giovedì 17 agosto 2017

sul ricordo


“La camera nuziale è nascosta. Essa è il Santo dei Santi” (Vangelo di Filippo, 125)




Quale esercizio è maggiormente utile ad estinguere l'inganno?  
Ora è fondamentale pervenire ad una misurata progressione applicativa. Distingui e valuta.

La filosofia integrale, originariamente intesa, è una pratica di educazione fisica congiunta all’esercizio di una continua purificazione interiore, nella finalità di pervenire al dono della reminiscenza.

L’esistenza è quotidiana preparazione alla morte, dunque giornaliera attenzione indirizzata alla valorizzazione delle “cose minime”.

La morte vale un nuovo inizio, per il quale l’anima esercitata a raccogliersi giornalmente in se stessa individua il giusto orientamento.

Le modalità con cui pervenire a questa preparazione essenziale, (da cui gli attributi che sono propri alla costruzione della società moderna continuamente ci distolgono) nel tempo attuale rimangono in massima parte non condivisibili con altri, benché siano comunque comunicabili. Non a caso nel Vangelo di Tommaso al verso 82 leggiamo l’indicazione: “Molti si soffermano fuori della porta, ma soltanto i solitari entreranno nella camera nuziale”. Evidentemente qui l’allusione alla solitudine assoluta è metaforica, ma ugualmente propria alle circostanze congiunte al senso di una discesa interiore che in ogni caso, nell’attuale piano dimensionale, rimane incondivisibile.

Attraverso l’esperienza della morte, che in ogni caso non andrebbe mai affrettata prima che sia sopraggiunto il completo ed irreversibile decadimento del corpo fisico, l’animo preparato già in questa vita realizza la felice condizione di un soave, chiarissimo stupore, per il quale perviene alla totalità della propria essenza; realizzando l’insieme di tutti quegli inesprimibili significati elettivi di cui riferirono velatamente alcuni Iniziati ai Grandi Misteri.

Il termine morire è teleutai, mentre quello di essere iniziato è teleisthai e assomigliandosi i termini così gli eventi stessi che li significano.

Per questo, anche se circonfusi di luci artificiali, è quanto mai essenziale per noi riuscire a educarsi alla filosofia integrale, così come riconoscere nella preghiera uno strumento di comunicazione quanto mai infido, tanto piu' se strumentale a esigenze prevalentemente egoistiche.

La preghiera sarebbe tutt’altro che un accento di candida devozione. L'invocazione è essenzialmente un vincolo, quanto mai deleterio se elevata come incondizionata sottomissione ad entità la cui volontà si ritiene essere altra dalla nostra.

La particella intensiva “in” congiunta alla “vocare”, sottende l’implorazione, dunque, l’implicita sottomissione ad una volontà celata nella dimensione invisibile.  

Evocare, ugualmente, significa interpellare essenze dal regno oltremondano.

L’immagine sacra, di per sé, non è sufficiente garanzia di purezza. In essa coesistono duplici aspetti ugualmente forti e contrari. Tralasciando le moderne e dozzinali riproduzioni seriali che deturpano il senso di ogni culto, il manufatto religioso artigianale scuote letteralmente la coscienza di chi vi partecipa poiché in esso coesistono la tensione creativa dell’animo, la sua aspirazione di libertà e riscatto e l’impronta della determinazione ignota che sembra fissarne il destino.  


Maggiormente l’opera d’arte sacra addensa il significato di tale lacerante contraddizione, tanto piu' forte si rivelerà essere la potenza evocativa dei misteri dell’animo. 
L’arte medievale attualizza la drammaticità della commedia umana con una forza visionaria mai più eguagliata nei secoli successivi.
Nell’impronta dogmatica agisce l’intuizione poetica, che per sua natura è indomita seppure estremamente fragile.                            
I dissidi di quest’interazione furono esemplarmente testimoniati fino al periodo storico in cui visse Goethe, prolungandosi in brevi accenti mirabili fino ai primi decenni del secolo scorso, poi la precipitazione in un baratro fosforescente.
Ogni effige divina costituisce l’ingresso ad un tunnel dimensionale, alla cui estremità non necessariamente corrisponde la rappresentazione verso cui rivolgiamo il nostro desiderio.
In particolar modo, ad ogni richiesta di estinzione di dolore o di accrescimento di fortuna terrena noi sicuramente contraiamo un rischioso debito.
Affidarsi ciecamente all’invisibile è estremamente pericoloso, la gravità stessa del tempo presente dovrebbe invitare ad una maggiore riflessione interiore, e questa con ogni evidenza è pressoché invincibilmente smorzata nella coscienza della maggioranza.

