tale sorveglianza in realtà è preordinata per verificare lo stato d’avanzamento cui è giunta l'avviata plastificazione degli individui: in sostanza, delle nostre coscienze.
Nell’attuale dominio del preconfezionato e del sottovuoto, tutti devono adeguarsi a nuovi parametri di normalità. L’idea normalità oggi è sinonimo di assemblaggio uniforme, sinonimo di una continuità monotona. Normale è equivocato con ciò che si palesa per essere tristemente scontato, rigorosamente cablato, aridamente verificato e uniformato per assolvere ad una reiterata prevedibilità esistenziale; quando invece, originariamente, la Norma (normale) intendeva le differenti modalità adottate dalla persona per acquisire la conoscenza, la sapienza, affatto disgiunta dai suoi motivi sovrasensibili.
Alla norma era attinente la gnosi, dunque, prevedeva l’estensione, necessariamente diseguale, dell’attitudine caratteristica della persona autenticamente centrata, di coloro che ottemperando all’idea di presenza integrale, recepiscono e affinano le intuizioni superiori. Con esse s’intende intuizioni trascendenti, riflesse anche e soprattutto nel manufatto artigianale (sia esso tempio o mobile o spartito).
Fino a un dato momento storico l’ideale regno della normalità lambiva i confini dell’amabilità e del meraviglioso.
Che fare dunque? La percezione maggiormente evidente è che oggi la presa di coscienza non concerne nulla di edulcorato e non riguarda affatto raffinate soluzioni intellettuali o fuorvianti aspettative messianiche.
Una natura d’insolita bellezza e segreto orrore è l’uomo, primordialmente rivestito di se stesso, involontariamente camuffato da se stesso, sovrapposto a se stesso attraverso una continua menzogna latente che l’ordinaria quotidianità, modernamente intesa, ricopre d’insignificante grigiore esistenziale, dissimulato da composite stravaganze; che sono tonte luminescenze completamente inutili a valorizzare il mistero aureo della persona.
In fondo, le anime che siamo non sarebbero affatto la proiezione ideale, la perfettibile fattura immateriale di un amorevole demiurgo, ma forse, assai più veridicamente, una sua amara e maggiormente recondita, (forse involontaria) atroce, contraddittoria, tragica emanazione. Prodigiosi barlumi di lampeggiante consapevolezza sospesa sulla voragine cosmica. Penose e chiarissime scaturigini luccicanti, provenienti da un vuoto o dimensione ineffabile, da cui furono ingannevolmente strappate e precipitate prima ancora che l’istante vedesse l’avvio. Cadute, come inconsueti fallimenti iridescenti, ritorte in se stesse, ravvoltolate nella loro stessa incomprensione. Fuoriuscite dal grembo dell’Eone e insaccate a forza nella materia. Semidivino parto degenere, aborti viventi e gementi la loro impotenza di fronte al cataclismatico evento universale in cui precipitarono e che infinitamente le sovrastata.
L’anima è imperfetta crisalide di luce, in cui, nonostante tutto, sopravvive l’istinto di una soffertissima redenzione cosmica e identificata essere come il solo principio della sua libertà ontologica.
Dare fondamento alla Redenzione, ottenerne l’intimo significato, qui risiederebbe l’ultimo frammento operativo dell’unica liturgia, della sola alchimia concepibili e che non siano una mera favola, o diletto degenere in uso ad egoità eccitate e annoiate.
Convergere pazientemente l’identità attraverso interiori profondità non misurabili: essendo noi estremamente diminuiti della necessaria forza interiore, avendo in massima parte disperso il “calore ermetico generativo” che è alimentato da idonei supporti artigianali e conseguentemente spirituali, dunque, poter ridestare la consapevolezza, immersi come siamo nell’attuale “pantano radiogeno”, richiede un impegno tenace e inesprimibile, quasi del tutto assurdo.
Tale intima discesa implica il nostro affondamento profondo in profonde delusioni, in molte amarezze e dispiaceri, sopportando la pressione buia di abissali smarrimenti. Solo in tali circostanze e non da altri confortevoli allettamenti pseudo mistici siamo chiamati a sublimare la nostra misteriosa essenza, (il corpo è atanor vivente) a ricavare, se mai ne saremo capaci, il nostro unico e prodigioso farmaco.
A un dato momento non è più lecita la disattenzione, il facile compiacimento, poiché  “voraci ombre”, che sono gli stessi servi dell’allegoria evangelica, o guardiani del varco immateriale, tali infide entità, assolvendo al loro predatorio mandato originario, non aspettano altro che il momento propizio per immobilizzarci e impedire il compimento dell’opera propriamente spirituale (splendente orditura interiore). Risuona profondamente veridico il significato simbolico delle parole che si trovano in Matteo 22, 1-14 e indirizzate a chi non aveva provveduto a indossare per tempo l’emblematico abito nuziale “Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti…”

