mercoledì 21 giugno 2017

Le poetiche dell'ombra







                                        


Parvenze alquanto effimere, immagini che dovrebbero esprimere il senso di una grave quanto felice presenza, solida e assieme evanescente. Apparenze di un’insignificante ricerca condotta sulla forma, il cui essenziale proposito è ottenere una rinnovata poetica del vigore.

Ombre che sono gli ideali Custodi dell’enigma splendente. Evocazioni puramente intuitive dei nostri Progenitori Veggenti, dei nostri vigorosi Predecessori Profetici. Ricordo di una libera e remotissima stirpe dimenticata, la cui essenziale nobiltà giace latente nelle nostre profondità.

Il vigore, (Vir) è il supporto ardente del principio di metamorfosi congenito all’umana natura. Una natura inesplicabile, intesa come identità maggiormente ermetica della manifestazione universale; ne siamo così intimamente partecipi da ignorarla quasi completamente. La moderna organizzazione sociale è strutturata appositamente per annichilirne o traviarne l’autentico significato. 
In un tempo tanto degenere come l’attuale, forse l’unica alternativa a noi possibile è quella di focalizzare al massimo grado il campo della propria visuale, concentrando il raggio intuitivo come una lente fa coi raggi solari - anche se non sempre può esserci in noi la necessaria chiarezza interiore che permette tale rifrazione - nell’intento di raccogliere l’attenzione al limite delle esigue possibilità che sono ancora rimaste; dunque, provando innanzitutto a forgiarsi, ignorando la sostanziale ridicolezza corporea che adesso avvolge uno spirito per massima parte pesantemente ottenebrato.
L’uomo è presenza evanescente, quasi abbaglio in continua trasformazione illusoria, intagliato e incastonato nel Cosmo per una finalità inesplicabile, in cui nonostante tutto avverte la necessità di consolidare intimamente il senso della sua preminente impermanenza: una presenza apparentemente insignificante e al tempo stesso insospettabilmente imprescindibile.
Lavorare sul proprio fisico educando la mente, significa scolpire il corpo nella finalità di depurarlo gradualmente da brame dozzinali,  dalle mollezze di una volgare carnalità. Se non contribuisce ad assolvere a questa funzione l’esercizio fisico, anziché costituire una regola elettiva, diviene una sorta di vizio più o meno ricercato, che ispessisce anziché alleggerire le mura della prigione che è il corpo.
Lo stato vitale va gestito il più degnamente e limpidamente possibile, per questo l’autentica e sovrana azione ginnica è al contempo un perfetto e saldo atto penitenziale; intendendo questo come l’estrema azione volitiva esercitata dalla persona in se stessa volta all’intimo cangiamento.
Secondo una certa gnosi di filiazione egizia, il sole sarebbe un demiurgo segreto e la sua vampa, creativa e dolorosa, è un barbaglio di raggi che in un certo senso costituirebbero l’impalpabile trama ardente della manifestazione visibile (lo spettro elettromagnetico arginante i confini della dimensione fisica).
Da lui promanano assieme le “onde” di vita illusoria anche esigue quantità di Grazia, che il nostro animo è predisposto a “distillare” (oro potabile dei Filosofi) e che non erano previste nelle intenzioni originarie del demiurgo.
Tali emanazioni, puramente elettive, non poterono essere trattenute, lasciate fuori dal momento vorticoso da cui prese avvio la creazione attuale, che ne fu compenetrata, in quanto tale radianza è parte sensibilmente agente della Luce preesistente. Un’emanazione d’indicibile potenza ispirativa e che il demiurgo provò ad imitare maldestramente.
La convinzione è che l’uomo, (perfetto ma incrinato alambicco vivente) per quanto sia degradato e disorientato come non mai dall’ultimo Diluvio, ancora custodisce nelle sue profondità la proverbiale “perla luminosa”. Un barlume intuitivo che talvolta ancora affiora da alcune sue prove di sensibilità, testimonianti la sostanza ineffabile di una infinitesimale gemmazione interiore, la cui misteriosa identità è antecedente a quella dell’universo stesso.
Il nucleo della Tradizione attorno a tale sensibilità s’addensa e non altrove, per questo nei tempi antichi si è affermato che la memoria è il bene supremo dell’uomo (Mnemosine non a caso è madre delle Muse).
La memoria è lo scrigno, propriamente ermetico, dell’ingegno (in-genium = genero, genero in me) e per quanto imperfetti e diminuiti delle nostre potenzialità, possiamo e dobbiamo dichiararci come i rinnovati depositari della Tradizione, o meglio si dovrebbe dire, i depositari di una sua ugualmente preziosa parte frammentaria. 
Possiamo ancora dire che d’ogni antica opera ci appartiene profondamente la tenerezza, la Grazia (l’autentica Forza è inscindibile dalla condizione della Grazia) deposta a fondamento dei misteri dell’essere, ben più antichi della remota gravità.
L’intuizione, la reminiscenza intuitiva che ci rilega all’identità aurorale preesistente la manifestazione visibile è il motivo stesso cantato nei celeberrimi versi del Paradiso XXXIII, 94-99


