giovedì 29 novembre 2018

Gnosi ferrigna e qualità eroica: breve annotazione sull’Acciaio dei Filosofi


…Governa dunque dolcemente con eguaglianza e proporzione, il tuo orgoglio e le altezzose nature, affinché tu non favorisca l'uno più che l'altro, poiché, in questo caso, loro che sono naturalmente nemici, cresceranno furiosi contro di te, animati dalla gelosia, e disseccheranno irascibili, e ti faranno sospirare per molto tempo dopo.

Oltre a ciò, tu dovrai mantenerli perpetuamente a questo calore temperato, il che significa, notte e giorno, fino al tempo in cui l'Inverno, il tempo della mistura degli elementi, sarà passato; poiché loro faranno la loro pace, e uniranno le mani per essere riscaldati insieme, ma se dovessero queste nature trovarsi anche una sola mezz'ora senza fuoco, diverrebbero per sempre irreconciliabili. Vedi perciò la ragione per cui è stato detto nel Libro dei settanta precetti: Guarda che il loro calore continui infaticabilmente senza mai diminuire, e che nessuno dei loro giorni sia dimenticato.

Nicolas Flamel

L’idea iniziatica, nel suo esplicitarsi lungo il corso delle differenti manifestazioni storiche, che hanno conferito sviluppi talvolta prodigiosi (seppur discordanti) alla sua applicazione pratica, (sublimata mediante l’architettura, l’arte e la poesia) anche oggi potrebbe essere ricondotta ai principi della sua essenzialità trasmutativa, questo, nonostante l’epoca attuale dimostri con ogni evidenza di contrastare qualsiasi principio puramente iniziatico, congiunto al senso della trasformazione spirituale della persona che, attirata da una eccezionale forza persuasiva subliminale, rimane sottomessa al più fenomenale sviamento del senso di sé come mai prima d’ora ha avuto modo di sperimentare.  

L’allegoria ermetica che salda i metalli a determinate proprietà sottili dell’individuo, vede l’Antimonio come emblema dell’Anima Celeste: entità sottile giunta all’apice della trasformazione, della purezza e della forza attiva, che sono proprie alla potenza increata dello Spirito.

Si tratta, in buona sostanza, del principio che innalza l’Iniziato ad un dominio d’irriferibile soavità, la cui essenza è completamente sciolta da ogni legame terreno.

Gli ermetisti dichiaravano di usare il loro Antimonio per lavare l’Oro filosofico e purificarlo da tutte le scorie. A livello grafico nell’ideogramma dell’Antimonio riconosciamo il cerchio – simbolo dell’Unità – e la croce, che posta al di sopra di esso, indica un lavoro compiuto e una perfezione definitivamente acquisita - peraltro, a parere di una determinata esegetica, presumibilmente influenzata dai capovolgimenti valoriali operati dalle forze della contraffazione iniziatica, lo stesso simbolo costituirebbe anche la sintesi di una grave distorsione, di cui ora qui non interessa approfondirne la disamina.  

L’alchimista Filalete scrisse il nostro acciaio è la chiave vera dell’Opera.

L’allegoria dei metalli, congiunti agli aspetti di determinate qualità interiori in noi latenti, renderanno ogni sincero praticante il metaforico fabbro del suo incandescente nucleo emotivo.

Nel Dizionario di Alchimia e Chimica antiquaria l’Acciaio dei Saggi è spiegato come una lega di Antimonio e Ferro, rispettivi emblemi dell’Anima intellettuale e del principio guerriero-virile, la dove per Vir (virilità) va inteso l’eminente principio ispirativo congiunto alla compassione, come sovrani unici dell’agire autenticamente cosciente.

L’Acciaio, andrebbe assimilato alla costanza assidua e tenace di chi persegue il proprio riscatto dall’assoggettamento alla materia mediante una pura Determinazione, che avviluppa, come mantello ardente, l’Iniziato al momento della purificazione: il Fuoco Filosofico ben temperato da una perfetta Volontà Mistica.

In questo senso l’Acciaio (secondo l’esegetica di Oswald Wirth) metterebbe in relazione costruttiva l’identità dell’operante alla zona maggiormente limpida dell’atmosfera eterica, che è ricettacolo delle virtù superiori ed inferiori, secondo l’adagio che presenta una significativa reminiscenza gnostica: La Terra è nera e dentro di sé, nelle sue viscere, ha luce = Luce immateriale preesistente alla luminosità astrale fisica, la quale, in buona sostanza, ne costituisce la sviante contraffazione.

Pervenire al senso ineffabile della prima, invisibile luminosità pre-celeste, costituisce il fondamento intuitivo necessario per dare avvio ad un concreto lavoro su di sé.  

