giovedì 14 dicembre 2017

Frammenti babilonesi



Il tormento dell’antico uomo mesopotamico, fissato su numerose iscrizioni, già reca testimonianza sofferta dell’avvenuta incrinatura della propria integrità spirituale. Questa e' presagita quasi come irrimediabile, poiché profondamente minata dall’ingerenza di sovrastanti entità invisibili, estremamente mutevoli e verso le quali, benché egli attesta una documentata fiducia, pur sempre avverte in cuor suo un’istintiva diffidenza. Gli dèi possono essere mossi dal capriccio e per quanto l’uomo possa essere vigilante, non può sempre garantirsi dalla loro incontrollata ostilità.
La persona antica articolava i rapporti con la dimensione invisibile attraverso un definito corredo operativo magico religioso, il quale, mediante una ritualità appropriata, poteva regolare al meglio l'interazione con determinate ‘interferenze’. L'assidua osservanza di tali norme liturgiche, vincolava il sodalizio immateriale ad una dipendenza che immancabilmente andò degenerandosi e dalla quale l’uomo, in definitiva, ha avuto più da perdere che guadagnare.
Tale presentimento d’inganno ontologico, più tardi rivelato appieno nella cosmogonia gnostica, già è preavvertito in alcuni brani dell’antecedente letteratura accadica, il cui carattere sapienziale è incentrato sulla condizione dell’uomo decaduto e penosamente avviato lungo la via dell’intima rettificazione. 

La dottrina penitenziale babilonese successivamente cambiera' di recipiente, riversandosi nei libri veterotestamentari della controversa rivelazione mosaica, in particolare nel ‘Siracide’ e nel ‘Qoelet’, in cui l’acre insegnamento, addensato in brevi massime di sfolgorante amarezza poetica, informa della sostanziale vacuita' che contraddistingue l'esistenza umana occasionalmente incarnata.
Secondo quest'insegnamento l'uomo, quando chiuso in se stesso, è fondamentalmente incapace di uscire dal proprio dilemma riflessivo, (la sola ragione, non potrà mai dare una risposta definitiva) ma unicamente attraverso la sua intima aspirazione, esemplarmente purificata, puo' arrivare ad estendere la propria essenza ben oltre i delimitati confini della durata terrena, arrivando in ultimo, per mezzo di una suprema dimenticanza di se', a fondersi nell’inconoscibile dimensione dell’eternità.
Dalla Teodicea babilonese
“Chi ier sera era vivo, stamane è già morto.
In un momento s’oscura e in fretta si fa euforico.
In un batter d’occhio (la gente) canta allegra, un istante dopo geme come dei piagnoni.
Poiché il loro animo si muta come ‘aprire e chiudere’
Attanagliati dalla fame, diventano come corpi morti; ma appena sono sazi, gareggerebbero con i loro dèi.
In prosperità cianciano di scalare i cieli ma nell’abbattimento lamentano di scendere agli inferi.
Io sono sconcertato, non ne comprendo il senso”
(vv. II, 39-49)
“Il dio protettore non sbarra la strada a un demone” (XXXIII, 244)
“ Il cuore degli dèi è remoto come il centro dei cieli; difficile ne è la conoscenza, la gente non l’afferra” (VIII, 82)
E se nel verso 219 si ammonisce di seguire la via degli dèi ed osservarne i riti, altrove si afferma anche: “son deciso a lasciar correre le ordinanze del mio dio e a mettere sotto i piedi i suoi riti”.
La vita, congiunta al presente Ciclo (il cui avvio trova approssimativa coincidenza con la decadenza sumera e l’inizio del calendario ebraico, calcolato dalla tradizione rabbinica attorno al 3760 a.C.) identificato essere come Età oscura, riserva alla sorte dell’uomo più dolori che gioie, dovendo ammettere con ciò che la composizione dell’ordinario quadro esistenziale, converga le sue direttrici prospettiche verso un punto di fuga alquanto umbratile a rivelare, nella scena sommamente allegorica della vita, più zone d’ombra che luci; ed è proprio da tali zone d’ombra, per l'appunto definite come ‘eteriche’, che l’eggregora preposta al nostro fondo assoggettamento trova il più ampio margine d’azione.
Vari altri frammenti, catalogati nella prima metà del secolo scorso dal Prof. W. G. Lambert prefigurano lo smarrimento puramente cosmico caratterizzante lo stato interiore dell’individuo di ogni età storica, in particolar modo uno tra questi si rivela quanto mai attuale: “l’uomo...spaventato,la porta…si fa attento verso il cielo…”
(KAR 174 = VAT 8807 Rovescio III)