Un punto solo mi è maggior letargo

che venticinque secoli a la ‘mpresa

che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo.

dove un solo attimo di distanza temporale, intercorrente fra la visione (intuizione che è purissima capacità rammemorativa) e l’istante, in cui la coscienza ricorda (ricordo inteso come accordo sovrasensibile del cuore) provoca alla transitoria identità storica (identità psichica) un letargo maggiore di quello che separa la metaforica distanza temporale dei venticinque secoli dell’impresa d’Argo.
Non altrimenti, dice Dante, ovvero, con il medesimo letargo la mente mia (incarcerata nella dimensione attuale) guardava la luce divina. Egli “vede”, pertanto, riesce a forare la trama ingannevole mediante la folgorazione intuitiva-veggente e, per le virtù di questa Luce preesistente alla luce fisica, invera il prodigio della sua gemmazione interiore.
Tale ricordo provoca in lui una distanza da sé tanto ampia come non lo fu l'allegorico letargo con cui rammenta la spedizione degli Argonauti.
Convergono qui Sonno, Ombra, Visione, Essere.
Curioso notare come la voce verbale “somnio” = io sogno sia attinente a “sum” = io sono, e così si riscontra nelle popolazioni autoctone dell’Australia, dove all'ancestrale dimensione mitica preesistente la nascita dell'universo e individuata come il non-tempo del Grande Sogno, coincide l’identità maggiormente recondita dell’essere.
Il “sonno”, dunque, sebbene intimamente connaturato al sogno, in un certo senso, ad un dato momento, sembrerebbe anche essergli profondamente antitetico. Quindi, Nettuno ammira (ad-mira = mira verso, osserva con stupore, meraviglia) l’ombra d’Argo e, pertanto, non vede direttamente la prodigiosa nave, ma, dalle profondità oceaniche (lo spesso addensamento della manifestazione universale) scruta del fatidico scafo unicamente l’ombra diafana  stagliata sulla superficie delle acque.
Il nome della nave, Argo, ha come radice il greco argós, che vale “lucente”, “risplendente” e ciò che di essa è mirato è solo la sua ombra, e, dunque, allegoricamente, l’ombra della luce.
In egual modo, la mente di Dante visionato non vede direttamente la luce divina ma, significativamente, solo l’ombra o parvenza di essa.
Spiegate e tese al limite straordinario delle proprie possibilità evocative, le vele poetiche lambiscono e oltrepassano la cieca dimensione dell’oblio, scorrendo sull’abisso del non-senso e del nulla.
A ciò serve la Tradizione, a fornire il fasciame lirico utile a formare il nostro scafo con cui intraprendere la navigazione interiore, affinché possiamo riuscire all’approdo felice mantenendo la rotta attraverso le attuali e oscure correnti insensate (tenebre diluviali).
E’ il medesimo percorso, ma oggi sembrerebbe ancor più arduo, “itinerarium mentis ad Deum”, in cui l’illuminazione più fulgida viene oltremodo oscurata dalla proverbiale “nube della non conoscenza” o “caligo ignorantiae”, secondo la definizione datane da Dionigi l’Areopagita; la cui sapienza trova continuità nella tensione mistica di Dante.
E’ un’irriducibile qualità veggente insita nelle nostre aspirazioni maggiormente recondite, tradita e perseguitata attraverso le modalità attuative insospettate che contraddistinguono il carattere estremamente artefatto dei cosiddetti tempi nuovi.
Questo letargo antipoetico (sonno profano) è un tristissimo abbandono della memoria maggiormente preziosa, ogni atto innovativo o riformatore, a ben considerare, affonda questo sistema di cose dentro un oblio orrendamente meccanicizzato.
La società e gli individui dissolvono la propria identità in una astrusa condizione di assoluta dimenticanza, chiamata “novità” e per la quale sempre meno ricordiamo chi siamo e cosa realmente vogliamo diventare.



