martedì 13 febbraio 2018

Breve riflessione sul valore iniziatico


“La bellezza della carne, la bellezza spirituale, tutto ciò che concerne la bellezza nasce solo dall'ignoranza e dalle tenebre.”
(Yukio Mishima: “La decomposizione dell'angelo”)  
Plutarco asseriva che il mondo è un tempio santissimo. Egli maturò tale considerazione elettiva attingendo l’intuizione anche dall’insegnamento di Aristotele, il quale specificava che il primo effetto dell’iniziazione eleusina non consisteva nell’ottenere una qualsiasi forma di conoscenza, che, per quanto approfondita potesse rivelarsi, sarebbe in ogni caso destinata ad essere principalmente mediata dalla ragione e, dunque, inevitabilmente circoscritta all’ambito ordinario della sola logica i cui enunciati, per quanto articolati possano mostrarsi, in definitiva, realizzano nulla di più che un’ordinaria esperienza di apprendimento.
Invece, secondo la considerazione dello Stagirita, l’iniziazione realizzata nel tempio mistico del mondo, non va considerata come una forma di conoscenza, ma, al contrario, i suoi effetti immediati consistono in un preminente scotimento interiore, (illuminazione intima) che realizza la più vivida impressione inerente il sentimento di una trepidazione reverenziale (timore misto a stupore) e di ammonizione, intesa essere il preavvertimento stesso del mistero supremo dell’essere; di cui generalmente la nostra coscienza è l’inconsapevole custode.
Il nucleo dell’essenza umana e'
costituito dall’invisibilità, che a sua volta cela l’invisibile dimensione ignota, dove agisce una somma sensibilita' e su cui è segretamente ‘innestato’ l’equivoco dell’ego: un ‘vortice emozionale’ variamente cangiante.
Impiantato sulle ineffabili attitudini dell’originaria coscienza incorrotta, l’ego non appartiene a domini cosiddetti inferiori, solo terreni, la sua natura non è solo ‘bassa’, ma predisposta per interagire anche con piani non comunemente dati della realtà. 
Le coeve dimensioni invisibili costituiscono la sua prima dimora, e proprio in questi rarefatti e falsati territori onirici, mediante una continua corruzione dell’incanto, intenderebbe trascinarci mantenendoci nell’orbita di una perenne dispersione di senso.
Secondo la visione gnostica, l’uomo smarrito delle proprie origini, vorticando nel labirinto degli eoni insegue senza tregua i motivi fantasmagorici di pulsioni e desideri, che sono dolorose allegorie di rivelati alterati – propriamente larvali –  scaturiti nell’incomprensione di remotissime idealità, straordinariamente integre e preesistenti alla manifestazione attuale; la cui piena comprensione, filtrata attraverso i passaggi di più Ere, è destinata a rimanere fittamente oscurata ad una coscienza dimentica di se stessa.
Il fine dell’Iniziazione antica, (fondamentale conseguimento della Gnosi) considerata all’apogeo del suo valore elettivo, consistette appunto nel rinnovare il significato emblematico (propriamente redentivo) della ritrovata o rinnovata presenza in se stessi; evento fondamentale della vita cosciente dell’animo e perciò qualificato come ‘seconda nascita’.
Il passaggio alla chiara comprensione dell’integrità originaria, è nascosto da una vastissima selva simbolica, animata a differenti livelli sensibili, la cui sostanziale invisibilità determina l’immenso equivoco esistenziale su cui attualmente è giocata la partita dell’uomo, dove ogni ulteriore possibile distorsione del suo significato simbolico incardina la presente Età a esiti puramente parodistici e inevitabilmente tragici.
A tal proposito non è inutile sottolineare che tutto l’odierno condizionamento mediatico, non a caso, è costruito su ininterrotte distorsioni della nostra percezione interiore, in particolar modo negli ultimi decenni, volutamente centrata alla sola facoltà egoica, (appunto contraddistinta per essere l’artefatto principio vitalistico impiantato sulla pura consapevolezza) ed è per questo preminente motivo, profondamente contrario all’effettiva determinazione dell’uomo, che l’insieme delle forze deputate al ‘rinnovamento dei tempi’, le variabili circostanze ‘innovative’ utili al consolidamento di nuovi assetti normativi, (che sono unicamente strumentali e basati sul binomio artefatto ‘ragione-tecnica’) avvalendosi di un’efficacissima forma di massivo condizionamento pop-ipnotico, dimostrano in definitiva di legittimare un'opera immensamente involuta di corruzione planetaria e possono essere identificate come le più rilevanti volontà contro-iniziatiche che mai prima d’ora hanno agito in forma così deleteria sul corso della storia.
Assuefatto al peggio, la sola aspirazione decaduta dell’uomo contemporaneo sembra quella di adattare l’inferno al suo aspetto falsamente migliore, dimenticando che una realtà infera, per quanto edulcorata possa apparire, costituisce sempre il fondamento di una dannazione eterna.
Nel mondo antico, l’esperienza iniziatica dei Sacri Misteri, dunque, non riguardava affatto gli esiti di una profonda indagine cognitiva, riferita ai significati della nostra costituzione spirituale, piuttosto, la realtà dello Spirito definiva istantaneamente l’essenza di una suprema intuizione sovra razionale, ottenuta mediante una dilatazione-espansione della coscienza ampliata oltre i limiti estremi della sua ricettività; affinché potesse realizzare (mediante una definita ‘disciplina estatica’) la suprema visione della preesistente sorgente incontaminata dell’essere: quale unico motivo redentivo della sua incomprensibile singolarità.
In tal modo, l’inganno ancestrale poteva essere dissolto da una preminente cognizione, svelata dietro la metaforica sembianza indossata da ognuno nel rivestimento perituro che è il corpo fisico, la ‘maschera’ ordinaria che, è bene rammentare, da sempre è predisposta a catalizzare la distorsione emotiva centrata sugli insolvibili tormenti dell’ego.   
In tale ordine di riferimenti trova pieno significato la riflessione di Yukio Mishima, che dichiarò di aver sempre provato interesse unicamente per i margini del corpo e dello spirito, fatalmente attratto dalle loro frontiere emblematiche; aggiungendo: “…le profondità non m’interessano. Le lascio agli altri perché sono argomenti frivoli e comuni ”.