  



mercoledì 28 giugno 2017

L'enigma costante




“Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lògos”.

 (Eraclito, frammento 45)


Il quadrato magico riferisce del rinnovamento ciclico delle Ere -  Rotas/Opera - del loro eminente senso metafisico rimandato nell’evocazione o segreta assonanza poetica dell’Arepo/Sator: capovolgimento sibillino da cui s’intuisce l’indizio oscuro e prestigioso di una dottrina concernente i misteri dell’anima.
 Rotas/Sator, delimitano il perimetro ermetico del quadrato, simboleggiando l’estensione dell’immenso avvolgimento-svolgimento cosmico, la smisurata rivoluzione degli Eoni*, dove periodicamente la tragica semina iridescente (sator = seminatore) attecchisce nel terreno simbolico della manifestazione.


Opera, sottende alla prova della volontà misurata, pertanto, riguarda il ritegno, nonché la robusta riflessione sensitiva ed equilibrata che è la qualità indispensabile alla relazione instaurata dall’uomo con l’immensità: la vastità esteriore quanto interiore.
Tenet costituisce il centro cruciforme, il cuore dell’anagramma palindromo, ed è quasi un monito augurale rivolto ad ognuno avviato nella ricerca: tu ruoti e operi – se mai davvero operi, sarebbe auspicabile che ti avviassi a farlo, pur essendo precipitato nel giro involuto di tempi propriamente detti oscuri – ovvero, agendo significativamente in te stesso per la comprensione dell’istante, evocando interiormente l’ineffabile principio universale, che è l’emblematico Sator, (Seminatore recondito).

Tenet è l’invito a centrare la coscienza opacizzata, a ridestarne il senso obnubilato, a chiarificarne l’identità benché qui, in ogni caso, la persona rimane immersa nel vortice del divenire, pertanto, votata al sostanziale dissolvimento d’ogni azione e lavoro compiuti.

La Tenet è l’idea cardine, è l’invito rivolto nell’ora cosmica maggiormente critica a ricercare l’ineffabile sovra-coscienza preesistente all’identità storica occasionale che qui rivestiamo e, all’interno di questa composita e quanto mai dubbia rotazione universale, provare costantemente a stabilizzare il centro ideale dell’essere.
La persona, benché apparentemente destinata all’indistinta dissoluzione, è comunque esortata a Tenere, Reggere, Sostenere in se stessa il suo significato invisibile; (irrazionale disciplina cangiante) poiché ora non appare l’effettiva essenza di ciò che realmente è. Tale essenza qui va comunque coltivata, nostro malgrado, in un “campo notturno” (avvalendosi in questo dell’enigmatico e indispensabile Arepo: inusitato quanto disagevole aratro)

L’oceano del tempo addensa ombre indicibili sulla coscienza, esercitando nella fatale precipitazione degli eventi una pressione e oscurità straordinarie. Quaggiù nessuna via, nessuna rotta si può percorrere avvalendosi di un orientamento certo. La nostra condanna è addensarci e conseguentemente deformarci schiacciati come siamo dall’incomprensione; raggirati da equivoci ed inganni millenari.