Non importa chi crediamo d’invocare, conta invece chi arriva a rispondere al nostro indifeso appello, e dobbiamo essere certi che la risposta, da sempre ci giunge prevalentemente da camaleontiche entità malevoli, benché queste, talvolta solo apparentemente, possano dimostrare di offrire un vantaggio immediato.

Non è invece un caso che il ricordo è la prima qualità su cui una definita corrente sapienziale, variamente presente nel fondamento iniziatico delle religioni primordiali, basa i presupposti della salvezza dell'animo. Un valore riattualizzato nel Nuovo Testamento attraverso il nome stesso di Zaccaria, padre di Giovanni Battista, che e', appunto, il precursore dello Spirito.

Nell’allegoria evangelica il Battista è deputato a preannunciare l’Avvento dello Spirito con “voce di uno che grida nel deserto”, espressione paradigmatica dell’aridità che contraddistingue la nuova Età della Rivelazione. 
Egli, nella finzione sapienziale, costituisce il basilare principio sotteso all’imminente riscoperta del Sé ultramondano e del conseguente incenerimento dell’ego volgare,(d’indubbia matrice arcontica) effettuato per mezzo della proverbiale “infinita potenza di fuoco”.

Per questo la veggenza di Giovanni Battista, possiede le ragioni seminali della propria manifestazione nel ri-cordo, (accordo del cuore, dunque memoria sensitiva) e che vale il “di nuovo addietro”, accento archetipale indicante il ritorno; e poeticamente, la rammemorazione splendente di un prima del prima.

Zaccaria, è un nome derivato dalla radice z-k-r, che nelle lingue accado-semite esprime il senso del ricordare e del far memoria profonda, per la quale il soggetto della rammemorazione non dovrebbe essere affatto il dio elusivo dell’Antico Testamento, quanto invece la nostra identità maggiormente recondita, (la cui sovranità non è di questo mondo).

Evidentemente, l’esercizio del ricordo non consiste in un ordinario esercizio mnemonico. L’aver smarrito la disciplina del ricordo, per noi costituisce la più grave delle perdite, per la quale ora siamo esposti e totalmente indifesi, forse come non mai, alle più estreme manomissioni d’identità (in tal senso il contributo offerto dalle testimonianze raccolte da Lucio Carsi sono esemplari)

Solo la profonda radice memoriale permette il riattualizzarsi della dimensione liturgica, che è connaturata al senso maggiormente autentico dell’essere coscienti, desti in se stessi, come unico requisito per ottenere lo stato di Salvezza (salvezza ontologica).

Il far memoria di sé, pertanto, acquisisce ben altro significato della strumentalizzazione veterotestamentaria, che sottende alla fine della schiavitù terrena del popolo ebraico e nel suo impegno (ferreo vincolo) a ricordare l’atto di JHWH, il quale ponendo fine alla condizione servile cui era costretto il suo popolo, in realtà l’ha aggiogato ad un asservimento infinitamente maggiore.  

La sovrapposizione dei significati instaurata con l’avvento dell’ambiguo JHWH, non dovrebbe ormai interessarci più di tanto, quanto invece, è importante mantenere viva l’attenzione sulla multiformità del pensiero umano, il quale, seppur costretto tra anguste pareti dottrinarie, sa preservare la positiva tensione memoriale connessa ai significati maggiormente elevati della sua identità.

Nel caso specifico del pensiero ebraico, ancora nella seconda metà dell’anno mille, il massimo poeta dell’ebraismo spagnolo Jehudad ha-Lewi rivolgendo la propria lode a Gerusalemme, scrive nei primi versi:

Tu, di splendide visioni, gioia dell’Universo, Grande città regale,                                                                                                                              a te anela l’animo mio, da questa estremità di ponente.               

Mi struggo nel mio intimo, quando ricordo l’Oriente,

la tua gloria esiliata, la tua dimora distrutta..."


L’allusione poetica alla dimora distrutta riguarda il decadimento spirituale, e che l’individuazione dell’animo collocato a “quest’estremità di ponente” (sinonimo di tramonto) specifica la propria visuale crepuscolare.
E' una contemplazione mirata dal margine estremo di un'Età conclusiva, per la quale il ricordo dell’Oriente allegorico è il preciso riferimento dell’Età aurea perduta, (la gloria esiliata) della luce aurorale incorrotta e la cui infinitesimale rifrazione ancora agisce nel cuore dell’uomo, di quanti attraversano i tempi ultimi.

La città è intesa non come un luogo meramente fisico o come la casa di un dio a noi fondamentalmente estraneo, ma, bensì, Gerusalemme (la Gerusalemme celeste) è il paradigma stesso della nostra obliata patria interiore, verso la quale la chiarissima tensione del ricordo si rivela come fondamentale per indirizzare l’aspirazione di salvezza maggiormente recondita.