lunedì 5 febbraio 2018

un possibile motivo di riscatto dalla gravità arcontica




E’ palese che la realtà odierna sottostà ad una sorta d’incantesimo buio, rispondente al nome di ‘progresso’ le cui cosiddette ‘dinamiche rinnovanti’, meglio di ogni altra circostanza, dimostrano di convergere l’insieme di tutte quelle potenze oscure (propriamente dannose e disgregative) che imprimono sulla vita continui sigilli di alienazione e di morte.
Oggi la bellezza del Mito si è estinta e le metafore giacciono infrante, disperse insieme a cumuli di rifiuti che le sovrastano.
Un senso propriamente esemplare dell’esistenza sembra estremamente difficile ad essere ottenuto, invischiati come siamo dentro il catramoso disincanto fluito assieme l’artificioso rinnovamento dei tempi.
Anche se già da tempo l’umanità ha dismesso i più bei costumi di scena, rivestendo la commedia umana di una orripilante ordinarietà mai contemplata prima dalla storia, poter realizzare il senso straordinario della nostra presenza a questa vita, dopotutto, dovremmo ritenere esserci ancora possibile.
Dovremmo provare a rivitalizzare le nostre proprietà puramente ‘immaginali’, intimamente connesse alle verità meno evidenti del nostro fin troppo bistrattato, o iniquamente valutato, corpo fisico.
Il nucleo lirico della poetica integrale è un lampo intuitivo, che rinnova il prodigio di una indicibile sublimazione dell’animo, svincolandolo momentaneamente dall’insieme di costrizioni subite dalla materia che lo racchiude.
Si tratterebbe di evocare il significato propriamente intuitivo della simbolica radianza interiore, esemplarmente idealizzata nella concezione del Kairos, (motivo che sublima la costante tragedia dell’essere) avvenimento intuitivo elevato sulle molteplici contraddittorietà insite nelle complesse dinamiche della vita cosciente.