martedì 12 dicembre 2017

il selfie come negazione del ritratto


Nella mediazione costante della nostra identità, filtrata da supporti informatici sempre più sofisticati, abbiamo estinto quasi completamente la possibilità di realizzare uno stato di assoluta lealtà verso noi stessi (a ciò ottemperavano le iniziazioni antiche).
La visione interiore connessa alla capacità di un chiaro orientamento spirituale, è come del tutto accecata dall’attuale  forma d’ipnosi globalmente irraggiata.
Ad esempio, in pittura, originariamente l’idea del ritratto assolve ad una funzione propriamente elettiva, dunque, squisitamente ermetica, che, nel pretesto di tramandare ai posteri la parvenza esteriore (effimera) della persona, lo sguardo dipinto riferisce la profondità stessa dell’enigma vitale custodito dall’animo. L’immagine convalida la preziosa testimonianza dell’enigma di una coscienza vigile, profondamente interrogativa nella volontà di rendere partecipi del medesimo mistero elettivo quanti arrivano ad ammirarla.   

In questo si considerino i ritratti funerari del Fayum, velati di un’inconsueta (quasi radiosa) inquietudine o felice turbamento, in cui gli sguardi esprimono un monito e assieme una muta esortazione connessa al significato maggiormente profondo dell’antico adagio “conosci te stesso”.


Ritratti che riguardano la fattiva estensione dell’essenza del defunto, che è come restituita alla partecipazione vitale (ultramondana) del mistero ultimo già presagito nell’esperienza della vita terrena e del definitivo intendimento delle profondità simboliche dell’essere, consegnate all’oscurità di sepolcri dove le tenebre non possono estinguere la veridica testimonianza spirituale.
Come ha osservato acutamente Silvia Ronchey: “ L’immagine “vera” non è quella che si guarda ma quella da cui si è guardati, il cui sguardo ci attrae verso un’altra dimensione, ci avvicina all’enigma dell’essere, porta lo spettatore ad astrarsi dai tratti fisici per transitare, attraverso quel tramite, squarciando quel velo, varcando quella soglia, dalla facilità della facies (l’apparenza superficiale) alla complessità dell’idea (rappresentazione interiore di un eidos profondo)”.


L'eidos è ciò che causa ad una cosa, quel che la cosa stessa è, cosa rappresenta e se priva di tale impalpabile sostegno smarrirebbe di significato. L’eidos, qualificandosi come la natura interna alla cosa, è intimo all’essenza dell’opera e l’opera si qualifica come lavoro rischiarato, elevato, da una particolare qualità dell’applicazione: che e' la qualità propriamente veggente dell’attenzione.
La veggenza, è ciò che intuisce sussistere oltre alla manifestazione apparente l’identità maggiormente autentica dell’essere, la cui anticipazione nella dimensione attuale è rivelata da una coscienza ridestata in sé stessa.
L’eidos sarebbe il tratto d’unione tra il comunicato e il principio ineffabile che lo anima, quella porzione liminale separante l’identità dall’essenza inesprimibile.
Unicamente la poesia (intuizione poetica) può sopravanzare i purissimi ed evanescenti contorni dell’eidos, comunicando la più alta realtà alla condizione terrena e meta-terrena, precorrendo attraverso il supporto dell’opera l’identità cangiante (sovra-ideale) dell’animo. 
Non a caso determinati valori congiunti alla realtà dell’animo sono continuamente aggrediti e dispersi dall’eggregora evocata nella dimensione tecnologica, la quale, in sostanza, nella continua definizione di sistemi “chiusi”, metaforicamente, costituisce quasi l’ossidazione dell’eidos stesso.
Attualmente, nell’assenza pressoché totale di vitalità, sostituita quasi del tutto da un vitalismo solo esteriore, intimamente spento ma mentalmente sovraeccitato, miliardi di immagini, gli autoscatti presi con l’iPhone, sembrano ridurre la consapevolezza a triste ammiccamento e sterile compiacimento.
Le persone per mezzo dei selfie insistono col rendersi dozzinale souvenir di se stesse, restituendosi nella continua insignificanza di un grossolano apparire.
E’ la miserrima consolazione dell’ego, che spesso rivestendo  forme seduttive meschine o attraverso cialtronesche ostentazioni, confina l’identità dell’individuo in una dimensione completamente scialba, pericolosamente stagliata in bilico sulla voragine del nulla esistenziale più fondo che la storia abbia mai sperimentato.



giovedì 7 dicembre 2017

La coscienza nella volontà di trascendere i limiti preordinati contraddice la condizione naturale


La natura non sarebbe perfetta in se stessa.