mercoledì 14 giugno 2017

evocazioni preistoriche - ombra su pietra











giovedì 8 giugno 2017

evocazioni preistoriche - ombra su pietra





























evocazioni preistoriche - ombra su pietra




martedì 6 giugno 2017

aspetti fondamentali della ginnica - resistenza umana


“Salute e vigore valgono più di qualsiasi oro; un corpo robusto vale molto di più di una fortuna  incalcolabile…” Ecclesiaste (30, 14-16)

Secondo Tommaso d’Aquino l’ultima beatitudine dell’uomo - che poi sarebbe la sua perfezione massima - non può consistere nella sola conoscenza delle cose sensibili. Egli così annota nella Somma Teologica,( I-II, q. 3, a. 6) : “Niente, infatti, può essere perfezionamento da una realtà inferiore, se non in quanto quest’ultima partecipa di una realtà superiore”, e ancora nella Questione 93, a.1 : “Però la stessa beatitudine dell’anima avrà un aumento in estensione: poiché l’anima non godrà solo del proprio bene, bensì anche di quello del corpo.


Il corpo dell’uomo è involucro, maschera, allegoria, e, secondo l’aquinate, può essere considerato sotto due punti di vista: il primo, in quanto è perfettibile da parte dell’anima mediante una progressiva “discesa interiore” della consapevolezza; il secondo, in quanto si trova nel corpo stesso qualche cosa che ostacola l’anima nelle sue operazioni, non lasciandosi in tutto perfezionare dalla ragione superiore da cui origina.

Lo Spirito, elevato attraverso la necessità del corpo chiamato al movimento, per mezzo dell’esercizio fisico stabilisce il proprio ritmo su una struttura trinitaria, originata per prima dall’inquietudine, per seconda dal desiderio di trascendenza per il quale (la terza) necessita l’acquisizione di un metodo operativo rigoroso. 
Il vigore si accresce nel rigore. 

Un  presupposto questo, che è la base (base propriamente iniziatica) alla progressione stessa dello “slancio vitale” (Felice Disciplina).
Il motivo ginnico è fondamentale, (benché oggi esso sia prevalentemente contraffatto) nella sua originaria concezione Liturgica, e' regolato dalla volontà sacra di ordinare nella persona la sua atavica disperazione. 
Un metodo che pone come obiettivo della consapevolezza l’ottenimento della Pura Trascendenza.