Kairos è il supremo equilibrio, la sospensione che si erge sull’ordinario flusso temporale, dove per un istante (appunto) l’effimera transitorietà in cui e' circoscritta a stretto giro l’esistenza della persona è rischiarata da  un’intuizione suprema; (sostanzialmente intraducibile dal concetto ordinario) la quale, prodigiosamente, riscatta l’esistenza stessa dalla finitezza mortale che la comprende.
Per noi non sono affatto cambiati i motivi centrali (precisamente epici) congiunti alla vita cosciente e tale preminente mistero siamo chiamati a realizzare in questa durata terrena, di tentarvi assiduamente, attingendo pervicacemente da ogni possibile risorsa interiore; pena l’eterna dannazione. 
La misteriosa prerogativa dell’uomo è che può catalizzare in sé tetri dissolvimenti abissali, oppure, rendersi ‘vivente magnete aurifero’, ampliando la consapevolezza ad un’intima evocazione ancestrale congiunta alla comprensione sensibile del primo Enigma, che appartiene alla stessa Rivelazione concernente le Origini Splendenti dell’Essere.
Il riflesso remoto del preminente insegnamento misterico, balugina nel fondo della nostra esistenza e, anche se questa è stata ridotta a mero dato statistico, la nostra sostanziale caducità ancora potrebbe volontariamente illuminarsi ad un senso specificamente elettivo della condizione umana, peraltro, senza che tale ‘conquista’, (puramente ermetica) a un dato momento del percorso esperienziale possa comunque evitare all’esistenza stessa di ritrovarsi nuovamente inghiottita dagli esisti dolorosi della sua tragedia, (tragedia propriamente cosmica) che coinvolge la totalità della vita fin dai suoi primordi.
Sostanzialmente, il nostro unico compito da assolvere nella dimensione attuale è quello di ricordare chi siamo, e per assolvere a ciò è necessario ridurre all’impotenza il proprio ego, poiché il suo interesse è profondamente contrario ai significati dell’autentica determinazione.
In un certo senso potremmo dire che la determinazione è ricavata nel cuore stesso della personale ‘insignificanza’, dove inesplicabilmente è custodito il maggiore mistero dell’essere, racchiuso in un cardine di eminente precarietà la cui percezione è massimamente distorta da continue aspettative di facili gratificazioni (basse soddisfazioni).
Nessun favore astrologico o divino potrà mai affrancare l’uomo dall'essere costantemente chiamato in causa nell'esplicitazione della sua coscienza.
Le molteplici finzioni consolatorie, commercializzate da edulcorate dottrine new-age, o la stessa concezione della ‘misericordia divina’, (variamente presente in tutte le religioni istituzionalizzate) andrebbero riconosciute una volta per tutte come false aspettative di facile salvezza soprannaturale ed estremamente pericolose per la reale integrità dell’animo.
Sostanzialmente, tanto l’ateismo (la fede limitata ad una ragione solo materiale) che l’idea stessa della cosiddetta ‘misericordia divina’, veicolata da angeli o qualsivoglia divinità, (che si tradurrebbe nella fede in una illimitata condizione di schiavitù spirituale) sono circostanze da considerare come deleterie per la nostra pura determinazione.
Si tratterebbe invece, una volta per tutte, di interiorizzare il rifiuto implacabile di ogni promessa di Salvezza che non possa essere direttamente evocata dalle nostre inesplorate profondità interiori, ottenuta in quei vastissimi domini dell’animo dove sono stratificate le cangianti potenzialità dell’essere.
La rilevante pratica ‘riflessiva’ (ierosofia) pertanto, dovrebbe rinsaldare per mezzo dell’antenna vivente che è la totalità del corpo la connessione con la Genialità preesistente l’universo fisico, nel tentativo (estremo tentativo) di educarsi a sopportare quanto meglio possibile gli inevitabili colpi della sorte; questo perché è inevitabile che l’esistenza trovi fatale coincidenza con la sofferenza (fisica e morale).
I motivi maggiormente reconditi dell’addensamento fisico, prevedono la distorsione dell’identità cosciente sviata dalla prima immedesimazione con l’ego, che devia il nostro passaggio attraverso un composito vortice emozionale in cui continuamente si rimescolano le forze uguali e contrarie d’indicibili dolori e sublimi soavità.
Nel fondo più cupo delle nostre immersioni maggiormente dolenti, così come nell’elevazione estatica di più rare sublimazioni gioiose, trova campo di azione l’ingerenza del demiurgo e la fantasmagoria onirica di tutto il suo immenso corteggio astrale, - la proverbiale selva simbolica - al cui interno la perdizione e la salvezza trovano vicendevole presa nella coscienza di ognuno, continuamente sviato da sleali suggerimenti sovrasensibili che, attraverso il corso delle Ere, rinnovano il vincolo rilegante l’umanità presente all'atavico inganno dimensionale.
Qui e ora è possibile il nostro presentimento dell’eterno, pur trovandoci precipitati nella più fonda delle contraddizioni universali –  la proverbiale notte oscura dell’animo – dove, anche stando immersi nelle tenebre eoniche, possiamo avverare la connessione maggiormente salda con quanto può riscattarci dalla prigionia dimensionale: l’Idealità Geniale preesistente alla remota contraffazione demiurgica.
In questa formazione interiore è importante la rimozione di ogni senso d’importanza personale, il che non implica affatto l’adozione di una scadente remissione passiva – scialbo nichilismo – nei confronti degli impegni richiesti dalla vita.
Si tratta, invece, di pervenire al dissolvimento metaforico della ‘maschera’ qui occasionalmente indossata e di riuscirvi mediante una fondamentale riconsiderazione del senso di responsabilità.
Il ‘segreto’ della nostra opera di riscatto risiederebbe essenzialmente in una condotta di vita che sia il più semplice possibile e, soprattutto, nel non lasciarsi ottenebrare dai depistaggi della mente inferiore, (ego) la cui prestabilita e pressoché continua dispersione emozionale è direttamente connessa alla vertiginosa cupidigia del demiurgo omicida.
Esistere dalla latina Existere, che vale lo stare saldi. Esistenza è ex-sistentia = ‘aver l’essere’, dunque, che esprime una condizione pienamente cosciente di risalita dall’oblio.

Il corpo fisico andrebbe inteso come strumento consono alla rieducazione dell’animo, a costituire il ‘fodero della disciplina’, (questa è l’efficace definizione desunta da un passo della Torah) quale preminente motivo di svincolamento dalla soverchiante gravità arcontica.

La sconfitta degli Arconti non potrà avvenire esteriormente a noi ma si compirà unicamente dentro noi stessi.