L’unica indicazione valida è individuare l’infinitesimale varco che in questa gravità separa l’istante dall’eterno, dunque, a ricercare un nulla, quasi una sorta di “nulla fecondo”, acceso alla comprensione e ravvivato di continuo: fino alla fine.

Siamo chiamati ad una forma di applicazione atroce, tanto grave quanto più la contaminazione si fa sovrana, il nostro mandato in ogni caso è  realizzare il ricordo di sé.

Anticiparlo, pur se fino all’ultimo istante rimaniamo immersi nell’amnesia e forse per questo motivo gli antichi veggenti ritenevano essere i confini dell’anima un arcano puramente illusorio.



*Il quadrato è ottenuto da cinque lettere 5 x 5 = 25, un numero emblematico in cui si circoscrive la realtà (la realtà è solo simbolica). Per fare due esempi, nel Vangelo di Giovanni  le parole "In verità vi dico" sono proferite dal Cristo esattamente 25 volte, mentre lo “Spirito Santo” è ripetuto per 25 volte nei Vangeli.

*EONE: Aion per i greci, Aeon per i latini, è il tempo, o, meglio si deve dire, il tempo inteso non come unità di misura indifferente in cui s’incanala la concatenazione dell’accidentale attimo transitorio. Il Tempo è inscindibile dall'Evento, dispiegamento o emanazione sensibile in cui l’attimo e' predisposto a coincidere con l’Estro, (Ispirazione) dove, peraltro, risiederebbe il centro stesso del mistero.
L’accadimento della coscienza rivelata a se stessa origina da un nucleo spirituale che è impensabile e appena intuibile, occasionalmente impedito (addensato) da alcune oscure resistenze.

L’azione di tali resistenze, più o meno rarefatte, determinano la durata del Periodo, o Evo di tempo, da sempre permeato dall’Emanazione spirituale ineffabile, difficilmente stimabile, ordinariamente (straordinariamente) definita come Essenza Divina: ciò che i Greci identificarono come Primo Logos, in un certo senso, sarebbe pari alla geniale radianza splendente mutevolmente solidificatasi nelle composite volute della manifestazione, il cui palpito maggiormente sofferto, in forma sublime e contraddittoria, sembra battere con maggiori estensioni di significato proprio nel petto dell’uomo. 

Una certa gnosi, d’indubbia ispirazione iranica, equipara gli Eoni agli Arcangeli decaduti, a quelle entità che qui sulla terra assolvono ad una missione sostanzialmente degenere, essendo gli antagonisti corrotti – ombre – della divinità – luce. Nell’identità umana questo si rifletterebbe nella straziante contrapposizione dell’inconoscibile Sé all’inganno mortale dell’ego.

mercoledì 21 giugno 2017

Le poetiche dell'ombra







                           


Parvenze alquanto effimere, immagini che dovrebbero esprimere il senso di una grave quanto felice presenza, solida e assieme evanescente. Apparenze di un’insignificante ricerca condotta sulla forma, il cui essenziale proposito è ottenere una rinnovata poetica del vigore.

Ombre che sono gli ideali Custodi dell’enigma splendente. Evocazioni puramente intuitive dei nostri Progenitori Veggenti, dei nostri vigorosi Predecessori Profetici. Ricordo di una libera e remotissima stirpe dimenticata, la cui essenziale nobiltà giace latente nelle nostre profondità.