L’esercizio fisico nasce come strumento di sopravvivenza e purificazione spirituale, una tensione contraria all’edonismo indotto dalla ricerca del benessere fine a se stesso.
L’aspetto esclusivamente edonistico legato all’allenamento, limita l’esigenza primordiale della Pura Trascendenza, non permettendo alla persona di liberarsi dall’angoscia, anzi, l’avvince ad essa inesorabilmente, dirottando i sensi nell’effimero sembrare, che è solo d’ostacolo in quanto realizza una condizione d’intimo asservimento alla materia e ciò ottenebra ulteriormente la coscienza, la quale diviene incapace d’innalzare la comprensione della gravità oltre i propri limiti mortali.
Non a caso, il dominio industriale reitera attraverso la propaganda, più o meno subliminale, l’appagamento di un piacere estremamente inconsapevole e sempre più dipendente dal consumo compulsivo. Persone centrate ed equilibrate, persone solide non servono a questo degenerato stato di cose, dov’è amplificata al massimo grado la distorsione della natura umana.

Il piacere dell’allenamento, oggi così di moda e consacrato nei centri fitness nella formula “benessere tutto l'anno”, in realtà è un infido regolatore del nostro ritmo esistenziale e la sua funzione è quella d’inebetirci ulteriormente attraverso un surplus di fatica prestabilito solo meccanicamente.

Impossibilitata ad elevare l’animo, la fatica indotta da esercizi programmati per assolvere ad una finalità meramente estetica, vieta nella persona ogni apertura interiore all’autentica purificazione, così che rimane impossibilitata dall'attuare quel deciso riscatto intimo che fa oltrepassare la volgare servitù materiale in cui è costretta.
Finalità dell'addestramento dovrebbe essere l'ottenimento di uno stato interiore molto prossimo alla pura beatitudine, quella beatitudine già glorificata millenni fa da preistorici “acrobati dimensionali”, che la scrutarono in emblema di semplici ma profonde figurazioni dipinte su pareti di pietra, a significare che ogni dinamismo in questa dimensione sfuggente prelude ad un principio di metamorfosi svelante l’identità umana; identificata essere come “larva di luce”.
I mistici medievali custodirono amorevolmente questa certezza interiore alla natura umana, destinata a generare l’angelica farfalla.

Questo è il fine superiore della forza quotidianamente esercitata, un occasione discreta quanto enigmatica, che ridesta nelle fibre muscolari un’insospettata intelligenza sensibile e pre-razionale, (l’ineffabile pienezza che ci pervade quando solleviamo con provato metodo carichi pesanti sopra la testa – peso proporzionato alle possibilità di ognuno) una pratica del tutto attinente al risveglio della “determinazione primordiale”, a noi necessaria per forare la trama dell’inganno, propriamente ontologico, che ci riannoda ad una menzogna epocale.

Esercizio è Ascesi, il corpo è un diapason cosmico.


mercoledì 10 maggio 2017

Per una nuova preistoria interiore – Custodi dell’Infinito



Seppur incarcerati in questa sorprendente prigione ideata dagli Arconti, nelle profondità del nostro corpo fisico sedimenta pur sempre il ricordo dell’Assoluto.
Animo e percezione corporea in questa dimensione possono arrivare a formare, sebbene fugacemente, un’unica identità (unione ideale alla cosiddetta coscienza cristica).
Nessun altro significato avrebbe, oggi più che mai, il dedicarsi alla cura dell’esercizio ginnico, se non quello di ristabilire mediante una progressiva e regolare riattivazione delle fibre muscolari (recupero della memoria profonda del movimento) la connessione elettiva a quanto può qualificarsi come il primordiale principio di soavità.
Un principio ineffabile e che, in un certo senso, quaggiù sussisterebbe come la nostra prima occasione di reminiscenza dello stato aureo dell’essere. Quasi una memoria interna alla memoria stessa e compresa come facoltà pre-istintuale, che si potrebbe anche dire essere l’esigua traccia splendente e preesistente alla gravità del Cosmo.