Siamo i custodi esangui della preziosa perla diafana, opacizzata tanto fino ai limiti del dissolvimento, ma ancora remotamente agente nella nostra interiorità ed è questo e non altri il motivo per cui da sempre l'uomo è l’oggetto di un segreto contendere.

Qui, su questa terra incognita, proprio ora culmina la convergenza di molteplici attenzioni appartenenti a dimensioni differenti.

Per noi rievocare la forza significherebbe recuperare l’ingenuità primitiva senza essere per questo degli sprovveduti. L’ingenuitas è la condizione ideale di chi è nato libero, (ancestralmente libero, dunque, non servo di dei) e che sottende a lealtà e sincerità verso se stessi, pertanto, ingenuitas è pura consapevolezza – tensione splendente – realizzando una condizione tutt’altro che sprovveduta.
Sprovveduta, casomai, è la persona modernamente emancipata, la dove per “emancipazione” si deve intendere totale assenza di filtri cognitivi. Sprovveduto è l’individuo cosiddetto realista, quotidianamente attraversato da molteplici influenze recondite, di cui non s’avvede schermato com’è dalle spesse lenti di un consolidato pragmatismo, che lo rendono incapace di accorgersi di ciò che sta accadendo e meno che mai a poter decifrare i significati sottili connessi ai più importanti cambiamenti sociali, persuaso, mediante l’adozione di continui atti inconsapevoli, ad evocare su di sé la più triste delle sottomissioni.





mercoledì 16 agosto 2017

diveniamo ciò che contepliamo





“Coloro che dicono che prima si muore poi si risorge, si sbagliano. Se non si riceve prima la resurrezione mentre si è vivi, quando si muore non si riceverà, nulla”.
(Vangelo di Filippo)

E’ nell’interesse della “società della macchina” evocare continuamente in noi una congerie di paure espanse, di saldarci a bisogni quanto mai inessenziali, perché, è un dato di fatto, in questo stato di cose l’essere umano deve essere sempre meno consapevole della propria identità, dunque, programmato per essere sempre meno umano.
Sostanzialmente, l’idea positivista-razionale, obbliga a scollegarci dalla visione mitica, che l’accademia relega a una condizione infantile dell’immatura umanità primitiva.
Gli antichi, piuttosto, dimostrarono d’essere sovranamente coscienti in se stessi, pienamente consapevoli che ogni pensiero e gesto, trasposti nel piano eterico, significano un’apertura o una protezione, poiché ogni azione è una pura ideazione simbolica; anche l’atto o pensiero maggiormente scoordinati e che sembrano meno consapevoli, trovano una sicura proiezione nel dominio affatto indifferente dell’invisibile.
Una consapevolezza questa, che la progressiva degenerazione dei tempi, la sopravvenuta demenza psichica delle masse, ha ribaltato nella sciocca superstizione
Dovremmo cercare d’essere il più possibile coscienti a chi apriamo la nostra interiorità e a come difenderla da indesiderate intrusioni, spesso offerte all’attenzione con le attrattive di curiosità e fascini che sono inavvertibili persuasioni all’adozione di ciò che è maggiormente deleterio per l’animo.