Il vigore, (Vir) è il supporto ardente del principio di metamorfosi congenito all’umana natura. Una natura inesplicabile, intesa come identità maggiormente ermetica della manifestazione universale; ne siamo così intimamente partecipi da ignorarla quasi completamente. La moderna organizzazione sociale è strutturata appositamente per annichilirne o traviarne l’autentico significato. 
In un tempo tanto degenere come l’attuale, forse l’unica alternativa a noi possibile è quella di focalizzare al massimo grado il campo della propria visuale, concentrando il raggio intuitivo come una lente fa coi raggi solari - anche se non sempre può esserci in noi la necessaria chiarezza interiore che permette tale rifrazione - nell’intento di raccogliere l’attenzione al limite delle esigue possibilità che sono ancora rimaste; dunque, provando innanzitutto a forgiarsi, ignorando la sostanziale ridicolezza corporea che adesso avvolge uno spirito per massima parte pesantemente ottenebrato.
L’uomo è presenza evanescente, quasi abbaglio in continua trasformazione illusoria, intagliato e incastonato nel Cosmo per una finalità inesplicabile, in cui nonostante tutto avverte la necessità di consolidare intimamente il senso della sua preminente impermanenza: una presenza apparentemente insignificante e al tempo stesso insospettabilmente imprescindibile.
Lavorare sul proprio fisico educando la mente, significa scolpire il corpo nella finalità di depurarlo gradualmente da brame dozzinali,  dalle mollezze di una volgare carnalità. Se non contribuisce ad assolvere a questa funzione l’esercizio fisico, anziché costituire una regola elettiva, diviene una sorta di vizio più o meno ricercato, che ispessisce anziché alleggerire le mura della prigione che è il corpo.
Lo stato vitale va gestito il più degnamente e limpidamente possibile, per questo l’autentica e sovrana azione ginnica è al contempo un perfetto e saldo atto penitenziale; intendendo questo come l’estrema azione volitiva esercitata dalla persona in se stessa volta all’intimo cangiamento.
Secondo una certa gnosi di filiazione egizia, il sole sarebbe un demiurgo segreto e la sua vampa, creativa e dolorosa, è un barbaglio di raggi che in un certo senso costituirebbero l’impalpabile trama ardente della manifestazione visibile (lo spettro elettromagnetico arginante i confini della dimensione fisica).
Da lui promanano assieme le “onde” di vita illusoria anche esigue quantità di Grazia, che il nostro animo è predisposto a “distillare” (oro potabile dei Filosofi) e che non erano previste nelle intenzioni originarie del demiurgo.
Tali emanazioni, puramente elettive, non poterono essere trattenute, lasciate fuori dal momento vorticoso da cui prese avvio la creazione attuale, che ne fu compenetrata, in quanto tale radianza è parte sensibilmente agente della Luce preesistente. Un’emanazione d’indicibile potenza ispirativa e che il demiurgo provò ad imitare maldestramente.
La convinzione è che l’uomo, (perfetto ma incrinato alambicco vivente) per quanto sia degradato e disorientato come non mai dall’ultimo Diluvio, ancora custodisce nelle sue profondità la proverbiale “perla luminosa”. Un barlume intuitivo che talvolta ancora affiora da alcune sue prove di sensibilità, testimonianti la sostanza ineffabile di una infinitesimale gemmazione interiore, la cui misteriosa identità è antecedente a quella dell’universo stesso.
Il nucleo della Tradizione attorno a tale sensibilità s’addensa e non altrove, per questo nei tempi antichi si è affermato che la memoria è il bene supremo dell’uomo (Mnemosine non a caso è madre delle Muse).
La memoria è lo scrigno, propriamente ermetico, dell’ingegno (in-genium = genero, genero in me) e per quanto imperfetti e diminuiti delle nostre potenzialità, possiamo e dobbiamo dichiararci come i rinnovati depositari della Tradizione, o meglio si dovrebbe dire, i depositari di una sua ugualmente preziosa parte frammentaria. 
Possiamo ancora dire che d’ogni antica opera ci appartiene profondamente la tenerezza, la Grazia (l’autentica Forza è inscindibile dalla condizione della Grazia) deposta a fondamento dei misteri dell’essere, ben più antichi della remota gravità.
L’intuizione, la reminiscenza intuitiva che ci rilega all’identità aurorale preesistente la manifestazione visibile è il motivo stesso cantato nei celeberrimi versi del Paradiso XXXIII, 94-99