Questa è una prerogativa remota, non comprensibile con il solo intelletto, le cui continue congetture spesso ottundono la vitalità interiore. 
E’ evidente come oggi l’idea di esercizio fisico sia contaminata  dall’edonismo, che occlude la via di accesso alla comprensione di sé. 
Il corpo, sebbene abbia attraversato molteplici diluvi, subito le più disparate manomissioni e che subisce tuttora, dovendo patire e contrastare l’inaudita stretta corrosiva imposta dal giro del tempo attuale, nonostante tutto, questo corpo ancora rimane Luogo iniziatico d’elezione e Tabernacolo dell’Assoluto.
Per tale motivo, malgrado l’attuale contaminazione dilagante, è quanto mai necessario poter rievocare in noi stessi l’originaria memoria splendente – cercare di ravvivare nelle profondità interiori le braci del proverbiale “Fuoco Filosofico”, il cui “calore immaginativo” occorre a distillare dal fermento del “brodo emozionale quell’ “Oro potabile”, d’alchemica memoria, che purifica l’identità da millenarie scorie psichiche – 


è pertanto davvero necessario, come scrive Martino Nicoletti: “…affondare nella fisicità totale del corpo…discendere così da trovarsi faccia a faccia con la propria profonda “zona d’ombra”…toccare il “grado zero” di noi per inabissarsi infine, senza possibilità di scelta, nella nudissima “mineralità” del nostro corpo: quel luogo ovvero in cui non esiste più riparo per noi, per ciò che siamo…”. “E’ il senso di una Presenza Vivente che ci abita come silenzioso, eppur pulsante, “fondo senza fondo” del nostro essere...un centro talmente vibrante, cristallino, forte, eccelso e fulgido da mostrarci, senza mezzi termini, come quello che convenzionalmente crediamo essere il nostro “ego”, in realtà, altro non è che un’opaca larva, una vile ombra, furtivamente intromessasi in questa regione di noi infinitamente viva e sommamente sacra…”






mercoledì 3 maggio 2017

Enigmi della Rivelazione


Il Sommo Michelangelo, nel suo grandioso affresco della Cappella Sistina, a proposito della raffigurazione del peccato originale dipinge l’albero di fico piuttosto che il melo.
L’albero di fico fa parte dell’interpretazione della Bibbia letta in lingua originale, il melo, invece, fa riferimento alla traduzione latina fatta da san Girolamo, il quale applica una visualizzazione dell’idea dell’albero della conoscenza del bene e del male, appunto, “malus”, da cui il rimando al melo .

Nella Bibbia non è scritto che l’albero della conoscenza del bene e del male fosse un fico, ma, poiché i progenitori subito dopo aver colto il frutto compresero di essere nudi, è specificato che si coprirono con foglie di fico.

Nel Nuovo Testamento il mistero dell’albero del fico è presente in tutti e quattro i vangeli (sotto il medesimo albero Buddha ottiene l’illuminazione).
Le stesse origini di Romolo e Remo sono rinsaldate al “ficus ruminalis”, oggetto di grande venerazione nella tradizione italica, così come in Grecia era ritenuto simbolo tanto di fecondità quanto dei mondi sottili e delle cerimonie misteriche.
Quest’albero (al pari dell’ulivo) è il paradigma di una realtà soprasensibile, esprimente il “livello immaginale” in cui operava l’umanità prima della sua ulteriore corruzione ontologica, quando, per usare un’espressione steineriana, le forze conoscitive aleggiavano sull’uomo, adombrandolo dal di fuori ed egli, metaforicamente, si poneva sotto l’albero del fico.
Presso tutte le tradizioni misteriche tale albero indica la chiaroveggenza atavica, la pura connessione intuitiva all’archetipo incorrotto, pertanto, conseguire l’intuizione suprema posti simbolicamente sotto l’albero del fico, significava non essere ancora completamente decaduti alla limitazione imposta da un pensiero solo razionale.