In unione con la dimensione mitica, è da considerare anche il supporto rituale, il cui senso è distorto nel momento in cui il rito diviene sottomesso atto evocatorio di potenze invisibili, poiché, sia beninteso, l’attitudine alla chiara e semplice ritualità è la nostra spontanea inclinazione, essenzialmente teurgica, creativa, provvedente alla visione della nostra stabile collocazione nel mondo. 
S’intende per ordinamento rituale, non una sottomissione indistinta dell’identità a qualsivoglia dio, ma, piuttosto, esso è la sistemazione cosciente della propria identità posta in differenti piani dimensionali, tra loro comunicanti mediante il sostegno ideativo di un “saggio stupore”, che è ri-scoperta della fierezza esistenziale svincolata dal dominio della necessità solo materiale, (disciplina felice) radicata al proprio ruolo cosmico, nel quale individua il valore delle molteplici ideazioni e dei gesti purificatori essenziali che ne sanciscono il passaggio: un “passaggio” che è ampliamento stesso della coscienza.  
Ciò sembra essere assurdo per l’esistenza contemporanea, vincolata com’è all’artificioso, rilegata continuamente ad ovvietà fittizie, che fanno da schermo ai significati propriamente infernali del modernismo e che saldano l’attenzione ad un’idea di presente completamente demitizzato, in cui il tempo e lo spazio sono praticamente svuotati di memoria storica sensibile.
Dovremmo considerare l’attuale dimensione come un luogo ormai totalmente decontestualizzato, in cui il simbolo, i preziosi effetti della sua radianza eterica, sono prevalentemente soffocati da marchi volgari che non recano più distingui concreti da offrire al nostro autentico rinnovamento.
Sperimentiamo, siamo tra i primi ma non sicuramente gli ultimi, le delimitazioni imposte da perimetri completamente artificiali, che ci racchiudono dentro banalità sempre più equivoche.
S’è avverato ciò che con indubbie qualità di veggente il tormentato Artaud predisse pochi decenni or sono:
"A parte la stregoneria insignificante dei maghi di paese, esistono trucchi di Hoodoo globale a cui periodicamente tutte le coscienze sono chiamate a partecipare ...in questo modo strane forze vengono risvegliate e trasportate fino alla volta astrale, l'oscura cupola esistente sopra di noi…una formidabile oppressione tentacolare, una sorta di magia metropolitana che presto farà la sua comparsa, debitamente mascherata."
A breve le prossime generazioni e forse la stessa nostra presente, saranno costrette nei recinti di una tirannia atroce, cui noi ora, perlopiù impotenti e inebetiti, stiamo assistendo all’innalzamento frenetico dei suoi “insospettabili” margini contenitivi.
Una tirannia che dovremmo ritenere essere multidimensionale.
L'interiorità di ognuno è la sua anima e l’animo diviene soltanto ciò che contempla, ciò di cui è cosciente, e dunque, propriamente, è o non è immortale a seconda dell'esercizio filosofico che in sé compie; soprattutto nel momento della sua permanenza terrena, all’interno del corpo, da  cui deve affiorare il livello della sua facoltà reminiscente.
Essere mortale, in quest'ottica, significa accettare di esistere come mero agglomerato biologico, ignorando la propria potenza, rinnegando la propria immortalità e comportarsi di conseguenza.
Ignorarsi, ignorare se stessi, vuol dire permettere ad “intelligenze altre” di scegliere per noi, di farci assumere un debito che in realtà non abbiamo mai contratto e, a nostra insaputa, persuaderci cosa dobbiamo diventare.
A seconda di dove guarda l'anima è e diviene cose diverse.
Ciascuna anima è diversa perché contempla qualcosa di diverso ed è e diventa ciò che contempla.
La fascinazione che l’avvince ne determina l’essenza.


martedì 8 agosto 2017

La spiritualità mediterranea e il nucleo misterico del cristianesimo




“Eleno spedisce il suo genio ai Mani inferi, offerta e dono.
 Giù, porta seco il suo lume, affinché nessuno lo dissolva, se non noi che siamo luce”.
 (arcaica iscrizione funebre latina)
L’arcaica religione demetrica, nella sua essenza, è una prefigurazione simbolica del mistero della morte e della resurrezione, effettuata sotto il tocco della Grazia.

La tragedia greca, assai più tardi del Mito originario, ricerca i motivi redentivi dell’uomo fondando l’intuito di salvezza nel potente richiamo magnetico dell’ispirazione.

Scorre, attraverso l’esistenza cosciente un sentore oscuro, baluginato da chiarissimi presentimenti di fiducia per le forze maggiori che misteriosamente sostengono il senso della vita, dove l’ebbrezza più alta dell’esistenza sensuale è accomunata alla consapevolezza del lugubre disfacimento della morte.

Nei motivi tragici, tutta la vicenda umana è riassorbita nell’esperienza più viva del Sacro: attraente forza verticale, che eleva l’insieme dei sentimenti di salvezza.

“Re dei Re – prega il poeta tragico – il trono del quale non ha al di sopra di sé altro trono, beato fra i beati, potenza sulle potenze, che domini su corso del tempo non misurabile, pensiero inattingibile, di cui sarebbe follia solo esplorare gli abissi, volontà irresistibile che attraverso vie e procedimenti oscuri impenetrabili per l’uomo di un giorno vai verso l’esecuzione infallibile dei tuoi arcani disegni, causa suprema, autore di ogni moto nel mondo, salve o Signore”

(Euripide, Ecuba, 884 – 888)

Quattro secoli prima del cristianesimo, la tragedia greca riconosce il mistero insondabile dell’entità chiamata Dio e la necessità di adorarlo e d’invocarlo nel tremore e nel medesimo tempo nella fiducia.

I Tragici, esaltando la tensione primitiva dei misteri arcaici, (sapienza delle origini) fornirono a distanza di secoli il prezioso “tessuto teologale” alla Chiesa nascente, che abilmente intessé le antiche reputazioni nella trama della nuova dottrina, ricavando un raffinato ordito misterico che servì a strutturare l’impianto dogmatico del Cristo cattolico (ad esempio, tutta la complessa intelaiatura speculativa incentrata sulla costituzione trinitaria dell’essenza divina, che poi è il nucleo del dogmatismo cattolico, in massima parte proviene dai presupposti sapienziali delle riflessioni greco-alessandrine).
Eschilo, Sofocle, Euripide, traggono il loro “materiale” dalle sostanze di antiche tradizioni mitografiche e da esse, come alchimisti, distillano il più ricco valore normativo.
Ad un dato momento dell’esistenza, tutta la vita sembra impastata di dolore, di oscurità, di peccato e, per il sentire tragico, il dovere preminente dell’uomo è quello di fare della propria sofferenza un elemento d’elevazione, di redenzione, di solidarietà nel dolore che è anche solidarietà nella speranza e nella gioia.