La natura specchiandosi in se stessa trova i motivi profondi della sua  dolorosa contraddizione, come solidificata negli strati sovrapposti che formano l'involucro uomo, che riveste, per motivi appunto insondabili, la cangiante (multipla?) coscienza.

L’uomo comune, seppur in forma estremamente opacizzata, potenzialmente ancora conserva un suo proprio vedere, un suo proprio sentire, in cui l’azione della forza esterna (la stringente contingenza materiale) può essere compensata da una definita azione interiore, che arriva ad imprimere alla sostanza vitale che la circonda i motivi maggiormente profondi del suo stesso rinnovamento.

Su tale forza archetipale fonda l’allegoria di Cristo, il cui nucleo simbolico riguarda la potenza stessa internata nell’animo di ogni uomo.

Ai margini estremi di un Ciclo cosmico l’evento Liturgico portato nella Rivelazione del Figlio dell’uomo comunica di quali Misteri sia pervasa la natura vorace e la traccia imperscrutabile (il primo Segno o immateriale Sigillo) connessa all’accadere della sua manifestazione.

Nulla che preesiste alla realtà materiale può essere chiarito. Tale ineffabile principio di preesistenza alla manifestazione fisica vive profondamente in noi, in una forma straordinariamente “diluita” ed è proprio in questa estrema diluizione di senso, che e' fonda indeterminatezza, che la nostra identità attinge i suoi più significativi motivi di rinnovamento.

Ciò che qualifica la dignità dell’uomo sembra essere destinato a rimanere eternamente inesprimibile, ma, anche, inspiegabilmente, (evento questo assai raro) ugualmente conoscibile.

Unicamente nella coscienza può realizzarsi quel processo di segreta raffinazione in grado di estrarre dal nucleo delle cose finite la “frazione d’infinto”, in cui trova immediato collegamento la nostra identità (consapevolezza) maggiormente recondita (l’ego avversa questo ineffabile principio d’individuazione, poiché quando accade ciò coincide con la sua stessa estinzione).  

La prefigurazione dell’infinito realizza una drammatica contraddizione in seno alla determinazione naturale, che circoscrive la manifestazione all’interno della finitezza.

Nella dimensione attuale, unicamente nell’uomo sembra poter lampeggiare l’intuizione di ciò che apparrebbe come impossibile, poiche' e' solo dell'uomo la prerogativa di aspirare a realizzare cio' che, appunto, sembra irrealizzabile; di ciò che addirittura pur non sembrando a livello esteriore una riuscita eclatante, ugualmente, è qualificata come l'inesauribile e prodigiosa risorsa immaginale dell'animo: la facolta' ancestrale anche chiamata Volonta' Superiore in grado d'incidere sul corso degli eventi.

La sferzante sostanza delle parabole evangeliche ci rammenta con forza che ogni sapere è virtualmente impotente, solo la primordialità di un intenzione chiarificata può agire nella trama degli eventi, arrivando a travalicarli infinitamente.

Il messaggio evangelico afferma che ogni sapere meramente strumentale prima o poi palesa la sua corruzione, i cui esiti ultimi sono risolti nella contaminazione assoluta.

Cristo, dunque, arriva a rivelare, ri-velare = velare nuovamente, rivestire di “nuove” significazioni la primordiale Verità; quella Verità che sola può rendere l’uomo libero: libero da cosa? da se stesso.

E’ l’invito deciso a ri-considerare la qualità recondita totalmente contraria all’identificazione determinata dall’ego. In questo non si dovrebbe parlare di fede quanto di educazione interiore alla percezione della primigenia forza, sovranamente ignota e profondamente sedimentata nell’identità umana, la cui realtà tragicamente contraddittoria è riferita nella stessa espressione: “Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada” e ancora: “Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre…” (Matteo, 34-35)

Nell’iconografia il volto del Cristo è lo sguardo che ogni coscienza in cammino rivolge a se stessa, è uno sguardo in cui trova dissolvenza il riflesso della piccola coscienza storica ordinaria la cui estrema vacuità costituisce, attraverso plurime e complesse incrinature emotive, il pretesto ottimale per l’infiltrazione di ogni vincolo diabolico (influenza del dominio arcontico).


mercoledì 29 novembre 2017

Pistis Sophia (o dello smarrimento dell'anima)





"Nevicano nel mio cuore sofferenze nascoste"
(Henry de Régnier)

Dalla Persia iranica e poi mandea e manichea, dalle religioni misteriche mediterranee fino alla dottrina gnostica e, in buona sostanza, dalle forme devozionali estatico-veggenti delle tradizioni di ogni continente, rinveniamo una significativa convergenza d’indizi certi riguardanti l'azione di una predazione energetica sottile, che l’uomo subisce fin dai suoi primordi e di come tale avvenimento, benché invisibile, in realtà costituisca l’elemento cardine attorno cui ruota l’evolversi della manifestazione cosciente diffusa nella vita del Cosmo.