Tale albero riconnette idealmente all’iniziazione originaria, non impostata su di una chiave conoscitiva basata sulla logica, ma determinata dall’intuizione pre-razionale, comunicata per diretta emanazione della preesistente e incorrotta essenza geniale (rivelazione divina).

Nei vangeli il Cristo si rivolge specificamente a tali forze di antica chiaroveggenza, tramite le quali l’essere umano in modo estatico conosce i Sacri Misteri.
Gesù in più di un occasione si riferisceall’albero del fico, perfezionando per mezzo di quest'emblema il senso del proprio mandato spirituale.

L’Evento cristico non si discosta minimamente da quell’unico impianto sapienziale appartenente alla conoscenza tradizionale, preesistente alla Sua Rivelazione simbolica, la quale, è orientata e riferita a precisi moti celesti congiunti al valore di numeri sacri che, fin dall’età paleolitica, sono le stime fondanti le più stabili relazioni con il sacro (Tradizione primordiale).

Si legge in Marco 11,12: “La mattina seguente, mentre uscivano da Betania, Gesù ebbe fame. E avendo visto da lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi si trovasse qualche cosa, ma giuntovi sotto non trovò altro che foglie. Non era infatti quello il tempo dei fichi. E gli disse, nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti. E i discepoli l’udirono”

Questa narrazione da un punto di vista solo esteriore non ha quasi senso, come sarebbe possibile che il Cristo, attorniato da esseri umani allora cosi congiunti alle leggi di natura, non sapesse quale fosse la stagione dei fichi? Diversi esegeti si trovano in evidente difficoltà nel tentativo di spiegare come mai un albero di fico, trovato senza frutti perché non era la stagione giusta, dovesse essere necessariamente maledetto dal Cristo: “La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici” (Marco 11,20).

Qui risalta il senso sottile dell’allegoria, il cui significato è riconducibile a cicli e stagioni cosmiche, le quali, appunto, penetrano l’emergenza epocale (Apocalisse) prefigurata dall’immagine del Cristo, la cui manifestazione giunge come l’avviso del profondo decadimento dell’uomo, dell’estremo crepuscolo di Età o Ere che spiritualmente furono maggiormente salde.

Nella narrazione simbolica, la figura di Gesù il Cristo attua il compimento storico delle esperienze interiori sovrasensibili occorse all’uomo dal momento della sua precipitosa caduta nei vorticosi piani, sempre più opacizzati, della manifestazione cosmica.

Manifestazione, che è anche trama di un (im)perfetto inganno ancestrale, la cui memoria sedimenta in diverse tradizioni misteriche dell’antichità, le quali, intesero di ricondurre attraverso la Gnosi, (Conoscenza) l’animo alla sua Origine superiore; ottenendo il superamento dell’illusione offerta dalla dimensione in cui trova immediata identificazione la realtà fisica congiunta alla sfera psichica (ordinariamente equivocate con l’essere domini assoluti e definitivi).
Cristo preannuncia il sopraggiungere della Notte epocale in cui ora noi viviamo. Egli sancisce il tramonto della Radianza Atavica,  contraddistinta da un “libero”, spontaneo o connaturato congiungimento dell’uomo incarnato alla sfera divina.
Egli si manifesta portando a compimento (chiudendo) l’antica iniziazione, dove l’uomo esperiva attraverso l’equilibrio dell’estasi la propria dimensione sovra-cosmica.
Il recupero della Verità ancestrale renderà nuovamente Libero l’accecato uomo notturno; di quanti ora attraversano la Notte dei Tempi.
Nessun essere umano potrà più cogliere gli allegorici frutti dal simbolico albero del fico, e, nel vangelo di Giovanni si tratta del medesimo mistero espresso nella frase detta dal Risorto a Tommaso: “Beati coloro che senza vedere, saranno convinti” (Giov. 20,29) ovvero, Beati coloro che avendo perso l’antica chiaroveggenza, troveranno ancora la saldezza interiore.