Un punto solo mi è maggior letargo

che venticinque secoli a la ‘mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

dove un solo attimo di distanza temporale, intercorrente fra la visione (intuizione che è purissima capacità rammemorativa) e l’istante, in cui la coscienza ricorda (ricordo inteso come accordo sovrasensibile del cuore) provoca alla transitoria identità storica (identità psichica) un letargo maggiore di quello che separa la metaforica distanza temporale dei venticinque secoli dell’impresa d’Argo.
Non altrimenti, dice Dante, ovvero, con il medesimo letargo la mente mia (incarcerata nella dimensione attuale) guardava la luce divina. Egli “vede”, pertanto, riesce a forare la trama ingannevole mediante la folgorazione intuitiva-veggente e, per le virtù di questa Luce preesistente alla luce fisica, invera il prodigio della sua gemmazione interiore.
Tale ricordo provoca in lui una distanza da sé tanto ampia come non lo fu l'allegorico letargo con cui rammenta la spedizione degli Argonauti.
Convergono qui Sonno, Ombra, Visione, Essere.
Curioso notare come la voce verbale “somnio” = io sogno sia attinente a “sum” = io sono, e così si riscontra nelle popolazioni autoctone dell’Australia, dove all'ancestrale dimensione mitica preesistente la nascita dell'universo e individuata come il non-tempo del Grande Sogno, coincide l’identità maggiormente recondita dell’essere.
Il “sonno”, dunque, sebbene intimamente connaturato al sogno, in un certo senso, ad un dato momento, sembrerebbe anche essergli profondamente antitetico. Quindi, Nettuno ammira (ad-mira = mira verso, osserva con stupore, meraviglia) l’ombra d’Argo e, pertanto, non vede direttamente la prodigiosa nave, ma, dalle profondità oceaniche (lo spesso addensamento della manifestazione universale) scruta del fatidico scafo unicamente l’ombra diafana  stagliata sulla superficie delle acque.
Il nome della nave, Argo, ha come radice il greco argós, che vale “lucente”, “risplendente” e ciò che di essa è mirato è solo la sua ombra, e, dunque, allegoricamente, l’ombra della luce.
In egual modo, la mente di Dante visionato non vede direttamente la luce divina ma, significativamente, solo l’ombra o parvenza di essa.
Spiegate e tese al limite straordinario delle proprie possibilità evocative, le vele poetiche lambiscono e oltrepassano la cieca dimensione dell’oblio, scorrendo sull’abisso del non-senso e del nulla.
A ciò serve la Tradizione, a fornire il fasciame lirico utile a formare il nostro scafo con cui intraprendere la navigazione interiore, affinché possiamo riuscire all’approdo felice mantenendo la rotta attraverso le attuali e oscure correnti insensate (tenebre diluviali).
E’ il medesimo percorso, ma oggi sembrerebbe ancor più arduo, “itinerarium mentis ad Deum”, in cui l’illuminazione più fulgida viene oltremodo oscurata dalla proverbiale “nube della non conoscenza” o “caligo ignorantiae”, secondo la definizione datane da Dionigi l’Areopagita; la cui sapienza trova continuità nella tensione mistica di Dante.
E’ un’irriducibile qualità veggente insita nelle nostre aspirazioni maggiormente recondite, tradita e perseguitata attraverso le modalità attuative insospettate che contraddistinguono il carattere estremamente artefatto dei cosiddetti tempi nuovi.
Questo letargo antipoetico (sonno profano) è un tristissimo abbandono della memoria maggiormente preziosa, ogni atto innovativo o riformatore, a ben considerare, affonda questo sistema di cose dentro un oblio orrendamente meccanicizzato.
La società e gli individui dissolvono la propria identità in una astrusa condizione di assoluta dimenticanza, chiamata “novità” e per la quale sempre meno ricordiamo chi siamo e cosa realmente vogliamo diventare.