La tragedia greca è così profondamente impastata di solennità e austerità religiosa, poiché ha tratto la sua più viva ispirazione dalla consapevolezza di un terrificante mistero che avvolge la comparsa della vita umana nel mondo, del suo risveglio (ri-generazione) avvenuto con la semina allegorica di Deucalione e Pirra dopo l’ultimo diluvio.

Ciò che eleva la consapevolezza, ci avvisano i tragici, è la poesia, quale arcaico retaggio dell’estasi, dello stupore elettivo (trascendente) evocato nella ritualità misterica eleusina.

Aristotele ricapitolerà questi impulsi formativi della vita interiore nella compassione e nel tremore, così come nell’entusiasmo, quali essenziali moti (gemme dell’animo) rivelanti l’attività di una coscienza favorita a ricevere l’intuizione divina.

Intuire, da intus-ire = andar dentro – inoltrarsi e comprendere per via di esperienze che sopravanzano infinitamente il mero esercizio dialettico o apprendimento solo intellettuale.

Sarebbe anche da dire, agli Dèi despoti, vanitosi e capricciosi, crudeli e benevoli senza autentico riguardo per l’identità umana che dimostrano di disprezzare, a queste divinità elusive e contraddittorie perennemente affamate di ecatombi, a tali Entità, coesistono in forma maggiormente discreta le antichissime essenze animanti la natura e che, attraverso la visione di Eschilo, Prometeo stesso, come Titano, invoca nel suo dolore: esse sono l’etere, le brezze, le sorgenti dei fiumi, i cui percorsi carsici, nell’allegoria, trovano la via per il cielo poiché scaturiti da sorgenti celesti quali promanazioni dell’essenza geniale pre-universale.

Queste  essenze sono decifrate nella coscienza dell’uomo che vive il presente Ciclo, mediante la riflessione poetica, che fu la prima teologia, la verità epifanica rivelante la forza ultraterrena operante nell’universo.
Più tardi, il Sommo Tommaso d’Aquino, Doctor Angelicus, avvalendosi di un’espressione poetica d’indubbio sapore alchemico, a queste medesime forze fa riferimento col dire: “dove infatti non fu prima terra, non può seguire la resurrezione della nostra opera”.

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lunedì 7 agosto 2017

l'ineffabile potenza

La luce si fa oscura,
La notte ancora più notte,
 Dio è adirato con noi.
 I vecchi se ne sono andati.
 Hanno le ossa lontano.
 Le loro anime vagano.
 Dove sono le loro anime?

(Antico canto dei Pigmei, annotato da 
Eckart v. Sydow: Poesia dei popoli primitivi ed. Guanda 1951)