Pistis Sophia: con questo nome la dottrina gnostica identifica l’emblema dell’anima primordiale che, nella finzione allegorica, è illusa a divenire, suo malgrado, la madre delle forme.

Tale evento precosmico accadde a seguito della frantumazione dell’iniziale desiderio di cui fu pervasa, inizialmente acceso dall'angoscia e la paura di perdere la vita a seguito del sopraggiunto ottenebramento di superiori sensi elettivi, che, per motivi inesplicabili, gli vietò la prossimità alla Chiarità Primordiale, (Luce dell'Uno) provocandole confusione e smania di non poter più pervenire alla sua primigenia Fonte Splendente.

E’ a causa di questa brama (occorsa come una variazione degradata della frequenza originaria) che la dimensione attuale, la materia, (hyle) e il suo sostegno sottile - anima (psykhe) - ebbero comparsa occasionale.

Nella dottrina gnostica Sophia assieme al Cristo rappresentano le categorie sensibili attribuite all’ultima emanazione divina rivelata nel presente Ciclo. Loro emblematizzano gli ultimi motivi (facoltà residua della Memoria Splendente) dispiegati lungo l’ampiezza di Ere incalcolabili, in grado di rilegare i margini estremi dell’Eone alla Pienezza archetipale, (Pleroma) garantendo alla coscienza l’effettivo collegamento con l’originaria Radianza Splendente dispersa nelle tenebre materiali.
Il dramma della redenzione di Sophia attraverso il Cristo o il Logos, fonda la dimensione tragica dell'universo, riversata e addensata nell’Uomo, il quale figura un puro enigma contraddittoriamente stagliato nel multiforme scenario del Cosmo.

Quaggiù realizziamo, nostro malgrado, l’interiore e misteriosa quanto talvolta ambigua, variazione periodica emozionale dei continui dissidi interiori, diversificando i significati di molteplici aspirazioni spesso confuse, se non quando avvilite, finanche corrotte, pur disponendo ancora dell’eclissata facoltà di poterci riferire al primigenio bene perduto, il cui senso di smarrimento è richiamato alla memoria sensibile mediante la preziosa facoltà della compassione, (la compassione è una qualità viscerale) remotamente accordata, seppur a differenti estensioni e modulazioni, con l’atavica aspirazione di riscatto dell’animo (presentimento dell’eterno pur essendo coinvolto nella degradazione terrena).

Aprire la breccia di luce sovrasensibile nella barriera tra noi e l'inconoscibile, tra noi e l’ignoto, è un potere latente nella coscienza di ognuno, ma a cui ciascuno può precludersi la verità scegliendo, più o meno consapevolmente, la dimenticanza, disperdendo miseramente la preziosa facoltà ancestrale.
Un testo gnostico fondamentale, gli Atti di Tommaso, contiene una pagina rivelatrice: “Il Canto della Perla” o anche detto “Canto dell’Anima”, la dove nell’espressione “canto” si possono intuire gli accenti del dramma cosmico e il riferimento alla svalutazione dell’elettiva frequenza originaria, occasionalmente addensata nella dimensione presente, che è posta in costante bilico tra l’aspirazione redentiva e la precipitazione dannata dentro un vuoto di tenebre (Kenoma).

In questa dimensione il mutevole contrasto offerto dalle infinite gradazioni dell’ombra e della luce, dell’alternanza tra la notte e il giorno, pervade i molteplici contrasti chiaroscurali di una fascinazione ineffabile che, per il tramite della riflessione poetica, è rivelata essere l'emblema del dissidio intercorrente tra l’equivoco (inganno) e la Verità (Pleroma – Pienezza dell’Uno – contrapposto al Kenoma – Vuoto obliante – ).

Protagonista del “Canto della Perla” è il figlio del Re metaforicamente disceso in Egitto, (terra ancestrale e limes ideale tra la congiunzione di differenti dimensioni) come paradigma dell’anima discesa in questo basso mondo alla ricerca di una perla, non a caso custodita da un tremendo rettile (serpente).

Al figlio, che per il viaggio dovrà vestire un’immonda veste, (il corpo) lo si invita a rammentare continuamente le proprie origini, poiché il luogo dove si reca favorisce la dimenticanza.