Fulcanelli annoterà: L'oggetto vile e disprezzato dagli ignoranti, è il primitivo soggetto dei saggi, l'unico dispensatore dell'acqua celeste, nostro primo mercurio e grande Alkaest, il 'dissolvente universale' .

Il simbolismo ermetico riferisce del solfureo drago nero che occulta al suo interno la bianca principessa (quale emblema dell'anima) che dovrà essere liberata dalla sua tetra prigionia.

Le antiche favole riferiscono di prodi cavalieri risoluti sconfiggere questo dannato mostro, restituendo allo splendore l’incantevole principessa.

 Il cavaliere (simboleggiato dallo zolfo) assume compositi aspetti allegorici, per i quali è presentato dalla mitologia come Ares/Marte, Cadmo, Perseo, Ercole, o nelle leggende cristiane nelle vesti di Longino o San Giorgio, a ogni modo, tutti costoro sono coperti da corazza e armati  di spada di acciaio per uccidere il drago e liberare la Vergine Bianca (benché la funzione della spada possa anche essere assolta dalla lancia).


Vale la pena di notare che l’iconografia maggiormente rigorosa, quando ritrae l’emblema dell’archetipo spirituale nell’atto di sconfiggere il male, rappresenta il vincitore nell’atto di tenere la mano che brandisce l’arma sempre sollevata sopra la testa. Questo perché l’acciaio di cui è formata la spada o la punta della lancia simboleggia la Vir sprituale, la quale è superiore all’identità ordinaria che risiede nella mente: a significare che lo spirito travalica sempre la mente.
In questo frangente, il potere evocativo è tutto, ed è estremamente arduo saper mantenere l’equilibrio interiore. Gli ostacoli più difficili sono costituiti dall’avidità del corpo e della mente. Lo slancio vitalistico è fatalmente attratto dall’avidità egoica e, in questo senso, è la vita che ci possiede e non il contrario.

Nell’ottica di una sopravvivenza solo egoistica, dunque massimamente inconsapevole, dire vita significa affermare un principio di distorsione continua cui è impossibile porre rimedio.

In ragione di ciò, anche una circostanza apparentemente irrilevante, quale può essere l’esercizio fisico, deve necessariamente disciplinarsi per trasformare l’ego.

Si tratta di evocare in sé un continuo appello interiore alla radianza originaria che giace nelle segrete dell’io, incastonato nella prigione terrena del corpo fisico; di fatto, occorre prendere piena consapevolezza che l’esistenza ci coinvolge in una dura lotta interiore costante. 

martedì 27 novembre 2018

La disciplina iniziatica


I motivi iniziatici, variamente contenuti nelle grandi narrazioni sacre dell’umanità, come la Bhagavad-Gita, le Argonautiche, l’Odissea o l’Iliade, l’Eneide, l’Asino d’oro di Apuleio, così come negli stessi Romanzi del Graal o la Divina Commedia, sono articolati attraverso una narrazione puramente allegorica (sublime arte del racconto tradizionale) che allude, nella sistemazione simbolica dei diversi quadri narrativi, alle diverse fasi da realizzare per l’edificazione dell’Opera interiore.
Ogni viaggio o vicissitudine narrati in queste storie, riferiscono dell’ineludibile attraversamento dell’animo di luoghi e contrade ignote dense di pericoli mortali, che vanno superati per conseguire l'effettiva liberazione: la liberazione in cosa coincide? alla definitiva liberazione da sé.
L’idea di disciplina, è onnipresente in tutti questi poemi significando la subordinazione dell’animo alla inesausta ricerca della sua purificazione, per la quale è sviante anche il desiderio stesso di realizzazione spirituale, essendo tale aspirazione la piu' raffinata proiezione illusoria concepita dall’ego menzognero e malato. 
L’esercizio estremo e continuo, dovra' riguardare unicamente l’ottenimento del miglior ordine emotivo congiunto al difficile risveglio della compassione, niente altro. 
Il progressivo aggiogamento dei sensi fisici ordinari, (attraverso i quali è necessario poter accedere al senso dello straordinario) è indispensabile per la comprensione del nostro significato ultimo, diretto verso un’idea suprema e, di fatto, inesprimibile, che prevede il superamento definitivo della caduca materia.

L’archetipo della morte-rigenerazione sacramentale, che trasforma l’identità degli iniziati in indicibili estensioni sensibili della preesistente equivalenza luminosa dell’essere, costituiscono il motivo superiore giustificante la nostra transitoria apparizione terrena.