Grazie al recupero di diverse interpretative e testimonianze di autori antichi e di ricercatori contemporanei, ricomincia ad essere maggiormente tracciata l’intelaiatura sovrasensibile, delimitante il perimetro energetico delle azioni umane; quel sostegno metafisico che l’insensibilità positivista ha inteso sconfessare.
La certezza risiede nel fatto che la qualità vitale, sprigionata dai nostri pensieri e azioni, è avviata – intenzionalmente guidata nelle volontà maggiormente accorte – ben oltre l’evidenza materiale delle cose finite.
Non vi sarebbe alcun essere al mondo che non contenga in sé forze duplici e gemellari, ciò vuole dire che ogni realtà visibile è sostenuta da una ben maggiore dimensione invisibile.
Secondo le Prime intuizioni, il visibile esiste perché è riuscito a trattenere in sé la forza intelligente dell’invisibile. Ancor meglio si dovrebbe dire: l’immenso spettacolo universale, scaturisce come conseguenza della crisi in cui è precipitata la Divinità stessa. Tale vorticoso inabissamento, produce l’apparizione della materia e del suo immenso corollario simbolico, che ne dispone in forma profondamente enigmatica gli incessanti rinnovamenti.
Per il sentire arcaico la realtà è vibrazione scaturita dalla parola – canto (in-canto) – si potrebbe quasi dire, disperante, ardente, “grido divino”, le cui cadenze maggiormente significative sono confluite, coagulandosi, proprio nell’interiorità umana.
La radianza dell’incanto s’è inspiegabilmente rappresa in noi e, seppur diminuita, costituisce in ogni caso i tenui motivi di un fascino la cui soavita' e' estremamente penetrante e da cui la coscienza ricava la piu' viva forza rigenerante.
In sostanza, è proprio questa consapevolezza, posta in relazione con la dimensione trascendente, a rendere estremamente profonda l’umana riflessione universale.
La potenza obliata dell’animo è connessa all’intuizione dell’in-canto, il quale, una volta ridestato nella nostra natura, ri-collega istantaneamente il divenire all’eterno; svincolandosi da qualsiasi relazione di ordine inferiore (inferiore è quel vincolo che si dimostra contrario alla piena autonomia dell’animo).
L’incanto non sono i vari sbalordimenti ottenebranti o le diverse forme di stupori profani, (indotti dalla seduzione del “progresso”) ma, per incanto, qui è intesa la pura coscienza sovranamente agente in se stessa (che nulla ha a che fare con un pensiero egoico).
Si potrebbe affermare che l’incanto (prima facoltà creatrice) è l’effettiva ed unica potenza dell’animo e snaturarne i significati, dissolverne l’avvenimento, è da sempre il compito di volontà oscure, (propriamente dette contro-iniziatiche) qualsiasi forma possano rivestire.
Il Cosmo, secondo il pensiero originario, è tenuto in ostaggio da entità imperscrutabili, che esercitano un gravame continuo sulle nostre esistenze. Tutti saremmo ingannati – consapevoli o meno che siamo – a versare continuamente il nostro personale tributo a invisibili parassiti energetici.
Il nostro orientamento si e' smarrito attraverso il giro delle Ere, investito dagli innumerevoli tracolli della volta cosmica, già da tempo sembra aver perduto la giusta prospettiva.
Nonostante ciò, permangono le prodigiose fonti psichiche della nostra eredità germinale, dalle quali, anche se intorbidite dai detriti, scaturisce ancora l’unico elemento idoneo all’irrigazione del “nostro campo”. E’ la proverbiale “acqua ardente” di alchemica memoria, che è metafora stessa della prodigiosa potenza dell’incanto; quale fondamentale presupposto all’originario impasto-concepimento della nostra essenza.
La fluida materia dell’Opera, nell’allegoria, è raccolta e simboleggiata da un liquido ermeticamente chiuso nell’ampolla e cotto nell’emblematico atanor, che poi sarebbe il nostro stesso corpo, predisposto ad interiorizzare l'opportuna disciplina.  
Tutto il magistero, secondo l’opinione dei ricercatori antichi, non consisterebbe in nient'altro che nell’estrazione dell’acqua dalla terra, e la discesa di quest’acqua nuovamente sulla terra, finché la stessa terra imputridendo si ri-pulisce; e quando sarà purificata, con l’aiuto divino, tutto il magistero sarà compiuto (Morieno).
Quest’acqua è connessa allo stesso lavacro diluviale, traslato anche nelle apocalissi private e ridotte alle fragili sfere emotive di ognuno di noi, perché ognuno di noi, anche se non lo rammenta, è giunto sin qui approdando sulle rive sbiadite della modernità dopo aver attraversato a forza di braccia (eteriche) immense distese diluviali; e rimanendo così in ammollo in flutti tanto oscuri, è stato pure inevitabile che la memoria andasse dissolta. Stremati, siamo approdati in gran numero sulle rive dell'oggi, ma abbiamo dimenticato come ci siamo giunti e, soprattutto, cosi' scompostamente ammassati, chi siamo e cosa qui dobbiamo fare.
In questo, la spedizione degli Argonauti è esemplare. Posta ai margini storici dell’attuale Ciclo, con la predisposizione del fatidico viaggio, costoro intesero far ritorno alle origini splendenti.
La loro fu una delle prime opere di pura Redenzione, poiché  intesero recuperare un’ultima volta ancora, prima del definitivo ispessimento delle tenebre sui tempi, la reminiscenza dell’ideale, appunto, di pervenire alla potenza ideativa dell’incanto. Un ricordo sensitivo da consegnare alle generazioni future, affinché l’uomo non smarrisse definitivamente l’importanza del proprio superiore istinto poetico, che è il senso maggiormente profondo della sua missione esistenziale.
Parafrasando un’annotazione di Aniceto del Massa, la verità non è un termine ma un principio, (principio lirico) non è un concetto ma una forza (forza ispirativo-poetica) che deve agire; (l’esempio di Orfeo nell’impresa argonautica) e agisce soltanto quando essa può funzionare in un organismo preparato ad essere mosso da essa (giusta trazione-intonazione delle corde interiori).


martedì 1 agosto 2017

rinnovato esistenzialismo








 
Individuiamo con maggior chiarezza i motivi del nostro stare: l’essenza coincide all’esistenza, la quale, tutt’altro che costituire un arricchimento dell’altra, proprio per il fatto di attualizzarla ne determinerebbe il sostanziale impoverimento.