Altresì, nel testo religioso dell’India, l’Atharva-deva la perla è custodita sempre da rettili, in questo caso da draghi che abitano il fondo degli abissi. E’ loro premura tenerla in ostaggio poiché con essa si possono estrarre filtri d’immortalità. In buona sostanza in tutti i miti il legittimo proprietario della perla è l’uomo e la perla è l’emblema della prodigiosa facoltà creatrice dell’anima, resa impotente dall’accidentale disorientamento.

E’ nel fondo di tale disorientamento che il conflitto spirituale, inevitabilmente si produce, ripetendosi attraverso l’indefinita  durata di più Cicli cosmici.

Nel conflitto è implicita la duplicità del nostro carattere e ciò rivela della possibile appartenenza dell’identità a differenti domini.

Nella dimensione attuale, che nel mito gnostico è scaturita quasi da un incubo di Sophia, agisce internamente ai ritmi naturali una funzione occulta di essenza superiore, definita come “destino”, nel cui valore, a un dato momento del suo percorso esperenziale, l’autonomia della coscienza è riassorbita.

La coscienza, l’idea consapevole, si rifonde nel significato di “destino”, quasi come se ciò costituisse il completamento della sua ultima prova, a sancire gli inconoscibili esiti dell’avvenuto passaggio da questa ad un'altra dimensione.

Lo smarrimento archetipale di Sophia è propagato nell’interiorità dell’uomo ed echeggia continuamente nel fondo della sua inquietudine, rimbomba nelle sue brame e assilli mai completamente appagati.

L’idea del “Male” sarebbe riassunta nel continuo impedimento esercitato da una forza contraria alla libera determinazione della coscienza, che posta sotto il suo influsso è limitata, impedita senza tregua fino all'estremo annichilimento, coincidente al dissolvimento totale della chiara consapevolezza.

La chiara consapevolezza scaturisce dal primigenio flusso trascendente, a cui ogni azione realmente significativa trova necessariamente corrispondenza.

Per tale motivo una ragione scissa da questo principio sovrasensibile è orientata a preordinare soluzioni esistenziali che in definitiva si rivelano per essere fondamentalmente disumane. Nell’epoca attuale non il sonno ma bensì la veglia prolungata, l’insonnia della ragione stessa genera i mostri che deformano a incubo la realtà.
La serena consapevolezza, riguarda l’intuizione certa che oltre all’uomo vive il sovraumano e solo qui risiederebbe il suo principio d’individuazione. Attraverso il sovraumano è dischiusa la via al sovrannaturale, che, metaforicamente, potrebbe essere definita come la chiarissima e rettilinea via ascendente, che svincola l’animo dall’atavica stretta rettiliana; affrancandolo dal giogo impostogli dagli Arconti.

Nel mito gnostico tutta la Creazione è come se fosse pervasa di un ammonimento estremo, che risuona nelle profondità ardenti delle sue masse, a costituire nel monito disperante la vibrazione fondamentale di tutti i nuclei orbitali.

L’uomo è la sensibile cassa di risonanza del grido divino disperante. Il suo inudibile richiamo predestina la coscienza ad una lentissima e faticosa affermazione di conquista, che pure tra arresti e fonde sconfitte, indebolimenti estremi e molteplici interferenze, al dunque, mediante l’esercizio costante di una disciplina integrale e vigilanza interiore continua, riuscirà a mutare la cecità in visione, il grido in canto, la pesantezza in levità.

In fin dei conti non vi sarebbe altra libertà possibile per l’uomo se non quella di realizzare la definitiva liberazione da se stesso, di realizzare perciò l’estinzione della propria coscienza individuata, (nido dell’ego) essendo questa il frutto contaminato di un infido innesto avvenuto all’alba dei tempi.




Da tale prospettiva, l’ultima dimensione artificiale dell’hi-tech, e ciò credo sia incontrovertibile, si rivela come lo scatenamento estremo di quelle forze contrarie alla determinazione dello spirito*.

L’imminente nostro cablaggio alla macchina, assolve ad una corrotta aspirazione d’immortalità solo materiale, che intende la coscienza come strumento di comprensione solo orizzontale. Secondo il pensiero moderno la deteriorabilità della mente fisica costituisce solo un irrimediabile difetto anziché essere il motivo dell’ineffabile, quanto prodigiosa, sebbene dolorosissima, occasione di dislocazione (passaggio) dell’animo in differenti ordini di realtà.

L’intento è quello di renderci completamente asserviti all’idea di un ipotetico miglioramento evolutivo, a costituire in ciò l’estensione del dominio infero sull’intero corso della Manifestazione attuale.