A tal proposito notò giustamente Yukio Mishima: La bellezza della carne, la bellezza spirituale, tutto ciò che concerne la bellezza nasce solo dall'ignoranza e dalle tenebre. (La decomposizione dell'angelo)

Le muse o della Grazia illuminante


…dalla santissima onda
rifatto si come piante novelle,
rinovellate di novella fronda,
puro e disposto a salire alle stelle
(Purg. XXXIII, 142-145) 
Il viaggio-sogno mistico di Dante, seppur con differente finzione poetica, è allegoria dei medesimi significati sapienziali arcaici riferiti ai misteriosi percorsi dell’animo inoltrato nell’oltretomba; in quei luoghi ultramondani già esplorati dai primi orfici, nei quali il Poeta, trovandosi in stato d’incoscienza, è condotto da Lucia - Luce - al balzo del Purgatorio, (Purg. IX, 19,24) dove sono rievocati i preminenti motivi estatico veggenti, variamente narrati nei resoconti di innumerevoli viaggi immaginali menzionati da ogni Tradizione sacra.
La certezza dominante, verte sulla consapevolezza che già durante il corso della vita terrena è possibile (fondamentale) acquisire coscienza dell’esistenza di una preminente apertura dimensionale, conseguibile dall’adepto solo mediante l’ausilio di una specifica preparazione mistica estremamente rigorosa.  
La primigenia scaturigine orfica, confluisce nell’Eunoè dantesco, dove l’allegoria umanizzata dalla figura di Matelda rievoca, seppur in altra sembianza - sub specie cristiana - la medesima essenza della Persefone mistagogica (la Kore) cui si addice il grave compito di scortare le anime alle emblematiche acque che ravvivano la virtù tramortita.
Qual è il preminente insegnamento trasmessoci?
L’uomo realizza autenticamente se stesso solo mediante una provata disciplina emozionale, destinata a divenire disciplina stessa dell’estasi utile a svelare la dimensione cangiante del Vero; dove l’anima perviene alla vastità emblematica della sua prodigiosa quanto assurda prigionia, intuendo quale sia il luogo ineffabile della propria origine incorrotta.
Nel confinamento obbligato in cui risiede il suo soggiorno terreno, unicamente la poesia (integralmente vissuta) può efficacemente soccorrerla, rettificandone il fondo smarrimento, indicandole tramite una preziosa ambiguità la disagevole e coinvolgente via che introduce alla sua definitiva Liberazione.
Possiamo renderci conto del perché la società attuale sia irraggiata da continui suggerimenti subliminali, (pop-ipnosi) desolatamente vuoti di ogni barlume poetico e sia tanto sovraccaricata di facili richiami seduttivi.
Come annota un sagace studioso di cose sacre, la parola piacere (intesa nella sua accezione terrena) nella lingua anglosassone è please, la quale, assai significativamente, può essere riordinata nella parola asleep = addormentato.
La Musa è il simbolo della Grazia illuminante, che l’uomo rievoca in sé come superiore qualità di veggenza, espressione di legame ancestrale ad una sovrastante reminiscenza che nel valore del ricordo, (volontà del  ricordare = accordo del cuore) eleva i propri significati a perfetto assentimento della dimensione divina.
Musa è verbo significante il suscitare venti, così come il far scaturire una sorgente, o far divampare una fiamma, o il lasciar andare i cavalli, indicando quindi un impulso al movimento, una liberazione di energie latenti, il cui significato trova affinità coi verbi orientali dell’antica cultura vedica in particolar modo riferiti alla pura ispirazione.
Dal verbo latino mon-eo, deriverebbe il nome stesso della madre delle Muse Mnemosine, e si può anche confrontare il teonimo romano Mon – Moneta – epiteto di Giunone, colei che avvertì i Romani di un terremoto imminente, (Cicerone: De natura deorum, III.47) potendo ravvisare nell’informazione antiquaria il nesso ancestrale che salda tra loro memoria e veggenza.

Per questo i poemi sacri, patrocinati dalle Muse, riferiscono attraverso la trasposizione poetica il fondamento iniziatico della pura Conoscenza, (valore intuitivo contraddistinto dall’empatia profonda) che sola può realizzare la dimensione umana, altrimenti destinata a rimanere inesorabilmente circoscritta dal primordiale inganno.
Le conseguenze dell’inganno ancestrale, ideato dal demiurgo omicida, sono state spesso equiparate alla totale dimenticanza dell’anima abbandonata nelle tenebre di una irrimediabile condizione letargica.
Ritrovare la correlazione tra l’ispirazione e l’oscurità in cui è immerso il tempo presente, è il compito, la fatica iniziatica, apparentemente disperata, dell’animo incarnato nella presente dimensione.


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martedì 13 novembre 2018

Variazioni sul senso della ginnica o la riscoperta della Determinazione Primordiale dell’Essere



Possiamo intuire come la nostra identità rappresenti una sensibile sporgenza provvisoria scaturita dal Nulla, letteralmente generata dal mistero compenetrante la totalità della vita: dove ieri non eravamo e domani non saremo. Ciò che ci preesiste è la sola intuizione splendente del sogno, del mito, le contraddittorie, (prodigiose e paurose) potenze aurorali da cui scaturisce ogni cosa visibile quanto invisibile.