L’ineludibile passaggio dal mondo delle essenze a quello delle sostanze, costituirebbe un autentico scadimento.

Nel Mito, il sostanziale decadimento è relativo alla consapevolezza dell’anima precipitata nel mondo dei sensi terreni, e, dunque, del suo eminente smarrimento dentro un infido intrico simbolico (la materia) per il quale, il valore preminente, lo spirito,  molteplicemente condensato e mescolato nelle più diverse forme sensibili, svigorisce progressivamente predisponendosi a cedere la sua indefinibile essenza a voleri oscuri.

Tutte le originarie cosmogonie individuano i dissidi di un atroce dramma, sussistente tra lo scontro di tenebre e luce. La nostra interiorità non potrà mai esulare dai significati ermetici di questa guerra, pena la sua estinzione.
Non è affatto un caso che ora le aspirazioni del peggior incubo tecnocratico sottendono ad un progressivo abbassamento del nostro significato, (cedimento ontologico) il quale, con ogni evidenza, sembra raggiungere l'apice con la geoingegneria clandestina aviodispersa, la medicalizzazione forzata e i recentissimi interventi per l’inserimento del microchip sottocutaneo (tutte intromissioni accampate a motivo della “nostra sicurezza”). 
Ingegnosi espedienti, la cui invasivita' costituirebbe solo l’inizio di un’aberrazione assai maggiore. 
L’idea malsana è quella di fondere alla struttura biologica una forma d’intelligenza detta artificiale = programmata e programmabile, (una circostanza priva di effettiva memoria sensibile) per dare sistemazione definitiva ad una nuova società, agglomerato di ebetoidi stolidamente senzienti (in questo, peraltro, già vi sarebbero riusciti per buona parte).


In questi termini, nella materia andrebbe a raggiungere l'apice il suo aspetto maggiormente tenebroso, determinato dall’inganno atavico, (caduta ancestrale) che nella “precipitazione” sempre più fonda nella cieca necessità, prevede la definitiva separazione dell’esistenza dalla sua ineffabile essenza: la separazione definitiva dai suoi motivi di riscatto-redenzione.
Per tali motivi dopo Platone, del quale è nota la teoria delle idee divine, (all’essenza corrisponde la luce necessaria affinché l’uomo possa individuare il giusto orientamento per condurre a buon esito la propria esistenza) Agostino d’Ippona, nell’urgenza di saldare il dogma ad un principio d’invincibile verità sovrasensibile, individuò a fondamento dell’essenza il Verbo: ogni aspetto della vita universale è suono condensato, dalle stelle alle più segrete forme di vita sottomarine, una medesima incandescenza vibra modificandone variamente le strutture; influenzate dagli accordi di un’unica consonanza.

Una legge, quella naturale, di conformità spietata, duramente selettiva, certo, ma che reca in sé i germogli del sublime, la cui eco maggiormente profonda giunge a risuonare nella coscienza umana, dove evoca la verità di un ulteriore, ineffabile accordo esistente tra presenza cosciente e manifestazione naturale; i cui più alti comunicati si riassumono nella figura archetipica del Cristo: nei Misteri di colui che, nell'ultima porzione del Ciclo attuale, dimostra la via del riscatto dalla mera necessità materiale (a ogni modo, tali Misteri sono stati completamente falsati dalla costrizione dogmatica).

La materia, soprattutto, è una vibrazione rappresa ma fluida, a livelli differenti di consistenza tutto è fluente, ogni cosa è compenetrata e a sua volta sprigiona delle sottili emanazioni reattive; il tutto è animato da una prerogativa sensibile, il cui enigma preminente agisce nel dominio della spontaneità.

Molti aspetti della realtà materiale, per quanto oggi dimostrino di subire un’ossessiva contraffazione, ancora sono in grado di restituire alla coscienza buona parte delle remote vibrazioni di fondo, (frequenze coerenti) che sono la base cospicua della manifestazione visibile.

L’impronta industriale, simulando la spontaneità dove di fatto questa è assente, (tramite la scansione di frequenze incoerenti) deforma le cadenze sottili originarie (profanazione dei misteri) rendendole sostanzialmente incompatibili con la vita cui va a sovrapporsi (inquinamento multiforme).

Nelle cadenze originarie è implicito lo scontro fra tenebre e luce, l’avvento della dimensione industriale, per i rapporti scellerati cui obbliga l’ambiente e i conseguenti sviluppi prevalentemente contaminanti, con l’imposizione di una desacralizzazione massima in favore di un profitto mosso da forze cieche, sbilancia le proporzioni del conflitto ancestrale a pieno favore dell’oscurità.