Riconsiderato in quest’ottica un discorso a parte meriterebbe il senso dell’esercizio fisico*, inteso come validissimo sostegno dell’indagine filosofica e che dovrebbe riguardare una dignità della presenza completamente depurata da ogni volgare intenzione autocelebrativa.
La ginnica è di supporto alla Conoscenza, costituendo un eccellentissimo mezzo cognitivo che non va equivocato con la finalità dell’indagine stessa.
Essendo l’esistenza fisica un fenomeno eccezionalmente transitorio, l’impegno consiste nel poter conseguire una condizione di solidità fisica e mentale sostanzialmente priva di rigidezze, rimanendo sempre consapevoli della nostra sostanziale vacuità.
La finalità momentanea dell’esercizio fisico, è quella di rettificare, quanto più sia possibile prima dell’inevitabile fine del corpo materiale, la profonda contraddizione insita nell’essenza umana.
La conseguenza della pratica ginnica non riguarderebbe affatto i motivi di un vanto solo esteriore, il vuoto compiacimento di una eccessiva cura di sé apparentemente efficiente ma sostanzialmente penosa nell’adozione di un esasperante edonismo, che rivela nient’altro se non l’insieme di tutti quei condizionamenti deleteri - propriamente decadenti e nichilisti - caratterizzanti, attraverso l’ostentazione continua del superfluo, l’esasperante meccanizzazione nullista del tempo presente.
Il termine ‘esercizio’, costituisce il sostrato semantico della parola ‘ascesi’, che è l’ineludibile presupposto da cui avviare un processo d’intima chiarificazione; una purificazione spesso affatto disgiunta da una determinata concezione riguardante il consolidamento stesso del corpo fisico.
Il quotidiano ‘condizionamento’ da fare su di sé, è parte attiva di quella celebre discesa interiore che mira ad estrarre con enorme impegno un presupposto elettivo addensato quasi come gravità interna alla gravità stessa, (emblematica Lux Obnubilata) nel tentativo di rendere il più possibile chiara (ordinata) la percezione del proprio Limes esistenziale.


Ad esempio nell'antichità gli esercizi ginnici assolvevano all’espressione liturgica dei Sacri Ludi connessi coi riti funebri, dove la coscienza, attraverso una straordinaria applicazione del corpo fisico, simbolicamente andava a tuffarsi nell’ultimo vortice dell’istante recando con sé l’augurio misterico di riemergerne profondamente rinnovata. 

La somma delle intime tensioni della persona, convogliate da una gestualità vigorosa e misurata, temperata da una provata disciplina, amplificavano l’istante ad una ideazione infinita in grado di realizzare già nell’esistenza terrena una differente dimensione dell’essere. 

Questo sarebbe il senso iniziatico della pittura votiva del ‘Tuffatore di Paestum’, di un animo preparato ad immergersi nei fatidici flutti del divenire e della dissolvenza.

Per tali motivi la ginnica può essere considerata come una, se non addirittura la maggiore, delle preminenti estensioni dell’operatività alchemica, i cui esisti ultimi riguardano la sconfitta del drago interiore o, volendo usare un’espressione ora maggiormente corrente, la cognizione essenziale per rimuovere da sé inavvertibili sigilli rettiliani; svincolando la coscienza da una coercizione ancestrale.
L’alchimia, è importante ribadirlo, consiste nel tenere separata la personale formazione da ogni possibile forma di sterile compiacimento, costituito dalle molteplici distorsioni dell’ego, tanto questo possa presentarsi sotto forma di patologica disistima o eccessiva ammirazione di sé, poiché, è cosa nota, entrambe le circostanze rappresentano occasioni di mortale dispersione delle preziosissime energie vitalizzanti la salute dell’animo. 
Potremmo e dovremmo ricavare dal cosiddetto ‘stato di salute’ l’occasione per partecipare attivamente all’edificazione di un assetto virtualmente esemplare – provvisorio, si, ma ugualmente significativo nella sua rigorosa decisione di realizzare la più veridica anticipazione in vita dell’Originaria Integrità Trascendente (in noi – tragicamente – dispersa).
Unicamente attraverso tale impegno, che l’esercizio metodico della forza può e dovrebbe assolvere ad una finalità propriamente riconoscibile come superiore.


*Come asserivano gli antichi, e tra questi Aristotele, Ippocrate, Galeno, non il gran numero di esercizi giova alla salute, ma la misurata ripetizione di pochi consoni al consolidamento del corpo e al mantenimento della sua agilità.