La competenza fisica dell’esercizio ginnico, equivale al possibile lavoro concreto su di se' che ogni praticante sincero dimostrerà di saper svolgere, e serve a conferire una saldezza (seppur momentanea) all’inconoscibile sopra evidente in cui è riflessa l’identità segreta dell’uomo.

Questa possibile percezione di solidità e forza benevola, è quanto mai preziosa per ri-evocare in noi stessi l’intuizione della pura libertà, per ri-scoprire l’autonomia dell’essere, riconoscendo in tale circostanza il fondamento stesso del nostro bene maggiormente prezioso.

Bisogna tenere a mente che siamo i discendenti di una stirpe d'argilla, destinati ad andare in frantumi al minimo urto del Fato e questa consapevolezza non deve deprimere quanti la interiorizzano, ma esaltare l’animo rivestito dal caduco involucro terreno, indirizzando gli esiti ultimi dell’esistenza verso una maggiore finalità.

La ginnica non deve essere un pretesto di distrazione, pervertendosi ad una mera ostentazione, ma deve servire ad acuire la concentrazione sul dato vivente essenziale.

Platone, non a caso, diede perciò grande rilevanza all’educazione fisica, che riteneva essere il principio di conservazione e di raccordo ideale con le virtù e i valori espressi dalla più robusta età arcaica.

Il lavoro su di sé, in fondo, anche oggi, non dovrebbe differire troppo dalle aspirazioni di chi un tempo era partecipe dei Sacri Misteri, desiderando iniziarsi ad un’esistenza maggiormente pura e degna, nella ferma volontà (la maggior fermezza e convinzione al necessario trascendimento di sé, è dato dall’ispirazione, il cui senso è corroso dall’odierno condizionamento mediatico pop-ipnotico) di riuscire a infondere alla caduca presenza, in cui l’esistenza terrena è irrimediabilmente circoscritta, una qualità austera, propriamente radiante, in grado d’infondere la miglior saldezza possibile alla transitorietà in cui siamo intagliati, quasi a sfavillare la consapevolezza di un ampliamento propriamente veggente, (la cripto-veggenza che è propria della primordiale intelligenza interna ai tendini e le ossa – in cui è depositata l’atavica sensibilita' minerale) ottemperando in tal modo, in ossequio all’estremo ottenebramento arrecato all’animo dal tempo presente, all’idea pratica di una pura Gnosi ferrigna, estremamente povera di consistenza concettuale quanto ricolma di vitalità radiante.

Smantellato il basamento esteriore della Tradizione, l’attuale corrente dissolutiva su cui viaggia la cosiddetta innovazione (progresso) sembra aver divelto l’uomo di ogni valido sostegno metafisico, trascinando via i suoi eminenti riferimenti simbolici, lasciando l’individuo contemporaneo vuoto di valori e completamente nudo, solo, di fronte all’immane rivolgimento epocale in atto.

In questo senso, il presente assetto tecnocratico, economicistico e industriale, che domina i ritmi del divenire, non fa altro che affossare ad un punto depressivo finora mai sperimentato prima la nostra già diminuita consapevolezza.

Disperso nella vastità del flusso universale, in balia di correnti insensate e privo di riferimenti certi, come desolato naufrago nell’oceano scintillante del Cosmo, l’uomo rimane penosamente aggrappato all’unico legno della sua tragedia infinita. 

Aggrappato appunto a forza di braccia, e, a un dato momento, la tensione bicipite può e deve divenire educazione stessa della fonda disperazione dell’animo.


Variazioni sul senso della ginnica o la riscoperta della Determinazione Primordiale dell’Essere


Ricolmo di forza sapiente, sette volte Beato sarai nello slanciare il grave ferrigno, desideroso di compenetrare la cupa materia di mistico e furioso splendore.


L’esercizio fisico, riguarda l’insieme di tutte quelle attività che tendono, attraverso una serie ordinata di azioni motorie, a sviluppare (mediante la progressione di un allenamento mirato) l’apparato muscolare conferendo robustezza e agilità al corpo.
La ginnastica (Il cui nome, deriva dal greco gymnòs = nudo, riferito alla consuetudine invalsa nella Grecia classica di eseguire esercizi ginnici a corpo nudo) viene coltivata e indirizzata a tutelare la salute, poiché s’individua nella sua attività una preminente capacità formativa, che, pur originando dal corpo, non dovrà limitare affatto alla sola costituzione fisica la sua azione educativa.
L’assunto da cui si parte, è che la vigorosa riflessione filosofica non può ignorare il corpo e che l’esistenza - autenticamente cosciente - non può ignorare l’originario esercizio filosofico, affatto inteso come inerte ragionamento su questioni astratte, ma come basilare principio di comprensione integralmente vissuto, costituendo l’ineludibile pratica formativa della propria identità.