Non dovremmo continuare ad ignorare che sottostando alla “verità della macchina”, rimaniamo totalmente incapaci di riconoscerci come chiare identità operanti all’interno del mutevole enigma simbolico dell’Universo, appunto, incapaci di poter individuare nelle sue profondità immaginali i varchi della nostra effettiva Liberazione.       



*Il cosiddetto “fatto sperimentabile” la sua arida dimostrazione pratica, in ogni caso è riferibile ad un parametro non solo di ordine quantitativo ma, soprattutto, qualitativo, il quale, a sua volta, inevitabilmente rimanda al significato di “valore”.

Il valore, prima d’ogni altra possibile accezione, da sempre riferisce di un eminente significato simbolico – il che non vuol dire relativo ad un tipo di astrazione modernamente intesa, cioè, di un’ipotesi avulsa dai fondamenti concreti della manifestazione – in quanto è attraverso il senso simbolico stesso (meta-senso) che si risolve l’idea autenticamente cosciente, che si rivela la sensibilità introspettiva dell’intelletto, che amplia la propria riflessione oltre l’immaginabile.

Il poter enunciare una fredda evidenza algebrica costituisce una conseguenza dell’azione intellettiva e non il suo fondamento.

L’identità umana è stagliata nella vita del Cosmo come enigma lucente, screziato di tutti i contrasti emozionali e rivelato, appunto, come enigma contenuto all’interno di un altro enigma: quello universale, dove istituisce l’identità maggiormente profonda della totalità della vita.

L’aspirazione e l’intenzione, le forze motrici del divenire, al dunque, rivelano a quale potenza di riferimento noi scegliamo di appartenere. 
In definitiva siamo noi a scegliere chi essere e qui non mi riferisco ad un'identificazione ordinariamente esteriore, che riguarda il ruolo sociale rivestito dall'ego, per il quale varrebbe un altro discorso a parte. 
L'identita' recondita, la natura profonda del carattere, a un dato momento del percorso di consapevolezza, se opportunamente preparata potra' determinare nella persona un tipo di saldezza interiore che e' indipendente dalla maschera storica rivestita. 
Prima o poi e' auspicabile che giunga il momento di una attenta verifica interiore, per la quale uno puo' accorgersi se e' schiavo o sovrano delle proprie debolezze e paure, intese queste essere come le crepe emotive della struttura animica, attraverso le cui fenditure trovano libero accesso molteplici forme d’interferenze e suggestioni malevoli.


martedì 21 novembre 2017

Exilium


La Poesia coinvolge sempre un’elevata riflessione meta-cosmica, dove la totalità del Cosmo è multiforme allegoria di significati che trascendono la dimensione finita.
L’Universo è l’immensa finitezza di confini che, per quanto irraggiungibili, arginano in ogni caso il volo dello spirito.
I Poeti antichi, tracciando verso l’infinito la rotta invisibile della navigazione allegorica sostenuta dal chiarissimo e assieme inquietante - immensamente evocativo - dialogo con la propria remota realtà interiore, orientarono la direzione esistenziale dell’uomo, elevandone l’essenza con l’attraversare la vastità emblematica della propria condizione tragica.
Tragedia e tragico sono gli emblemi di una specifica determinazione lirica in grado di trascendere il fenomeno per dirigere l’attenzione al noumeno; di ciò che alla realtà sta “dietro”.
La realtà umana è finita, ma poiche' presagisce l’eterno subisce di continuo il conflitto di un richiamo segreto, evocato dalla sua stessa interiorità che e' come soffocata dai limiti preordinati della dimensione naturale.