giovedì 18 gennaio 2018

del percorso


“Guarda il grande mistero delle stelle, dalla via Lattea viene il terreno germinale delle anime ed esse cadono nel mondo materiale”
(Pimandro)
Secondo l’antica cosmogonia iranica, la lotta tra il bene e il male sarebbe preesistente al mondo stesso, ed in questa realtà la schiera dei giusti prova smarrimento e solitudine, approfondendo i motivi prevalenti della sua sostanziale estraneità nei confronti della dimensione materiale.
La vita, nella concezione tradizionale, è considerata essenzialmente come ‘prova’,  in cui l’azione vivificante della ‘luce’ = conoscenza, consiste nella capacità della persona di evocare dalle proprie profondità interiori l’ineffabile misura d’integrità preesistente al Cosmo fisico.
E’ un anelito rivolto dalla coscienza alla dimensione trascendente, dalla quale la coscienza stessa sente di provenire e per la quale l’esistenza materiale oltre che essere una fenomenale condizione di esilio, assume anche una precisa connotazione misterica; qualificandosi come un’effettiva 'chiamata alla presenza' e dove la via alla ‘risalita’ è molteplicemente ostacolata da potenze propriamente oscure.
Per questo, in tutte le discipline iniziatiche d’ogni tradizione, è affermato che nel corso dell’esistenza terrena è decisivo fare esperienza della dimensione trascendente, ottenerne effettiva premonizione e cognizione, attraverso la quale poter 'anticipare' quei significati superiori dell'essere, che quaggiù, sono profondamente congiunti ai motivi emblematici della ‘seconda nascita’; l'evento significativamente iniziatico e prefigurato presso ogni dottrina sapienziale.
La simbolica germogliazione dell’essere solo in ciò si attua ed ogni sua affermazione significativa consiste esclusivamente nella schiusa allegorica della propria interiorità, in cui si riversano i sovrastanti significati dell’originaria emanazione splendente.
Quest'esperienza vale come l'unica circostanza in grado di amplificare la consapevolezza, avendo disconnesso dalla consapevolezza stessa l’identificazione transitoria dell’io storico occasionalmente incarnato (ego).
Lo ‘stupore’ arcaico – la suprema ingenuitas = nascita incorrotta, eminentemente libera – produsse la proverbiale incubazione filosofica, che noi ancora oggi, nonostante tutto, siamo predisposti a realizzare, il cui senso misterico è presente nella stessa allusione evangelica di un ritorno interiore all'emblematico stupore fanciullesco, che vale il realizzare una condizione elettiva di  'primitiva fanciullezza estatica', senza la quale resterà drasticamente precluso il metaforico ingresso al Regno dei Cieli (Vangelo secondo Matteo 18,1-5.10.12-14).
La volta celeste e' la cavità apparente che costituisce il proscenio ineffabile della profezia, racchiudente il mistero della sorte connessa alla vita dell’uomo, meravigliosa e terribile.
La tragedia, dunque, è l’ineludibile mistero della sorte, la consapevolezza della molteplice e contraddittoria 'volonta' divina', quanto della momentanea insuperabilità del dolore, sia esso fisico quanto e soprattutto ontologico. 

Nel corso dell'esistenza riecheggia la potente nostalgia di un originario bene perduto, e questo richiamo nostalgico alla 'pienezza' perduta e' qualificato come evocazione stessa di una profonda ragione sensibile,  ‘soccorrente’ l’animo ‘assetato d’infinito’, a renderlo idoneo per attuare, mediante un percorso estremamente disciplinato, la più elevata sopportazione del male: infondergli la forza necessaria per resistergli, di accettare in sé stesso la responsabilità della propria drammatica condizione, senza se e senza ma.

L’interiorità di ogni uomo è rivelata con l’essere una profondità puramente mitica, in cui la percezione o aspirazione stessa dell’indicibile splendore originario, quanto mai opacizzato nella nostra Era, è proiettata attraverso ideali coordinate propriamente meta-siderali. 
Tracciati celesti nelle cui geometrie esteriori s’identificarono i segni stessi della realtà divina e dei suoi primordiali conflitti, così narrati negli originari Miti della creazione.
Tutt’altro che placatesi, queste conflittualità trascendenti continuano da tempo immemore a vorticare costantemente nella coscienza di ognuno, che egli ne sia consapevole o meno; perché l’uomo, in quanto virtualmente capace di riflettersi nelle stelle, da sempre nell’intimo è agito da forze divine: la sua grandezza risiede nella consapevolezza stessa della propria abissale impotenza.  




L’imperscrutabile istante in cui il tutto proruppe dal nulla , senza che ce ne accorgiamo, e' replicato costantemente nella nostra interiorità. 

L'irrisolto rapporto con l'ignoto, dal fondo di molteplici contraddizioni, ci richiama ad essere posti costantemente in causa dinnanzi al tutto.
L’aspirazione ideale, intensamente perseguita attraverso i millenni per mezzo dell'ardente “ragion poetica”, essa stessa quasi occhio veggente e guida magnetica della pura comprensione, nonché, sottilissimo tratto d’unione tra la dimensione onirica e il dominio della durissima necessità materiale, costituisce, per le sue intrinseche qualità sovrasensibili, la terminale ‘preziosità alchemica’ che è propria dell’esiguo filo iridescente rilegante l’essere al nulla. 