E’ l’apprendimento stesso della conoscenza integrale, della capacità di discernimento concernente i diversi fattori che dominano l’esistenza, (fisico-emotivi) pur essendo consapevoli che non è possibile trovare un perfetto regime salutare, poiché, ovviamente, siamo mortali.

L’educazione fisica, dovrebbe presupporre il tirocinio totale della persona coinvolta nell’esperienza del proprio miglioramento, ciò indica un tipo di potenziamento affatto limitato alla sola valorizzazione dell’esteriorità fisica, ma principalmente esteso alla formazione del carattere e dello spirito di chi pratica.

L’esercizio fisico interessa l’esatta cognizione del gesto misurato al raggio del vigore emblematico, opportunamente irrobustito da una sollecitazione consapevole e connaturata all’effettiva potenzialità di cui ognuno dispone, prefiggendosi la finalità di formare – quanto più sia possibile fare – l’unità integrale di corpo-psiche, (perseguendo la sottomissione e non l’esaltazione dell’ego) in un certo senso, ad agire (mediante la facoltà evocativa) sull’essenza di noi stessi.

L’attività fisica, pertanto, rientra nelle competenze specifiche della primordiale Volontà di Verità, come possibile e provvisorio (estremo) rimedio alla tragedia dell’esistenza e all’irrimediabilità stessa del dolore, i cui esiti ultimi, in ogni caso, dimostreranno di configgere dentro un nulla disperante il significato ultimo della nostra illusoria identità.

Enea, germe del cielo,     

lo scender ne l’Averno è cosa agevole

ché notte e dí ne sta l’entrata aperta;

ma tornar poscia a riveder le stelle,

qui la fatica e qui l’opra consiste.

(Virgilio nell’Eneide; libro VI)

In questo l’esercizio fisico sembra lambire i territori immaginali della stessa alchimia, poiché il lavoro metodico sulla propria gravità terrena introduce alla percezione intuitiva dell’emblematica discesa interiore.

(VITRIOL: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem = Visita l’interno della terra – emblematica –  e, rettificando, troverai la pietra nascosta che è la vera medicina.)

mercoledì 7 novembre 2018

Coscienza e ispirazione







  …quando le carrozze viaggeranno senza cavalli


Quando le donne porteranno la cresta come i galli,
quando le macchie saranno giardini,
sarà un vivere d’assassini



(Beato Brandano 1490-1554)




Odhr significa ispirazione, la cui radice, od, (da cui Odino) sottende al prodigioso, congiunto a ciò che è furente.
L’unico significato dell’esistenza, risiede nella nostra possibilità di prendere effettiva coscienza di ciò che siamo e di cosa potremo diventare.
Siamo un’apparenza fugace, una sorta di momentaneo convertitore energetico, attivato da un nucleo emozionale distorto, (l’ego) uniformato alla straordinaria finzione che è la cosiddetta personalità ordinaria, la quale, appunto, rimanda al significato di maschera. 

Il preminente lavoro su di sé, essenzialmente, consisterebbe nella reintegrazione del desiderio, disciplinato alla propria origine semantica composta dalla preposizione ‘de’, che in latino ha sempre un'accezione negativa e dal termine ‘sidus’ = stella. Desiderare, pertanto, non riguarderebbe affatto un’ambizione terrena, ma, propriamente, avvertire in sé la mancanza delle stelle, come traslato di un patire la perdita del luogo celestiale da cui promana l’inconoscibile che ci anima, la patria ancestrale dell’originaria condizione di purezza preesistente agli inesplicabili motivi della caduta.

Per questo l’aspirazione autentica, fin dalle età maggiormente remote, ricerca intensamente il recupero della memoria primordiale connessa alla dimensione atemporale del Grande Sogno, tragicamente opacizzatosi, mescolatosi, sopraffatto fino quasi al limite dell’estinzione, nella seguente degenerazione dei tempi.

La rammemorazione, coincide al ricordo di sé, che è il ricordo stesso dell’animo, come occasione unica di cui disponiamo per nobilitare la nostra identità, (essa è un’individuazione estremamente sfuggente) attivata da un principio intuitivo-magnetico il cui nesso è instaurato dall’idea = intuizione, visione (impercettibile sostegno verticale) che è immagine dell’archetipo riflesso nel desiderio elettivo, (anelito ideale rivolto allo svincolamento definitivo da ogni forma di gravame terreno) e che coinvolge il medesimo eroico furore riavvicinante l’uomo all’essenza divina.

Tornano pressanti le domande dell'antica dottrina ermetica:

perché è stato necessario all’uomo stabilirsi nella materia?

Come si può essere salvati?

Da cosa essere salvati?

Perché si deve essere salvati?