L’essenzialissimo nucleo alchemico depurato di ogni folklore, mai come oggi rivela la sua ineffabile mescolanza, che è tanto evidente quanto sterilmente annerita dal senso moderno d’innovazione.
L’estrema innovazione della tecnica, che vale una sovrana profanazione, non potrà mai entrare in reale intimità con l’universo, poiché la ragione gira attorno le cose, le analizza con ripetuta morbosità aggiogandone le molteplici rispondenze a sconsacranti strumentalizzazioni che non potranno mai conoscere l’anima del mondo.  
E’ quanto mai essenziale per noi il poter discendere al “ceppo” lirico del nostro essere, poiché da esso dirama la chioma emotiva del carattere. E’ dal fusto emozionale centrale che avviene il moltiplicarsi periferico di molteplici emozioni contraddittorie e incrociate fittamente tra loro come i rami di un albero.
L’istinto, l’emozionalità pura, attingono nutrimento dalle radici semplici dell’esistenza, i cui motivi maggiormente profondi attingono nel buio primordio di ogni necessità attirata a manifestare la propria germogliazione dalle tenebre alla luce, per finalità che rimangono inesplicabili.
L’uomo è campo e assieme pozzo, dal cui fondo si propaga l’eco di compositi richiami, amplificati e distorti nelle profondità dissimulate dal cono d’ombra delle sue pareti, dove si agitano aspirazione, sgomento, ferocia e amore. E’ nel limo fecondo e contaminato della nostra interiorità, nelle sue rinnovate tenebre che attecchisce la prima radice del seme passionale dell’essere.
La condizione umana di per sé, trovata al cosiddetto stato naturale, costituisce già una circostanza di esilio.
Per questo la riflessione antica - con l’istituire Scuole dove poter sperimentare una formazione integrale dell’essere mediante l’esercizio di una Disciplina propriamente Felice (ierosofia) accessibile a coloro che ne intendessero partecipare - assai giustamente stimava come circostanza fondamentale pervenire al mistero prima che il germoglio emotivo vedesse la luce.
Opera elettiva di alchimia propriamente domestica sarà costituita da un lavoro di paziente rettificazione della propria contaminazione emotiva, nel consolidare, conferire struttura, dignità, alla propria commozione interiore di cui l’ego ha preso possesso. La commozione è estremamente indebolita, resa quasi informe dal contagio eterico che appesta il nostro tempo.
Nessun altro se non noi, agendo in noi stessi con l’intento di chiarificare e rivitalizzare la primissima intelligenza minerale deposta nel proprio terreno interiore, (quella minima parte residuale non ancora compromessa dalla contaminazione della presente Età) potrà rettificare l’irrimediabile dannazione fisiologica.
Si palesa l’irrimediabilità di una condizione estremamente infelice, quella di una coscienza priva di memoria splendente, permeata da plurime, complesse quanto perniciose interferenze, in balia delle quali, a ben considerare, il cablaggio tecnologico sembra volerla definitivamente consegnare; distanziandola paurosamente dalla sua vera identità: quasi a costituire una formidabile condizione di esilio fabbricata intorno all’esilio stesso.         


lunedì 20 novembre 2017

Memoria e traccia divina



Oggi, l’autentica Restaurazione andrebbe principalmente intesa come effettivo “risveglio” della coscienza, come riattivazione delle sue offuscate potenzialità “immaginali”.
Da qui ripartire per un fondamento predisposto (preordinato in eterico) di ogni possibile divenire.
Il moto alle “onde di forma” che potranno generare un auspicabile rinnovamento del cosmo principiano nel segreto dei nostri pensieri, ognuno, per quanto infimo possa essere il suo ruolo sociale, di fatto, è responsabile della trasformazione universale.  
Ri-fondare in noi il senso maggiormente puro della “Traditio”, della “consegna”, “trasmissione certa” della nostra eredità maggiormente preziosa, di fatto, questa possibilità costituisce l’unica occasione che abbiamo nel corso dell’esistenza attuale per realizzare l’autentica libertà.
Ogni altro genere di aspettativa di miglioramento suggerita dall’idea moderna di “emancipazione”, non costituisce niente altro che la persuasione, subliminale o meno possa essere, di mettersi addosso un ulteriore pesante imbrigliamento atto a ridurre ancor più drasticamente la nostra pura determinazione.
Il valore stesso della Tradizione, il suo prezioso nucleo ispirativo, riguarda appunto l’identità umana in grado di elevarsi tramite le proprie “qualità veggenti”, unicamente fondate sulla prerogativa magico-poetica, la cui potenzialità è identificata essere come sublime ispirazione-azione che attualizza nella coscienza l’originaria qualità dell'essere autenticamente centrato in sé.