E’ il simbolico filo d’Arianna, che riannoda nelle volute del labirinto cosmico il cammino dell’uomo ai primi significati sensibili, situati al varco stesso della sua prima emanazione-corruzione, ancestralmente fluita da un abbandono inconsolabile.
Perché in noi, nella coscienza di ognuno, riecheggiano i singhiozzi corrotti del demiurgo omicida.
L’Uomo originario nella Gnosi è identificato come Anthropos – Adamo – preesistente alla stessa creazione del mondo, o meglio, preesistente a quei motivi che addensarono l’universo e, dunque, non è l’Adamo biblico così come descritto nella Genesi, ma, bensì, l’identità emblematica che il cristianesimo gnostico attribuirà all’archetipale Figlio dell’Uomo, ovvero, il Salvatore = colui che salva: da cosa? dalla dimenticanza abissale.
Il Figlio dell’Uomo è l’identità segreta e sensibilmente riflessa nella coscienza di ognuno, ma che giace disattivata nella notte oscura dell’anima, come un seme raggelato in attesa di ricevere il calore necessario per germinare.
La fioritura dell’essere è rinnovata sempre al di sopra delle Ere, è un germoglio in grado di forare la trama stessa del tempo così come nella realtà esteriore uno stelo d’erba può forare il catramoso manto stradale che ricopre il terreno naturale.
L’unico compito realmente significativo dell’uomo, in qualsiasi punto dell’Età cosmica possa situarsi il suo cammino, è di provare a restaurare l’incorrotto stato originario anteriore alla caduta nelle tenebre, di ricordare chi egli effettivamente sia, ed altro non c’è.


lunedì 15 gennaio 2018

Schegge dell’Opera




“L'anima di Adamo è venuta nell'esistenza per mezzo di un soffio. Suo consorte è lo spirito. Chi glielo ha dato è sua Madre; e con l'anima gli è stato dato uno spirito, al suo posto. Per questo, quando si è nascosto egli ha pronunciato parole superiori alle Potenze.

Esse lo invidiarono perché erano separate dall'unione spirituale”

(Vangelo di Filippo, 79)

“Finiscano una volta per tutte i discorsi oscuri, si faccia scintillare nel fondo delle tenebre teologali il primigenio barlume dello spirito immacolato.
E accadde così, ad un passo dalla rivelazione del Tutto, che ad un tratto, improvvisamente, la via divenne scoscesa assumendo una pendenza sempre più ripida e tutti i viandanti, non potendo mantenere l’equilibrio, privi del necessario appiglio, uno dopo l’altro,  cominciarono a precipitare.
I loro richiami allarmati riecheggiarono nell’aria azzurrognola della sera, e chi da lontano ne coglieva l’eco era sfiorato da un lieve brivido che risuonava fin dentro le ossa.
..............
Qui non ci si ferma, ma l’impossibilità di fermarsi non significa che non  sia improbabile il fatto di girare in tondo per un tempo indefinito.
...............
Qualcuno, animato da un profondo calore partecipativo, talvolta si avvia lungo la strada scoscesa e accidentata, confidando di riuscire ad estrarre dai suoi motivi maggiormente reconditi una qualche meraviglia, un’essenza che possa esser restituita nella sostanza di un toccasana integrale. Quasi a distillare dalla suggestione immateriale alcune lacrime  della proverbiale quintessenza, la medicina aurea in grado di mitigare i tormenti della coscienza.
Ma quale abbaglio, quale svista fu più mai eclatante di questa!? La convinzione, alla fine, è stata quella di credere di poter raggiungere uno spazio chiaramente illuminato, mentre qui, invece, ancora si procede tra meandri tortuosi immersi nell’ombra e ricoperti da fitta nebbia. Eppure, fummo avvisati, qualcuno dotato d’indubbio acume già da tempo ebbe a notare: la nebbia mistagoga è per l’uomo una necessità inevitabile”.
(anonimo alchimista tedesco del XIX sec.)
“ (per salvarci) non abbiamo bisogno di nulla, se non di uno spirito vigilante”
(Abba Poemen 135)




lunedì 8 gennaio 2018

il dissolvimento necessario



“chi mangia e beve indegnamente, mangia e beve la propria condanna”

(1 Cor. 11)


Il giusto impiego della nascita naturale lo realizziamo nello scioglimento dell’anima mentre il corpo fisico e' ancora in piena efficienza.

La natura solare e zodiacale, secondo la dottrina ermetica, costituisce il ‘rifugio provvisorio’ racchiudente i misteri della ‘natura unica’ dove agisce una radiazione composita, ordinariamente definita come ‘spettro elettromagnetico’, al cui interno sussiste, come emanazione ineffabile, l’essenza trasfigurante la realtà della coscienza. 
Questa peculiarità trasfigurante non assolve valori solo elettivi.

La trasfigurazione identitaria può benissimo muovere la coscienza in piani maggiormente confusi dell’essere, i quali, appunto, sarebbero relativi della dimensione astrale, che è il luogo ‘onirico’ in cui agiscono i noti ‘Guardiani della Soglia’, i sorveglianti occulti del dominio cosmico istituito nel multiforme principio della contraffazione originaria; quale fu ideata dagli Arconti della tradizione gnostica.