Ogni forma di erudizione, se non diviene corrente vitale atta a potenziare in questa dimensione il senso mistico della nostra presenza è destinata a rimanere solo uno sterile esercizio concettuale, del tutto incapace di infondere alcunché alla pura determinazione dell’essere.
La determinazione è il prodigio dell’essere e vale la stessa conoscenza, esperita non mediante il concetto ma incarnata come stile di vita, come sperimentazione attiva della propria volontà orientata a rettificare l’inganno esistenziale in cui siamo racchiusi. Socraticamente, si tratta di educare il proprio intimo demone, avendo chiara la differenza tra ciò che è sottoposto al nostro dominio (il regime emozionale coniugato alle brame) e ciò che invece, come circostanza maggiore, giace al di là di esso. Visione (che non è stato allucinatorio) e intenzionalità profonde, non possono accendersi nell’interiorità se la psiche rimane estranea all’ispirazione, qualità sovrasensibile intesa come il primo nutrimento dell’anima.

Significativa è la circostanza di Orfeo, il valorizzatore per eccellenza della melodia e l'impulso lirico, che afferma la supremazia dell’ispirazione sul corso del tempo e del Fato, (Egli spande nel mondo le note dell’armonia, attraverso le quali poté redimere il supplizio patito da Issione, fermando il giro della ruota emblematica su cui era condannato) accorgendosi che la soavità scaturita dal canto diviene un motivo replicabile – prevedibile – finendo così col perdere la propria valenza misterica ed oracolare, abbandonerà infine lo strumento.
Poesia che equivale a fare, è il principio attuante nella coscienza la catarsi iniziatica, dove l’inizio, initium, è compreso soltanto da un progressivo distacco, propriamente elettivo, - che non è fuga - dalle volgari contingenze terrene, e che è da valutare come il risveglio effettivo del principio poetico dell’essere, (integralità del fare) il cui preminente valore, (completamente estraneo ad ogni facile sentimentalismo) nell’età post-moderna, appunto, è divenuto un perfetto non-senso per l’attenzione generalizzata e preordinata dell’uomo dei tempi attuali, (uomo nuovo – consumatorecavia) in prevalenza del tutto incapace a significare coraggiosamente la dilatazione della propria coscienza e, più che altro, profondamente inadeguato a presagire eroicamente l’infinito cui appartiene, rinchiuso come si trova nella miserrima dimensione del preconfezionato.

L’uomo è ostaggio del proprio ego, equivoca la bassa ambizione con l'ideale, la pura realizzazione con l'arrivismo, lusingato com'è da molteplici costrutti artificiali saturanti la nociva realtà dei consumi che lo sommerge, travolgendolo rovinosamente.

La società di massa, è caratterizzata da una smisurata smania distruttiva, totalmente pertinente a quella forma di nichilismo dinamico, vero e proprio sigillo dei tempi, che contraddistingue la fede cieca nel cosiddetto progresso: apoteosi di ciò che si dimostra come maggiormente contaminante e che specifica l'indistinta precipitazione di ogni valore (evoluzione regressiva) livellato al senso del profitto più abietto.

martedì 30 ottobre 2018

Brevi annotazioni di alchimia islamica e cristiana - Luce della Gnosi




Adamo ed Eva ne mangiarono Subito si videro nudi, per cui si coprirono colle foglie del Giardino. Così Adamo disobbedì a Dio ed uscì dal Retto Sentiero. Ma Dio si volse benigno verso di lui, accolse il suo pentimento e lo ricondusse su quel sentiero”

(Corano, XX, 121-122).

Il cosiddetto ‘perdono di Dio’, nella visione veterotestamentaria tripartita nei tre grandi sistemi religiosi monoteisti, muta radicalmente la prospettiva escatologica dell'uomo, poiché il suo soggiorno terrestre diviene una fenomenale condizione di esilio costantemente monitorato dal morboso Creatore che guida la sua creatura.
Tale prospettiva metafisica, dovremmo con forza rigettare completamente.
Il filosofo Jàbir (Geber) VIII-IX sec. afferma che l'anima umana è di origine celeste, ma è penosamente sprofondata nella dimensione presente, precipitata in un mondo dominato dalla generazione e corruzione continue.
L’esistenza fisica, irraggiata dalla coscienza, assolve ad una insondabile necessità cosmica, ma la discesa o precipitazione nelle spire del divenire, non sarebbe tanto il risultato di una maledizione, quanto, piuttosto, di una rilevante disattenzione.
Secondo la visione di Jàbir, i mondi materiali non hanno una struttura differente ed estranea rispetto a quella dei mondi spirituali, giacché la natura delle relazioni che li anima è identica a ciascun livello.