In Luca (13,6) troviamo una parabola: “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo, ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose, padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no lo taglierai”.

La vigna è la realtà totale dell’attuale manifestazione (i quattro yuga: tre trascorsi più uno di attesa) dove si attua il mistero dell’Essere. Un riferimento che vale anche per la parabola degli operai dell'undicesima ora, dove l'accento è posto su quelli che per ultimi sono chiamati ad andare a lavorare nella vigna: i chiamati dell’emblematica “ultima ora/Era”.

Ancora, nel vangelo di Giovanni l’albero del fico viene riferito a un essere umano, Natanaele:

“Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui, Ecco un vero israelita in cui non c’è falsità.

Natanaele gli domandò, Come mi conosci? Gli rispose Gesù, Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico . Gli replicò Natanaele, Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!” (Gv 1,47-49).

Natanaele ha compreso che nel Cristo c’è qualcosa di straordinario così come il Cristo sa bene di trovarsi di fronte a un illuminato: “Ti ho visto quando eri sotto il fico” ed è chiaro che la parabola non fa riferimento a circostanze meramente fisiche.
Il Nuovo Testamento riverbera di un invito propriamente splendente e rivolto ad ogni persona di Buona Volontà, esortata a ridestare in sé la sua Forza Primigenia.
Ogni miracolo di cui narra, non ha effetto se prima la persona non assume la convinzione di agire, di attivarsi interiormente, affinché rievochi in sé l’intima potenza trasmutatoria della propria condizione e della quale l’identità Geniale (identità che non è entità) personificata dal Cristo è il tramite ideale (simbolica occasione di risveglio).
“…senza dubitare in cuor suo, ma credendo che quanto dice avverrà, ciò avverrà a lui” (Marco 11, 22-23).

L’ottenebramento dei tempi (Kali-yuga) impone d’inaugurare una nuova fase dell’iniziazione, affatto comoda, ma estrema e difficoltosa, ardua come forse non lo furono le precedenti.

L’iniziazione del tempo attuale deve essere in grado di poter ri-partire dagli sforzi del singolo animo, imprigionato in una dimensione sempre più sorda e costrittiva e qui, dunque, risiederebbe il mistero stesso del libero arbitrio.

In ognuno palpita il frammento ardente dell’identità sovrasensibile, ma non tutti sono qualificati a preservarne la preziosa radianza. 

In questo non c’è alcuna svolta evolutiva, almeno secondo la mia infinitesimale percezione, non è come affermò Steiner, il quale nel libero pensare individuava il glorioso salto evolutivo della nostra specie. Se di evoluzione si tratta, casomai, allora, considerando il degrado e disordine attuale, si tratta con ogni evidenza, come precisò Guenon, di “evoluzione regressiva”.

Le sopraggiunte facoltà razionali, il loro estremo irrigidimento, in noi, assolverebbero pienamente a ciò che i paraocchi fanno per i ronzini da traino. Il nostro imbrigliamento è determinato da invisibili cadenze e ciò che quotidianamente trainiamo, è un carico che in realtà non ci riguarderebbe affatto.

La nostra condizione attuale è letteralmente aggiogata ad un’insondabile legge di necessità in cui è sovranamente affermata la più eclatante delle contraffazioni.

Contro ogni principio di contraffazione si erge il simbolo del Cristo, il quale essendo tanto dirompente è stato successivamente decifrato alle masse in una forma diminuita quanto distorta dalle gerarchie, prevalentemente corrotte, che nei secoli ne hanno usurpato la stima, diminuendola, oscurandola col greve e capzioso rivestimento dogmatico.
La Chiesa post-conciliare, attualmente rivestita piu' che mai di beffarda bonarieta', promuove un’immagine completamente banalizzata, quasi del tutto immiserita, sostanzialmente edulcorata quanto sviante dell’enigma Cristo.