Il cerchio zodiacale stesso, è l’immensa giostra cosmica in cui periodicamente si rinnovano le tormentate illusioni delle anime incarnate.

Questa sorta di orrorifico Luna Park dell’esistenza, è perfettamente congegnato affinché l’uomo dilapidi la propria ricchezza immateriale, adoperandosi stoltamente per rimanere perennemente aggiogato alla ‘ruota delle meraviglie’, la ruota samsarica governata secondo la cosmogonia Hindu da Yama, il dio dei morti, i cui denti incisivi rappresentano allegoricamente i 4 dolori coscientemente patiti dall’uomo: quello della nascita, della malattia, della vecchiaia e della morte. 

Nell’attuale piano dimensionale l'uomo agisce all’interno di uno schema preordinato, dove tutto è orchestrato per amplificare l’immedesimazione dell’ego nell’idea della perdita o del possibile guadagno.

All’interno di questo tetro Luna Park, può trovare pieno significato l’azione dell’alchimista, di colui che ricerca il ‘Rimedio Universale’, sperimentato mediante continue intime distillazioni di senso, ridestando la coscienza dal profondo stordimento indotto dai ritmi meccanici della ‘giostra’ su cui ruota il continuo rinnovamento della vita.

Come nella realtà ordinaria, la notturna illuminazione artificiale della giostra è parodia della luce naturale, così di giorno, la stessa luce solare a sua volta è contraffazione della vera Luce: caricatura della ‘chiarità preesistente’ all’attuale dimensione chiaroscurale, dove i contorni della falsificazione si confondono perennemente con quelli della verità.

Così, ad esempio, nella lettera di Paolo agli Ebrei 4, 12-16, alla parola Dio, dovremmo sostituire il termine “Luce preesistente”, dunque, idealmente, non volendo sottostare al giogo dell’entità elusiva, recuperiamo l’originario significato salvifico dell’insegnamento finora contraffatto dall’impronta dogmatica, e leggeremo invece di: “la parola di Dio è viva…” “La Luce preesistente è viva, (intendendo per essa ciò che di maggiormente vitale opera all’interno di questa intelaiatura energetica che è il Cosmo) efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione (infinitesimale) dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla; scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”.

Non si ottiene libertà adottando atteggiamenti di supplica o contrita preghiera, che, anzi, ci schermano inesorabilmente dalla ricezione dell’azione benefica del Principio Splendente, ma, bensì, la salvazione è conseguita mediante un’intima disposizione soddisfatta di sé e della propria sostanziale insignificanza terrena, (liquefazione dell’ego) e possiamo accoglierne il senso maggiormente recondito, congiunto al mistero della presenza a questa vita, attraverso una profonda rielaborazione intuitiva (operativa) della nostra autentica identità che e' dissimulata dalla maschera dell’ego.



Tale irraggiamento sovrasensibile, (che non è una grazia concessaci ad arbitrio di Dio) penetra, come è scritto nella lettera paolina, i nostri motivi maggiormente profondi illuminando (risanando) l’intelligenza del cuore, la quale è intesa come particolarità puramente veggente dell’inesprimibile realtà 'superiore'.


La Luce preesistente, che è tenebra ad occhi solo materiali, si fisserà profondamente in noi stabilizzando il caotico centro del desiderio, a disconnettere l’impianto dell’errore costruito sulla natura dell’ego.

Si tratta di comprendere che la missione essenziale e fondamentale del corpo fisico naturale, sarà realizzata solo mediante l’applicazione di un ‘nuovo comportamento’.

Solo i risultati del ‘nuovo comportamento’ ci rendono atti a liberarci da noi stessi.

Ciò che è importante non è tanto quello che si realizza, e, d'altronde, meno che mai può essere collegata a quest’aspirazione una mera quanto deleteria volontà autodeificante, ma, ciò che dovrà accadere all’interno dell’aspirazione maggiormente recondita, e' la restituzione senza rimpianto di quanto di più innocente può sussistere nel profondo di noi stessi e, perciò, realizzare l’essenza ineffabile di quanto è più estraneo alle dinamiche ottenebranti della vita.



L’idea stessa di amore, la sua percezione sublime deve subire un rivolgimento assoluto, poiché il suo stesso nucleo estasiato contiene in sé elementi pesantemente offuscanti.

L’acqua di Vita, menzionata nei trattati alchemici, riguarda l’immersione dell’iniziato nell'originaria, amara e chiarissima, ‘corrente eterica’ dove l’adepto ‘guarisce’: guarisce da cosa? dalle sue afflizioni e immedesimazioni parziali e Rettificando la propria coscienza, smaschera l’inganno primordiale che gli è stato collegato.

Peraltro, senza che questo significhi il poter estinguere il dolore insito nella circostanza stessa dell'esistere, ma, bensi', apprendere dalla pratica sperimentale di una ritrovata ierosofia (scaturita dal senso puramente tragico dell'esistenza) la facolta' di sopportare il dolore stesso, che e' ineliminabile dalle circostanze determinanti la nostra costituzione terrena. 