In questa corrispondenza di gerarchie sottili agisce l’alchimista, il cui lavoro, più di ogni altro, è ispirato da un ideale sacro.
Appare quindi evidente come l'alchimia, ricercando le correlazioni tra la natura dei metalli e l’identità dei pianeti, fondi il proprio immaginario rituale sull'universo simbolico e religioso dei minatori e dei fabbri arcaici, trovando una sotterranea collocazione nella storia delle religioni stesse.
Ibn Arabi, (XII sec.) ritiene il viaggio notturno del Profeta Maometto attraverso le sfere celesti come una visione emblematica del destino umano, prefigurandone l’estensione allegorica nei significati stessi del procedimento alchemico, pienamente attuato nella non circoscrivibile realtà dell’animo; di fatto, l'alchimia rappresenta la scienza delle metamorfosi spirituali.
Mediante successive purificazioni il miste si eleva, di stazione in stazione, non tanto verso un Dio-entità altro da sé, ma, più propriamente, verso l’inconoscibile parte incontaminata di sé stesso, che è l’ineffabile estensione residua della purissima essenza pre-esistente all’universo.
Tale ineffabile sostanza, estremamente recondita e indicibilmente diluita nella costituzione umana, di cui è crudelmente rivestita, è ottenebrata dall’identificazione dell’ego volgare.
La rimozione da sé dell’inganno, propriamente ontologico, a tutti gli effetti, è da considerare come il motivo primario della ricerca esistenziale, il fine ultimo di questo assurdo viaggio terreno.
La reminiscenza di luce, evocata nelle tenebre del presente Eone, rimane inesprimibile nella sua effettuazione poiché impossibile ad essere figurata mediante i concetti ordinari.
La ricerca, che coinvolge la totalità dell’esistenza riguarda l’infinitesimale perla ignea, oggetto emblematico della pura elaborazione interiore, il cui metaforico candore è inghiottito negli oscuri abissi dell’oceano primordiale, occultata in potenza in ogni coscienza e la cui piena rivelazione, si potrebbe affermare, è attirata al di fuori del tempo e dello spazio.
In tale prospettiva, la Grande Opera alchemica comunica l'assunzione dell'adepto dall'universo materiale all’ambito inesprimibile della meta-creazione – al luogo sovramondano preesistente l’addensamento della manifestazione attuale – .
Così si esprime Ibn Arabi, in merito a tale emblematico procedimento formativo: Con il termine alchimia viene designata la scienza che ha per oggetto le proporzioni e le misure applicate a tutto ciò che nei corpi fisici e nei concetti metafisici, nell'ordine sensibile e in quello intelligibile, implica la proporzione e la misura. Il suo potere sovrano risiede nella trasmutazione, ovvero nei cambiamenti dello stato riguardante la 'Sorgente unica'.
Per accedere alla Luce dell'Origine, non sarebbe sufficiente lasciarsi guidare dal Creatore, come sempre afferma Ibn Arabi, lasciandosi condurre attraverso la sua creazione, quale azione specchio della sua stessa Attività, ma, operare teurgicamente in se stessi mediante una rigorosa distinzione, che individua nel Facitore del Cosmo tutt’altro che un’entità benevola un principio che reca in sé i segni distintivi dell’imperfezione, comunicata di conseguenza alla sua opera, (il Creato) fondamentalmente un luogo complesso e strutturato per aggiogare ogni ente alla legge di necessità, impedendo la liberazione dell’essenza geniale custodita, per una finalità inesplicabile, (ma forse nemmeno troppo) da quell’involucro sensibile che è l’uomo; velata identità cangiante secondo la definizione datagli dallo Shaykh Ahmad Ahsani: in fin dei conti, le anime sono luce-essere allo stato fluido. Analogamente anche i corpi sono luce-essere, ma allo stato solido.
La nozione stessa di sacrificio e di redenzione drammatica della materia, sono peraltro riscontrabili nei trattati di alchimia giudaico-cristiani, dove l'azione purificatrice del fuoco, la morte iniziatica seguita dalla resurrezione simbolica della quintessenza materiale elaborata, sottende al risultato di una imprescindibile afflizione redentrice come motivo incubante la ritrovata Perfezione ultima dell’essere.