Noi, come moderni è come non avessimo baricentro, essendo sballottolati qui e la da molteplici correnti, trascinati nell’attuale deriva notturna dei tempi, dove nuotiamo alla cieca in acque fredde e tremendamente ostili, annaspando travolti dalle ondate successive di una piena epocale sempre più impetuosa e incoerente.
Il recupero di una residua sapienza magica, anche se nell’immediato non ci consentirebbe di avvistare la riva, ci permetterebbe almeno di coordinare le bracciate e di non ingollare acqua ogni due respiri.
La legittima magia naturale (o meglio si direbbe pre-naturale) qui è intesa come la facoltà di presagire e, dunque, di inverare (avverare interiormente) le molteplici rifrazioni (rivelazioni) di una definita tensione radiosa (stupore coerente) la cui realtà – peraltro inesprimibile – riconosce in sé l’esistenza di una propria verità impersonale, (pre-egoica) preesistente alla maschera storica qui occasionalmente rivestita e ineffabilmente congiunta alla realizzazione massima della coscienza (quale superamento del vincolo mentale).
Per tale motivo gli indizi maggiormente profondi della nostra memoria è come se nuotassero dentro il vasto mare mitologico, nelle cui abissali profondità è custodito il mistero delle origini, (la proverbiale perla di luce dispersa nell’immensa oscurità di fondali metaforici) e dove la linea dell’orizzonte allegorico è confusa allo stesso tenue bagliore scaturito dalle fonti aurorali dell’animo; irraggiungibili alla delimitazione imposta dal flusso del tempo.
La parabola descritta dallo scorrimento del tempo, ricopre unicamente l’anagramma vivente che è l’uomo storicamente incarnato. Il tempo sommerge la sola circostanza fisica, delimitandone la durata effimera e la teatralità della finzione terrena, dove in mutevoli scenari palpitano in forme sempre più contraddittorie i “piccoli enigmi” legati alle nostre esistenze provvisorie.
Il Grande Enigma risiede nel presentimento di ciò che accadrà dopo il breve transito nella densità materiale.
Omero, Esiodo, Platone, Boezio, Dante, e come loro moltissimi altri eccellenti poeti, invocando nel labirinto del proprio itinerario di conoscenza le Muse, sapevano innanzitutto che Mnemosine (la Memoria propriamente Splendente e Madre allegorica delle Muse stesse) avrebbe rischiarato il proprio ingegno.
L'ispirazione preminente consiste nel poter intuire la verità di se stessi sussistente ben oltre la propria idea di sé. Questa è la sola qualità sovranamente veggente, la prima facoltà divina cui è remotamente connessa la coscienza umana.
Solo connettendosi a tale prodigiosa intuizione che la poesia integrale agisce nelle fibre maggiormente profonde dell’essere, rinnovandone i sensi e facendo gemmare la fioritura più misteriosa della realtà universale.
L’intuizione poetica accende nell’animo ancora amalgamato alla densità materiale, il Furor e l’Estros, qualità antitetiche al vago sentimentalismo con cui spesso la realtà poetica è erroneamente confusa.
Furor ed Estros rappresentano le estensioni del luminoso principio irrazionale, che irrompendo nella struttura preordinata della realtà naturale ne scardina gli ancestrali motivi d’irrimediabile finitezza, arrivando a fondare nel dominio di ciò che è transitorio un riscatto propriamente spirituale.
La rivelazione simbolica del Cristo su tali “presupposti ardenti” determina la propria azione, più volte ribadita, testimoniata peraltro nella stessa frase evangelica:  "Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!..” (Luca 12,49-53) che ben riassume il senso profondo della Sua identità, (Pantocrator) che è autorevole Identità puramente emblematica, (Identità e non entità) quale condizione internata ed eternata nelle possibilità latenti della coscienza umana.
L’enigma della Ri-velazione del Cristo non coincide affatto con quell’immagine falsa, pietosa e melensa, intrisa di scadente quietismo mistico con cui progressivamente l’ha ammantata il cattolicesimo, nella precisa intenzione di soffocarne la radianza agente nell’animo.
Memoria, dunque, è Sacro distacco dal vincolo imposto dal tempo, dunque, volontà di affrancamento da una necessità di ordine solo materiale.

Consideriamo la realtà di questi tempi, ordinariamente definiti come "nuovi", in cui vige l’esigenza di decretare l'unica verità artefatta che legittima un’aberrante dimensione produttiva fondamentalmente sterile, la quale, di fatto, costituisce il presupposto tecnico utile ad amplificare in noi ogni genere d’insicurezze e paure, la cui eminente funzione combinata all’esaltazione dei piaceri più bassi, in particolar modo, assolve non a caso alla dissoluzione della Memoria Splendente.
Per questo stesso motivo gli antichi Greci nell’oblio individuarono la più grave delle dannazioni riservate alla sorte dell’anima.
Se non sai chi sei chiunque, nei piani densi quanto meglio in quelli sottili, può disporre di te come più preferisce.
Anche nella narrazione delle evangeliche tentazioni del deserto il gioco del Tentatore verte principalmente sul confondere l’identità di Colui che ne sopporta i depistanti suggerimenti.  
E' nella tetra dimenticanza che noi smarriamo il contatto con la Verità, consegnandoci all’inganno delle Tenebre (oggi le tenebre dissimulano l’estensione del proprio dominio attraverso l’abbacinante fosforescenza silicea) e, dunque, ci distacchiamo dalla nostra unica possibilità d'essere autenticamente liberi (sovranamente Liberi) e che vale l'essere svincolati dall'inganno propriamente demiurgico che avvolge la presente Manifestazione.