Per conseguire la liberazione ontologica, che in ogni caso significa la definitiva liberazione da se stessi, per neutralizzare e abolire l’onta ancestrale che l’ha sottomessa, la persona dovrà ripulirsi da ogni forma di sentimentalismo vischioso; pervenire a questo non è affatto agevole.     

Oltre le metaforiche ‘giunture’ e ‘midolla’ del corpo fisico menzionate nella lettera paolina, dunque, ben più profondamente di ogni profondità immaginabile, al nostro interno trova realtà l’azione della preesistente radianza geniale, per la quale è rivelata la dimostrazione ‘puramente immaginale’ che è in grado di tradurre la sorte dell’animo al di là della ‘griglia’ astrale, in cui da tempo immemore si dibatte.

La Verità della Luce preesistente, (la sua ricerca trova coincidenza con la stessa cerca graalica) fu contraffatta nell’identità stessa del Dio-entità e falsificata nell’ossequio di un compiacimento dottrinale rivolto al severo e morboso padrone della sua creatura, la quale, in buona sostanza, sarebbe anche la sua unica fonte di nutrimento eterico.

Si tratterebbe di fare intimamente appello alla forza della Luce gnostica, ovvero, all’alchemica ‘Volontà di Proiezione’ e, pertanto, elaborare la nostra ‘perla ignea’, pervasi di una serena partecipazione per la recita che quaggiù dobbiamo assolvere, consapevoli che la personalità ordinaria sta all’essenza come un capello o un unghia stanno alla fisionomia della persona cui appartengono.

L’integralità dell’essere dovrà emergere da un dominio multiforme attraversato da miriadi di esseri e di forze, che precisano il mistero della partecipazione cosciente a questa vita e la ragione stessa del nostro imprigionamento.

Il rimedio supremo è interno a noi, emblematizzato come la “Fonte segreta dell’essere”, la cui polla sorgiva scaturisce da un altro ‘campo di vita’ preesistente la manifestazione attuale.


La Luce preesistente è antitetica a tutto ciò che quaggiù gratifica la nostra identificazione ordinaria, mantenendo l’orbita del nostro io astrale, stabilizzata attorno un nucleo di suggestioni svianti. 

L’avvenimento di scoprire se stessi è un accadimento tutt’altro che carezzevole, ma costituisce l’esperienza indicibile di un evento propriamente doloroso: innanzitutto si tratta di morire a se stessi, ma, in un certo senso, estinguersi intimamente ricercando comunque la gagliardia fino all’ultimo istante dell’esistenza terrena ed oltre a ciò, oltre a quest’apparente assurdità, nulla può essere affermato, poiché l’incorrotta radianza originaria per sua essenza e destinazione è di natura non dialettica.

L’ego o emblematico drago interiore, è metaforicamente trafitto da una personale volontà non semplicemente ‘solare’, ma 'ultra solare', 'meta-solare', e chi fa appello alla sua ereditaria Forza di Luce dovra' simbolicamente portare il suo io alla tomba.

Qui trovano piena dimensione le parole che il Cristo simbolico rivolge a tutte quelle coscienze radicate nella sviante immedesimazione egoica, annodate nella fitta trama di complesse contraddizioni esistenziali, la cui intelaiatura emotiva trova compatta aderenza anche attraverso infinite storie di relazioni affettive, percepite come valori assoluti di gioia e patimento. 

In tutti i Vangeli canonici e apocrifi sono rivolte dure parole di ammonimento verso i bassi compiacimenti dell’ego, alle sue aspirazioni e afflizioni gravemente e vanamente illusorie, sovente dirette contro metaforiche paternita' e maternita' di deleterie convinzioni religiose, che sostanziano la radice di un errore ereditario rilegante la persona all'inganno ontologico originario (inganno propriamente arcontico) e variamente diversificato in una pluralita' di superstizioni mistiche contratte dalla maggioranza degli uomini fin dalla loro primissima infanzia; tale decisa convinzione trascendente, relativa all'importanza estrema di dover realizzare nella breve durata del passaggio terreno la Determinazione di Salvezza internata nelle inespresse potenzialita' dell'individuo, sarebbe così esplicitata in Matteo 10,32: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli stessi di casa sua. Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me...”

L’unica valenza ammissibile è riconoscere in quel “degno di me” la dignificazione metaforica dell’animo ri-emergente dal pozzo fondo dei tormenti e angosce, sottratto dalle soffocanti spire di irrimediabili dipendenze emotive, a ritrovare la sua giusta collocazione. 

Altre soluzioni di comodo, prevalentemente consolanti, (cosa si consola? L’ego infimo) sono unicamente i molteplici aspetti dell’inganno in cui siamo racchiusi.     

La distanza intercorrente dal semplice privilegio di scrivere o leggere di ciò al beneficio della sua possibile realizzazione, è infinitamente più ampia del proverbiale intervallo posto tra il dire e il fare.