La festa della purificazione della Vergine, ad esempio, nonché l’episodio della presentazione di Gesù al tempio, hanno luogo quaranta giorni esatti dopo il Natale, un intervallo di tempo che separa la Candelora dalla Pasqua, e quest'ultima dall'Ascensione.
Tra l’altro, non bisogna dimenticare nemmeno le concordanze del Natale con  il solstizio d'inverno e della Pasqua con l'equinozio di primavera.
I quaranta giorni che separano le date fisse del calendario corrispondono a una lunazione e mezza. Se ne deduce, pertanto, che il primitivo calendario cristiano fosse lunare, in quanto agli occhi degli antichi la vita sulla terra si trovava in relazione molto stretta con il ciclo dell'astro notturno.
A tal proposito afferma l'autore del trattato intitolato De perfecto Magisterio: Sappi che la nostra arte è stata chiamata Astronomia terrestre, e che è simile all'Astronomia celeste. Quest'ultima, infatti, parla delle stelle fisse, del firmamento, delle sette stelle mobili che sono i pianeti e della loro rivoluzione nel cielo. La nostra arte, invece, tratta delle pietre che resistono al fuoco e di quelle che fondono nel fuoco.
Sul piano alchemico, questo cielo interiore governa la nascita del piccolo pesce, dell'homunculus, vale a dire, più esattamente, (nel gergo dei cifrari alchemici) del piccolissimo individuo minerale e filosofico, che sarà il germe del nostro uovo fecondato.
L'analogia tra l'embrione alchemico e il Cristo fu spesso evocata dagli alchimisti cristiani, che non mancarono di assimilare il loro pesce emblematico all'ichthys delle catacombe, dato che esso prende forma nelle viscere della terra filosofale, nel luogo ove mai vi fu luce ordinaria, nuotando nell'ineffabile (invisibile) splendore dello Spirito.
La natività ermetica resta misteriosamente celata, come il suo omologo umano, e solo con la festa dell'Epifania il Cristo si manifesta agli occhi del mondo. Anche qui gli alchimisti trovarono numerosi elementi applicabili alla Grande Opera.
Al periodo notturno della grotta, come immersa in una tenebra luminosa, succede il fulgore dell'Epifania in cui il Caos luminoso si condensa, fino a concentrarsi intorno ad un polo unico, diventando infine il segno tanto atteso, caratteristico delle nascite sovrannaturali: la Stella, quale emblema della remotissima potenza radiante.
I re dissero ai Sacerdoti nella loro lingua: Cos'è il segno che vediamo?
E come per divinazione essi dissero: È nato il Re dei Re
L’'alchimista comprende che l'uomo, pesantemente addensato nella materia, non può essere salvato se non dalla forma più esaltata, vale a dire, più spiritualizzata del caos universale, da cui emerge come forza disperante la Vera Luce: la Luce immateriale internata nella Luce fisica stessa che ne rappresenta, per chi sa comprendere, solo una pallida anticipazione.
La Grande Opera consiste nel catturare tale impercettibile quintessenza aurea, e per tale operazione la pazienza è il basamento di tutto il lavoro.
Per l’uomo, rinvenire l’ineffabile Splendore originario, garantisce il suo salvamento dal peccato in cui è precipitato, poiché il cristiano, considera l'uomo una creatura totale nella quale il corpo e l'anima sono strettamente e intimamente confusi. In particolar modo il cattolicesimo parla di una resurrezione dei corpi, una dottrina escatologica la cui complessa esegesi è estremamente controversa.
La vorticosa pericoresi implicata dalla nozione stessa della Resurrezione della Carne professata dal credo cattolico (dal greco pericóresis = penetrazione derivato di pericoréo = ruotare, movimento circolare, è specifica della Teologia Trinitaria, indicando la compenetrazione reciproca e necessaria delle Tre Persone divine nella Trinità, sulla base dell'unità di essenza in Dio.
Le tre ipostasi menzionate nel Dogma e costituite dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo, le quali si muovono l'una nell'altra, ossia si appartengono a vicenda, come giustificazione dialettica di una confessione che molto probabilmente è un raffinato imbroglio con cui confondere la realtà dell’animo) deriva da una compiuta contraffazione teologale, per la quale basti ora considerare l’espressione paolina contenuta in  Fil 3,21: la sua potenza trasfigurerà i nostri corpi mortali in corpi gloriosi, la cui corretta interpretazione per noi indicherebbe nella nozione stessa di potenza, non tanto un’entità differente dall’essenziale mistero che rivestiamo (troppo spesso in forma completamente indegna) e che generazione dopo generazione, attraverso il viaggio dell’uomo condotto lungo l’estensione degli Eoni, da noi è custodito e che il ricercatore accorto, intenderà come forza spirituale emanata dalla vastità preesistente il Cosmo esteriore, la cui difficoltosa messa in opera interiore, una volta che se n’è ottenuto il conseguimento, (proprio a ciò ottempera l’alchimia: non a garantire la miglior presa del mondo terreno, ma, bensì, a regolarne il conseguente distacco nella forma maggiormente degna = consapevole) assegna una differente qualità all’attenzione cosciente, che diviene propriamente Superiore, (il Cristo interiore risorto, potenzialità acosmica internata nella coscienza di ognuno ma non raggiungibile da chiunque ) e che garantisce un differente livello di comprensione circa gli esiti della propria occasionale e ridottissima individuazione materiale, intuendo che la propria verità non appartiene a questo mondo e, benché ignota, è tuttavia perfettamente intuibile-conoscibile, attraverso i ritmi superiori di una propriamente felice aurea disciplina, nel qui e ora.