La materia non è solo un luogo di tenebre, (non lo è ancora, ma sembra manchi davvero poco affinché lo diventi) confusa a molteplici travisamenti e sviamenti di senso, questa dimensione, attraverso la sua densità, offre aperture che introducono a percorsi autenticamente trascendenti, benché tali vie alla risalita si dimostrano proverbialmente disagevoli, alla fine sono le uniche che vale la pena di provare a percorrere, affinché l’esistenza possa reputarsi realmente degna di essere vissuta.

In questa corrente continua della manifestazione visibile, i “sedimenti aurei” che vi scorrono, costituiscono per la coscienza i preavvisi, le preziosissime intuizioni innalzanti alle massime altezze l’essenza umana, rivelando la dimensione dello spirito.

Ogni persona in “cammino” ha il compito di dragare pazientemente il continuo flusso della propria esistenza, cercando in essa quest’oro potabile.

In sostanza, ognuno è chiamato a bonificare la propria palude esistenziale, (paludi domestiche) separando dalla fanghiglia psichica ed emozionale, i preziosi corpuscoli “aurei” in grado di restituire il maggior senso alla sua presenza cosciente.

L’animo è stupore ideativo, accidentalmente avviluppato in strati maggiormente densi della manifestazione – l’uomo è simbolo polisenso – una gemma intarsiata da una sostanza puramente enigmatica quanto preziosa, il cui mistero essenziale (che è mistero poetico e non algebrico) è stato valorizzato dagli antichi in forme sublimi; la cui essenza sembra rimanere inaccessibile a noi moderni.

Più o meno distrattamente, noi, possiamo mirarla ma rimaniamo  impossibilitati a provare e sperimentare la medesima fierezza e ardore, per questo siamo così tristemente diminuiti della nostra identità.

In questo, la modernità ci pone sotto una luce completamente falsata, irraggiandoci con le frequenze incoerenti che distorcono la nostra percezione delle cose e le cose stesse.

L’illuminazione falsata dei musei è paradigmatica dell'azione di dissolvenza in corso. 
Racchiuse in vuoti asettici, le opere antiche, dipinte o scolpite, rimangono come paralizzate sotto luci più idonee per una base lunare che non a rievocare la calda realtà della domus o del tempio che gli furono lontana accoglienza.
Fredde luminosità che assolvono alla medesima funzione dello spillone conficcato nelle farfalle da collezione, il cui senso simbolico è: voi non volerete più.
Così l'opera si rivela come umbratile apparisco di una robusta riflessione artigianale, la cui memoria poetica è definitivamente abbattuta, completamente isolata, del tutto inutilizzabile, immersa a forza come si trova nelle congelanti penombre della più spietata e irreversibile insignificanza.

                       
Come turisti del ventunesimo secolo, possiamo fare la fila ai musei per vedere l’arte egizia, etrusca, greca, romana, ma la nostra attenzione, senza che ce ne siamo accorti, è diventata completamente insignificante. 
Tanto più s’è fatta massiccia l'affluenza nei luoghi storici dell'arte, maggiormente è diventata inconsistente e inautentica la nostra partecipazione a determinati valori ed energie creative, e questo per l’incapacità che abbiamo di ri-attualizzare nella trama del tempo attuale l’originaria forza evocativa.

Fino a un dato momento storico, il frammento antico riesumato trovava innesto felice nel contesto edilizio in cui era inserito, (l’esempio del medioevo è supremo in tal senso) arricchendo la stratificazione architettonica, a rinsaldare le persone nel proprio tessuto abitativo, conferendo sicuro appiglio alla reminiscenza, la quale, in fondo costituisce l’unica vera motivazione di ogni architettura tradizionale.

Dal razionalismo in poi non c’è più stato dialogo tra l’architettura antica e quella contemporanea e se attualmente vi sono innesti, questi appaiono davvero come infelici tentativi di far convivere non già due realtà diverse, ma due differenti dimensioni, una completamente estranea e ostile all’altra.

Ultimo esempio di architettura felice, qui in Italia fu generato nel ventennio fascista, e, riconoscendo questo, non asserisco che tale regime fu un espressione di potere felice, casomai tutt'altro, benché oggi questo nuovo totalitarismo, pseudo democratico, dimostri dietro una convenzionale patina di apparenza pop-ipnotica, una disumanità immensamente più spietata del fascismo stesso. A ogni modo, anche se ora il discorso sarebbe troppo lungo da affrontare, entrambi appartengono seppur in tempi e modalità differenti, alle medesime "consorterie" che, sovrintendendo ai maggiori rivolgimenti sociali, almeno dalla Rivoluzione Francese a oggi, sembrano cavalcare impunemente la storia lungo il ripido declino dei tempi.